ETHIOPIA – cyclopedia

Nome completo del paese: Repubblica democratica federale di Etiopia
Superficie: 1.127.127 kmq
Popolazione: 95 milioni di abitanti (tasso di crescita demografica 4 %)
Capitale: Addis Abeba (ufficialmente 5 milioni di abitanti)
Popoli: 40% oromo, 32% amara e tigrini, 9% sidamo, 6% shankella, 6% somali, 4% afar, 2% guraghe, 1% altri
Lingua: amharigna, (ufficiale), tigrigna (Tygray) inglese, italiano e somalo (al sud)
Religione: 45-50% musulmana, 35-40% copta, 12% animista, 3-8% altre religioni
Ordinamento dello stato: repubblica federale
Presidente: Mulatu Teshome
Primo ministro: Haile Mariam Desalegn

 

 

TERRITORIO

La Ityop’iya dal greco aith’ops, la “terra degli uomini dal volto bruciato”, o Repubblica Federale d’Etiopia, è il più antico stato africano.

Il cuore del paese è costituito da un elevato altopiano, detto “ acrocoro etiopico”, che occupa quasi la metà del territorio e presenta un’altitudine media di duemila metri, con le caratteristiche ambe (rilievi montuosi dalla cima tronca) e picchi che, in alcuni casi, superano i 4.500 m (come il Ras Dashan, 4.620 m).

Tagliato dalla Rift Valley – che si estende da sud-ovest a nord-est – nella sua parte settentrionale è inciso dalle gole di numerosi fiumi e ospita il lago Tana, da dove nasce il Nilo Azzurro. Nell’estremità nordorientale l’acrocoro termina in una enorme scarpata che domina la depressione della Dancalia; i versanti occidentali digradano verso il deserto del Sudan, mentre a sud segue il corso del fiume Omo e scende verso il lago Turkana, la maggior parte del quale si estende nel confinante Kenya.

La diversità del territorio determina grande varietà di clima, terreno, vegetazione naturale e aree abitate.

 

 

CLIMA

Il clima del paese varia in base all’altitudine. Nella fascia tropicale, situata al di sotto dei 1.830 m, si registrano temperature medie annue di circa 27 °C e la piovosità è scarsa. Nella fascia subtropicale, che include gran parte dell’altopiano e ha un’elevazione compresa tra i 1.830 e i 2.440 m, si registra una temperatura media di circa 22 °C, con 510-1525 mm di pioggia all’anno. Oltre i 2.440 m si trova una fascia temperata con medie che si aggirano intorno ai 16 °C e un discreto regime di piovosità (1.270-1.780 mm). Le precipitazioni si verificano con maggiore frequenza tra giugno e settembre; altri mesi relativamente piovosi sono febbraio e marzo.

 

FLORA E FAUNA

 La vegetazione rispecchia la varietà delle diverse zone climatiche. Nelle zone meno elevate crescono specie tipiche della savana, mentre nelle valli e nelle gole si incontra una rigogliosa vegetazione che comprende quasi tutte le specie africane; la zona temperata è caratterizzata da prati e pascoli, mentre i rilievi più elevati ospitano in prevalenza una vegetazione di tipo arbustivo.

La fauna è rappresentata soprattutto da animali di grossa taglia che stanno lentamente ricomparendo dopo la strage operata soprattutto dai militari cubani e russi tra gli anni ‘70 e ‘90 del secolo scorso, che non avendo una logistica alle spalle, sparavano a tutto, per mangiare e vendere al mercato nero pelli e zanne, imitati da un bracconaggio senza freni: la giraffa, il leopardo, l’ippopotamo, il leone, l’elefante, l’antilope e il rinoceronte stanno lentamente ricomparendo; comuni sono inoltre la iena, lo sciacallo e numerose specie di scimmie. Tra gli uccelli si citano l’airone, il pappagallo, la pernice e alcuni rapaci, come l’aquila, il falco e l’avvoltoio.

 

PROBLEMI E TUTELA DELL’AMBIENTE

Tra i principali problemi ambientali che affliggono l’Etiopia, la pressione demografica sul territorio è sicuramente tra i più gravi. Il Paese non è riuscito a sviluppare le infrastrutture necessarie per far fronte a un tasso di crescita annua del 3,4%. La particolare conformazione del suolo non facilita certo lo sviluppo di strutture base, tanto che soltanto il 22% degli etiopi, ad esempio, usufruisce di acqua potabile.

Nel corso degli ultimi decenni la deforestazione e l’eccessivo sfruttamento dei pascoli hanno accelerato il tasso di erosione del suolo. La deforestazione e la desertificazione sono causate in parte e aggravate dall’impiego diffuso di combustibili tradizionali come la legna da ardere, che rappresentano il 95,88% del consumo di energia totale.

Il 20% del territorio dell’Etiopia è ufficialmente protetto, sebbene il sistema di parchi nazionali e riserve naturali risenta del bracconaggio e del commercio illegale del legname. Il paese include tre santuari faunistici, undici riserve naturali e nove parchi nazionali, tra cui lo Yugundi Rassa, il Gambella e il Simēn, quest’ultimo iscritto, con l’antico centro di Lalibela, nei World Heritage Site dal 1978.

Molte grandi specie di mammiferi, fra cui la giraffa, il leopardo, l’ippopotamo, il leone e l’elefante, sono endemiche in Etiopia. Il paese è anche l’habitat naturale di 626 specie di uccelli. Fra le specie faunistiche, 93 sono minacciate d’estinzione.

L’Etiopia ha ratificato accordi internazionali sull’ambiente in materia di desertificazione, biodiversità, specie in via d’estinzione, cambiamenti climatici e protezione dell’ozonosfera. Il paese ha anche firmato trattati che limitano gli esperimenti nucleari e le armi chimiche e biologiche.


POPOLAZIONE

Nel 2012 l’Etiopia aveva una popolazione di circa 90 milioni di abitanti, con una densità media di 76 unità per km²; la speranza di vita è di 49,4 anni, una delle più basse del mondo, anche per la pesante incidenza dell’Aids, che qui tocca percentuali elevatissime, oltre il 40 per cento. Elevatissima la percentuale di popolazione rurale: l’84% (2005); poiché gran parte degli abitanti vive di agricoltura di sussistenza, gli insediamenti più popolati si trovano nella regione centrale, dove il terreno si presta maggiormente alle coltivazioni.

La composizione etnica è assai diversificata, a causa dell’integrazione razziale e linguistica che ebbe inizio sin dai tempi antichi; i principali gruppi sono gli amhara (o habesha-abissini, 38%), una popolazione di origine camitica presente sull’altopiano, a nord di Addis Abeba; gli oromo (35%), nella zona meridionale, prevalentemente dediti alla pastorizia e all’agricoltura; i somali (2% circa), a oriente, nella regione dell’Ogaden; i sidama (2% circa), che risiedono principalmente nelle regioni sudoccidentali; i danachili (dancali, o afar), stanziati nelle pianure semidesertiche della zona nordorientale del paese. Tra i gruppi non autoctoni si segnalano yemeniti, indiani, armeni, greci e italiani.

In Etiopia, come nella confinante Eritrea, vigono le particolari regole dell’onomastica abissina, per le quali il nome di ogni persona è costituito da quello proprio, seguito da quello paterno. Non esistono perciò i cognomi e ogni individuo è tenuto a ricordare, oltre al nome del padre, quello del nonno, del bisnonno e così via, all’indietro, sino alla settima generazione precedente.

 

LINGUE, RELIGIONI, STORIA

I dialetti parlati sono una settantina, appartenenti in gran parte ai ceppi semitico e cuscitico delle lingue africane. La lingua della liturgia cristiano-copta etiope, il ge’ez, come per il nostro latino, diede origine al gruppo semitico delle lingue amarica e tigrina, originarie del nord del paese; la prima, che è lingua ufficiale, è parlata da circa il 25-30% della popolazione. Circa il 40% della popolazione – soprattutto nelle regioni settentrionali – segue la Chiesa ortodossa etiopica, strettamente legata alla Chiesa copta d’Egitto e religione di stato sino al 1974. I musulmani sono il 35%, in prevalenza situati nel sud, mentre nelle regioni di Gamo Gofa, Sidamo e Arussi si professa l’animismo tradizionale.

C’erano in passato circa 30.000 falascià – di religione ebraica, gruppo risalente forse ai primi contatti con gli ebrei arabi – ma dal 1984 al 1991 furono tutti trasferiti in Israele su invito di questo Stato. Pare ne rimanga solo un gruppo sparuto che si conta sulle dita di una mano, ma le notizie sono davvero incerte.

L’Etiopia è considerata, a ragione, il più antico stato africano. Anche se nell’antichità, col nome Ethiopia, venivano connotati tutti i territori dell’Africa Occidentale meno conosciuti ed esplorati.

Parlare della storia etiopica è come intraprendere un viaggio lunghissimo: si parte dai primordi della specie con Lucy, per gli etiopi “Denqenash,” che significa con entusiasmo, “sei meravigliosa”, e si passa attraverso un giacimento culturale ed antropologico immenso. Ramidus, lo scheletro di un australopiteco, è stato anch’esso scoperto qui, da un paleontologo giapponese nella valle del fiume Awash. Questo ominide è ritenuto l’anello di congiunzione tra la scimmia e l’uomo. Già la scoperta di Lucy, di circa 80mila generazioni più giovane aveva dato prova finalmente delle teorie darwiniane. Ora si sa che l’Australopithecus ramidus è vissuto 4 milioni e mezzo di anni fa. Ma la storia dei ritrovamenti e delle datazioni è in continua evoluzione.

Le prime tracce storiche risalgono invece a 5000 anni fa. L’Etiopia era crocevia di migrazioni di animali e uomini fra area mediterranea, Africa nera e penisola arabica. Qui si incontrarono e scontrarono, commerciarono e si mischiarono popolazioni cuscitiche, camitiche e semitiche per millenni.

I greci antichi parlano delle terre d’Etiopia nei loro libri classici.

Geroglifici egizi testimoniano di relazioni commerciali con questa zona. Qui gli egizi trovavano spezie, incensi, resine e mirra.

Gli Habash, oggi detti Habesha, da cui “abissini” (provenienti probabilmente dalla penisola arabica), conquistarono questa zona del mondo.

Il Paese, anche grazie al suo dualismo di mistero e scoperta, ha un passato pieno di personaggi mitici e romanzeschi: s’incontrano caratteri biblici, con La storia dell’Arca dell’Alleanza, guerrieri comprese le mitiche Amazzoni, imperatori, preti, esploratori, eroi, popoli affamati, politici avidi (il dittatore Menghistu), scrittori geniali, artisti unici nell’ambito africano, condottieri, poveri uomini. Una enciclopedia umana, a volte oscura, ma affascinante.

L’Etiopia ha comunque una cultura profonda e una storia molto più antica della gran parte delle nazioni europee.

Le popolazioni di lingua semitica in Etiopia ed Eritrea risalgono almeno al II millennio a.C.

La tradizione etiopica dice che la sua monarchia avrebbe origini bibliche, con la visita della Regina di Saba al re Salomone dal cui rapporto sarebbe nato Menelik, capostipite degli imperatori etiopici, che visitando il padre da adulto, conobbe i rappresentanti delle dodici tribù d’Israele.

Volendo fondare ad Axum una seconda Sion, trafugò l’Arca dell’Alleanza e portò con sé nella fuga un rappresentante di ogni tribù fino ad Axum, allora capitale. Così il regno di Axum (fra il IV e il I sec. a.C.) è citato ed equiparato dal profeta Mani, alle più grandi potenze dell’epoca: Roma, Cina e Persia. Di certo era centro di cultura e commerci.

Nella prima metà del 300 un siriaco cristiano di nome Frumenzio, convertì il re Ezana, che divenne anche il primo vescovo d’Etiopia.

A seguito di ciò il titolo di matrice axumita Negus Neghesti (re dei re), che ha valenza sia religiosa che politica, venne trasmesso fino al XX secolo, creando un’incredibile particolarità, uno stato cristiano-copto all’interno dell’Africa.

Il Regno cristiano di Axum fu il primo Paese nella storia a rappresentare il simbolo della croce sulle proprie monete.

Nel IV sec. d.C. il dominio axumita comprendeva Etiopia, Eritrea, Egitto meridionale, Sudan settentrionale, Gibuti, Somalia occidentale, andando addirittura oltre il Mar Rosso con lo Yemen e una parte meridionale dell’attuale Penisola Araba. Confinava quindi con l’Impero romano che possedeva l’Egitto settentrionale e per questo un ambasciatore dell’impero bizantino di Giustiniano, Giuliano, rimase sbigottito dalla grandezza di questi possedimenti. Questo messaggero lasciò in eredità il calendario “giuliano”. In Etiopia si contano così 13 mesi, 12 di trenta giorni e uno, breve, con variabilità di giorni.

Ma tornando alla storia del regno di Axum: dopo una controffensiva siriana nel IV sec. il regno cominciò il suo declino e si ruppe in principati autonomi. Il rapporto comunque fra il regno di Axum e l’Islam non fu conflittuale anche quando gli eserciti musulmani entrarono in Egitto e Medio Oriente.

Molti musulmani si rifugiarono in Etiopia, fra cui una delle mogli di Maometto che ordinò ai suoi fedeli di non combattere con il popolo abissino. Ma nel VII sec. alcuni califfi arabi inflissero un primo grande colpo all’impero attaccandone le coste. Infine intorno all’anno 1000 a seguito dell’invasione della regina pagana Giuditta, Axum cadde in rovina e venne abbandonata.

Di certo, se Axum rappresenta il polo archeologico più noto del Nordetiopia, non va dimenticato il sito di Yeha, ancor più antico e non molto lontano da Axum e da Adwa (Adua) da cui dista solo 25 chilometri.

Yeha è un grande sito archeologico risalente all’età del bronzo. E il sito più grande e imponente nel Corno d’Africa, che rivela un contatto diretto con il Sud Arabia. Alcuni studiosi sostengono che Yeha sia precedente e precursore della civiltà axumita, celebre per i suoi obelischi, di cui uno, quello trasportato a Roma ai tempi del fascismo, è stato qualche anno fa restituito al sito originario.

La prima occupazione di Yeha risale al primo millennio a.C., con un grande tempio, ma forse un “palazzo” (una residenza d’elite) a Grat Be’al Gebri, e al cimitero di Daro Mikael con tombe dalla forma particolare, a pozzo rettangolare coperto da un lastrone in pietra.

Tre edifici nei dintorni rappresentano probabilmente insediamenti residenziali e sono stati identificati nel giro di pochi chilometri dal sito principale.

Nel 1140 fu il tempo della dinastia dei Zagwè che stabilì la capitale a Roha, l’antica Lalibela. Lalibela prese il nome dall’omonimo re. Dice la leggenda che subito dopo la nascita al re si rivelò il suo destino mistico. Si narra che un giorno la madre lo trovò disteso felicemente nella culla, circondato da uno sciame d’api.

Nelle antiche leggende etiopiche gli animali preannunciavano l’avvento di personaggi importanti, per cui la madre decise di chiamare il figlio Lalibela, che significa “le api riconoscono la sua sovranità”.

Il famoso re decise infatti di creare una nuova Gerusalemme e fece scavare e scolpire nella rocce 11 incredibili chiese monolitiche. Anche qui molte altre leggende si fusero fino all’ultima, secondo la quale intervennero gli angeli ad aiutare nella realizzazione delle chiese; vedendole comunque è difficile capire come al tempo potessero essere state realizzate.

Nel XVI sec. i portoghesi scoprirono il paese andando alla ricerca del leggendario Prete Gianni (la sua figura pare essere una sintesi delle personalità di alcuni imperatori), colui che avrebbe potuto aiutare i cristiani d’occidente a sconfiggere i miscredenti. Così nel 1490 l’esploratore Pero da Covilha arrivò in Etiopia con una missiva da consegnare al mitico Prete. Di seguito, il Negus nel 1507 con un messaggio al re di Portogallo, chiese un aiuto nello scontro con i musulmani. Così il capitano Francisco Alvares, giunse nel 1520 con la sua flotta nel Mar Rosso e redasse un’importante testimonianza dell’Impero al tempo.

Ben presto pressata da tutte le parti dall’Islam e con una posizione geografica così delicata e importante, provocò uno scontro col sultanato di Adal, che pur facendo parte dell’impero si rifiutava di pagare i tributi annuali al Negus. Un esercito formato da somali e dancali e per la prima volta armato con armi da fuoco portate dalla Turchia mise in grosse difficoltà l’Impero, che resistette e vinse solo grazie all’intervento di una flotta e di una compagine portoghese. In quel periodo gli altopiani vennero attaccati anche da sud dal popolo cuscitico Oromo, nello Shoa fino al Tigray.

Ciò spiegherebbe perché ci sia ancora acredine fra Somalia e l’attuale Etiopia.

Nel 1632 il re Fasiladas provò a riunire il paese ponendo come capitale religiosa e culturale Gondar, che riempì di castelli e di chiese. Lo scontro con la propaganda del clero fece chiudere il paese a tutti gli europei ed ai musulmani.

Nel 1864 il Negus Teodoro II, che voleva far uscire dall’isolamento il suo paese, non vedendo arrivare gli aiuti richiesti alla regina Vittoria, imprigionò i circa 70 europei che vivevano ancora in Etiopia. La controffensiva fu tremenda e gli inglesi attaccarono il paese e fecero ingresso a Magdala, la capitale dell’epoca. Teodoro si suicidò con una pistola regalata dalla regina Vittoria stessa. L’esercito inglese saccheggiò la città portando con sé 200 muli e 15 elefanti carichi di tutti i tesori dell’Impero tra i quali 600 manoscritti con tutti i segreti della fede e delle tradizioni abissine, il Kebra Naghast (la Bibbia etiopica) della cattedrale di Axum e l’icona del Kwerata Reesu’ raffigurante il Cristo con la corona di spine famosa per aver sempre accompagnato i Negus nelle loro battaglie.

Nel periodo compreso tra il 1889 e il 1913, il negus shoano Menelik II divenne re d’Etiopia. Stabilì la nuova capitale ad Addis Ababa (Nuovo Fiore).

Grazie all’amicizia con l’ingegnere svizzero Alfred Ilg apportò molti ammodernamenti allo stato, come la ferrovia per Gibuti, le banche, uffici postali, ospedali, scuole, armi molto moderne e l’importazione delle prime biciclette e automobili.

Prima però, nel 1885, il colonnello italiano Tancredi Saletta sbarcava a Massawa col suo esercito formato da 807 uomini, ma ebbe poca fortuna. Vennero imprigionati in molti dal ras Alula, così come 500 militari italiani vennero sterminati a Dogali. Da questo luogo (celebrato in una poesia da Lorenzo Stecchetti: “I morti di Dogali”) prende il nome la piazza di fronte alla stazione Termini di Roma.

Nel 1889 appunto, appena salito al trono, Menelik II firmò il trattato di Uccialli, che il re scoprì solo in seguito essere una condiscendenza al protettorato italiano, tanto che poi rifiutò di attenervisi. Nel 1 gennaio 1890 l’Italia dichiarò l’Eritrea una propria colonia. Chiaro era l’intento di attaccare l’Abissinia. Nel 1895 altro duro colpo fu inflitto da ras Makonnen (padre del futuro re Haile Selassie) che sull’Amba Alagi uccise 2000 uomini al comando del maggiore Toselli. Infine l’epica battaglia di Adwa. I primo marzo del 1896 le forze italiane agli ordini del tenente generale Oreste Baratieri vennero sconfitte in un sol giorno.

L’inadeguatezza dei mezzi e gli errori strategici furono monito per bloccare per molti anni le mire coloniali italiane. In questa battaglia perse la vita Luigi Bocconi figlio del fondatore dell’Università Commerciale di Milano, chiamata così in suo ricordo. Questa battaglia restò per sempre un esempio per la riscossa dei popoli africani.

Nel 1917 ras Tafari Makonnen con l’appoggio europeo divenne re con il nome di Haile Selassie I. Ma nel 1929 Mussolini che aspirava ad avere “un posto al sole” come la Gran Bretagna e la Francia, approfittando della vicinanza dell’annessa Eritrea e Somalia, cominciò a programmare l’attacco. Nel ’34 usando come scusa un attacco al consolato a Gondar e la scorribanda di gente armata in Eritrea, l’Italia dichiarò guerra all’Etiopia.

Nel 1935 l’Italia invase l’Etiopia e Haile Selassie fuggì in esilio. Nasce l’Africa Orientale Italiana.

Nel ’40 gli italiani conquistarono la Somalia italiana e l’anno seguente le truppe inglesi si concentrano in Kenia per attaccare la Somalia stessa mentre nel contempo dal Sudan pressavano per l’Eritrea.

Ben presto dalla Somalia arrivarono ad Addis Abeba e gli italiani resistettero a Gondar, a Gimma, nella regione dei laghi e sull’Amba Alagi.

In breve tempo anche queste eroiche resistenze caddero e gli inglesi vinsero.

Nel 1941 Haile Selassie ritornò al potere.

Nel 1962 venne riannessa l’Eritrea, molto importante per il Negus per i suoi sbocchi sul Mar Rosso, Massawa e Hassab. Ma nel 1974, ormai anziano, venne deposto e ucciso da Menghistu, quello che rimane l’ultimo Re d’Etiopia, ultimo negus, il duecentoventicinquesimo discendente diretto di Menelik, leggendario figlio della regina di Saba e re Salomone.

Nel 1987 venne stilata una Costituzione che fece dell’Etiopia una Repubblica popolare e democratica.

Il paese stremato da rivolte, siccità, carestie su vasta scala fece sì che Menghistu due anni dopo aver firmato un trattato di pace con la Somalia, cadesse. Venne deposto dallo EPRDF, una coalizione di forze ribelli.

Già nel 1981 il sentimento indipendentista dell’Eritrea aveva fatto nascere il movimento Fple (Fronte Popolare per la liberazione dell’Eritrea). Le lotte sfociarono in una sanguinosa e terribile guerra che liberò definitivamente l’Eritrea. Nel 1993, dopo un referendum, l’Eritrea si dichiarò indipendente.

Melles Zenawi venne eletto presidente e nel 1994 l’Etiopia divenne uno stato federale con nove regioni divise su basi etniche. Il Presidente Zenawi, nel 1995 vinse le prime elezioni pluraliste e divenne Primo Ministro. E’ morto nel 2012.

 

Il territorio etiopico

Il territorio dell’Etiopia è unico come unica è l’Etiopia stessa, costituita da un insieme di ambienti geologici, naturalistici e storici e di microclimi di diversa natura. Il Paese ha una superficie di oltre un milione di chilometri quadrati, come la Francia e la Spagna messe insieme, con un altopiano diviso nel mezzo dalla famosa Rift Valley che a nord scende nella depressione della Dancalia.

Gli studiosi affermano che questa parte dell’Africa, grazie ad erosioni, profonde incisioni, valli, laghi, e rocce vulcaniche sia una sorta di museo naturale. Il fiume più famoso dell’altopiano etiope è il celeberrimo Nilo Azzurro. Più piccolo del Nilo Bianco, in certi passaggi l’altezza delle pareti del canyons in cui scorre sfiora i 1.500 metri. Nasce dal Lago Tana, il più esteso lago etiopico, famoso per le chiese nascoste sulle sue isole, di cui ne è l’emissario. Il “piccolo Nilo” o Nilo Blù, scoperto dal mitico James Bruce, mostra grandi canyon, scavati dai fiumi nel periodo delle piogge, circondati dalle ambe, tipici monti etiopici fatti da pendii che pur con altezze medie tra i 2000 e i 2500 metri hanno sommità spianate.

Parlando della Great Rift Valley: viene dimostrato come il clima possa cambiare abitudini e modi di vita. Dal fresco e spesso verdissimo altipiano, dai suoi campi coltivati, si passa ben presto al caldo arido del Bassopiano ed a popolazioni nomadi di pastori.

All’interno della Great Rift Valley esistono molti crateri come l’antico vulcano Bishoftu o i più giovani Zouqala, Dofane, Dabita, Gauba e Fantale, trasformatisi in fosse lacustri e inoltre i vulcani Ayèlu e Abida attivi fino a circa cent’anni fà.

Il più interessante è comunque l’Erta Ale, in zona dancala, vulcano atipico in quanto all’interno vi si trova un lago di lava in fusione, uno dei tre esistenti al mondo.

Il paese a grandi linee e comunque con molte differenze al proprio interno si può dividere in tre regioni:

  • l’altopiano mite e spesso verdeggiante,
  • il sud dell’Omo River caldo e arido,
  • la Dancalia ad est, paesaggio con le temperature medie più alte al mondo, con un aspetto quasi lunare, con colori che rendono il deserto di sale quasi irreale.

La Dancalia è un ambiente unico al mondo, formato da gas, vapore acqueo e sali minerali gialli che virano con l’evaporazione anche al verde. Una paradiso di colori in un inferno di calore.

A sud dell’Etiopia troviamo invece il deserto con etnie che vivono ancora con ritmi scanditi dalla natura e col cambio delle stagioni, genti di ere passate rispetto alla nostra, popoli per cui il tempo non è mai passato. La presenza dell’Omo River ha consentito la sopravvivenza in questa parte arida che non ha potuto offrire molto a queste popolazioni per lo più nomadi e che spesso hanno chiesto aiuto a questo fiume per dissetare le proprie mandrie e greggi o per fornire pesce.

 

Arte, tradizioni, musica

La musica rappresenta una delle maggiori forme espressive ed è praticamente onnipresente. L’Etiopia si dice essere se non la patria, almeno la cellula base che poi ha dato origine al jazz e al reggae.

Gli strumenti più usati sono i tamburi, di varie misure e fogge, come il Negarit, il Kebero e l’Atamo. Oltre a questi ci sono strumenti musicali originali propri dell’Etiopia come la Kerar, una specie di lira e la Begana, il più diffuso strumento a corda etiopico, che assomiglia alla lira dei greci e dei romani ed è ritenuta una replica dell’Arpa biblica di Davide.

Lo strumento più usato rimane comunque il Masenko, la cui sola corda è ricavata dalla criniera di cavallo, unico strumento etiopico suonato con un arco.

Comuni tra i pastori gli strumenti a fiato, come il Washint e l’Emblita, ricavati da canne di bambù.

Un altro strumento a fiato molto usato è il Meleket, lungo quasi un metro simile ad una tromba.

Il più grande tra gli strumenti di bambù è il Chechazey, costruito con il bambù e l’esofago di uno zebù.

Nelle cerimonie religiose vengono usati dei piccoli campanelli, i Tsinatsil e i Quatchel, varietà degli antichi sistri di origine egizia.

In Etiopia esiste per tradizione la pratica del canto polifonico che nel sud del paese riveste una fondamentale importanza. Tra gli abitanti della città di Harar, i canti parlano di assenza e di memoria, di bambini andati lontano, di come lenire il dolore materno per la loro lontananza.

Nel sud ovest, qualsiasi istante della vita è ritmato dai canti, ogni gesto quotidiano è accompagnato dal proprio canto.

Attraverso i canti si evocano gli eroi mitici, i guerrieri, ma anche gli avi e gli antenati. Il canto diventa una forma di racconto che ricorda, tramandandola, l’identità di questi uomini, donne e bambini e di ciò che essi portano come memoria, cultura, sentimento, religiosità.

Punto di incontro della collettività in Etiopia, è il mercato. Esso è lo sbocco naturale di tutte le attività artigianali, della ceramica, dei lavori di intreccio, del cuoio.

Ancora molto diffusa è la pratica del tatuaggio non permanente, fatto con polveri di carbone o henna (hennè) impresso sulle gengive che vengono oscurate completamente per far risaltare i denti e preservarli – si pensa- da paradontosi e carie. Molto diffusi sono monili, croci, anelli al collo, alle dita e alle caviglie. I cristiani portano al collo un cordoncino (matàb) con croci e amuleti per difendersi dal malocchio.

Il costume tradizionale dell’uomo è lo shamma, una toga bianca spesso confusa col gabì.

Gli abissini celebrano con particolare rilievo il giorno del santo protettore, S.Giovanni, che segna l’inizio del nuovo anno, tra l’8 e il 12 del nostro settembre. La festa più solenne della Chiesa copta è la commemorazione della croce Maskal alla quale corrisponde lo sbocciare di un fiore giallo nei campi, che viene usato come ornamento in case e altarini.

Canzoni e danze hanno gran peso nella tradizione abissina, anche su temi erotici.

Ricche e abbondanti sono anche l’arte e l’architettura religiosa, che riflettono la lunga storia del cristianesimo etiope; le chiese e gli affreschi che si trovano al loro interno, testimoniano influenze axumite bizantine e copte.

In Etiopia è diffusa soprattutto la pittura a soggetto sacro, caratterizzata da colori molto forti e caldi (un soggetto tipico è l’incontro tra Salomone e la Regina di Saba); non è diffusa invece la scultura (solo la pittura può raffigurare scene sacre).

Una nota: il re Zar’a Yâ’qob, nel XV secolo, aprì decisamente alle presenze occidentali tanto che un pittore veneziano Nicolò Brancaleon, detto Marqorêwos (Mercurio), documentato alla corte dei re Eskender e Lebna Dengel fra XV e XVI secolo, influenzò, ammorbidendo con tratti e sfumature rinascimentali, la semplicità delle icone tipiche etiopiche.

Infine, il fervore religioso dell’Etiopia cristiana continua ad essere testimoniato da tante preziosissime reliquie d’arte che fanno per antonomasia dell’Etiopia il paese della Croce.

Il tema della croce viene tradotto in Etiopia con diverse articolazioni, in varie forme, ognuna delle quali espressiva di una diversa concezione e carica di riferimenti simbolici. Tant’è che se ne elencano a decine, (ad esempio ogni chiesa di Lalibela ha la sua, con caratteristiche diverse dalle altre) con illimitate combinazioni: non solo croci latine secondo la conformazione classica della Crocifissione, o croci greche, ma anche croci che allargando progressivamente i bracci ne manifestano simbolicamente l’espansione; croci che richiamano l’antica concezione della croce intesa come albero della vita o dalla forma inscritta entro rombi che vogliono simboleggiare la punta di lancia del centurione Longino che trafisse il costato di Cristo, o posta entro cerchi che attribuiscono alla croce l’antichissimo valore di ruota cosmica.

 

 

Personaggi storici e celebri legati all’Ethiopia

 

La Regina di Saba e la vicenda dell’Arca dell’Alleanza

La storia del grande Impero etiopico è confusa tra realtà e leggenda. Sono in molti a narrare di Makeda, la Regina di Saba. Fu la fondatrice di Axum grande regno pre-cristiano le cui magnificenze erano all’epoca paragonate e comparate a quelle dei più grandi regni del tempo. La Bibbia, ma citazioni in proposito si trovano nel Corano, nel Talmud e nel Kebra Nagast e nel , il libro sacro della religione copta-etiopica, narra che la bellissima Regina di Saba fosse andata a rendere omaggio a re Salomone, con molti doni, incantata dai racconti riguardanti la sua grande saggezza. Con grande abilità re Salomone mise alla prova, la splendida regina (“barbuta”, fatto questo che – sic.- ne aumentava il fascino), che promise di non toccare acqua dopo un regale banchetto a base di cibi speziati. Nel caso contrario, come avvenne, la regina cedette alla volontà del re concedendogli una notte d’amore. Da questa unione nacque Menelik. Anni dopo, divenuto adulto, Menelik fece visita al padre e con l’occasione, trafugò l’ Arca dell’Alleanza per mezzo della quale avrebbe diffuso la verità del vero Dio tra i suoi popoli. Si dice che l’Arca sia ancor oggi conservata nella chiesa di Axum, ma per confondere le ricerche di eventuali predatori, ogni chiesetta copta ha un proprio sancta sanctorum in cui, pare, ne sia conservata una copia.

Menelik viene considerato a tutt’oggi il capostipite della dinastia salomonica che regnò fino agli anni ’70 del secolo scorso in Etiopia. La leggenda dell’Arca dell’Alleanza avrebbe lo scopo di consolidare il potere teocratico dell’imperatore, riconoscendo inoltre alla chiesa etiopica una posizione di privilegio e di importanza maggiore rispetto alle altre chiese cristiane.

 

 

La leggenda del Prete Gianni

Discendente dei Re Magi, principe mongolo, re cristiano, fu cercato in Oriente prima e poi in Africa. La sua leggenda è quanto di più fantastico si possa immaginare. Il viaggio, la magia, la fiaba, la potenza di questo racconto hanno acceso la fantasia di papi, re ed imperatori, viaggiatori, mercanti e letterati di ogni dove e di ogni tempo.

La prima notizia del mitico prete e re viene data nel 1145 da Ugo, vescovo di Gabala in Armenia, che porta al papa Eugenio III la notizia di un principe cristiano in Asia che aveva combattuto contro i Turchi. Questa idea comincia ad affascinare i potenti dell’epoca pensandolo come un possibile alleato contro i musulmani. Tutto viene alimentato da una lettera del mitico Prete a Manuele I Commeno nel 1165 , Imperatore romano d’oriente.

La lettera descrive il regno di questo prete-re con dominii immensi che, definendosi «signore delle tre Indie», diceva di possedere in un immenso palazzo fatto di gemme cementate d’oro, di avere alla sua corte almeno diecimila invitati alla propria mensa. Sette re, sessantadue duchi e trecentosessantacinque conti erano i suoi camerieri. Tra i suoi sudditi non annoverava solo uomini, ma anche nani, folletti, giganti, ciclopi, centauri, minotauri, esseri cinocefali, blemmi (creature acefale con il viso sul petto), esseri con un unico e gigantesco piede, che si muovevano strisciando sulla schiena, facendosi ombra col loro stesso piede (gli sciapodi), e così via. I suoi domini contenevano tutto il campionario di esseri favolosi di cui hanno parlato le letterature e le leggende medioevali.

Da quel momento non c’è viaggiatore che non dica di aver avuto notizie sul prete Gianni, compreso Marco Polo che lo cita ne “Il Milione”. In tutti i racconti del mondo immaginario delle Crociate trabocca la presenze di questo straordinario personaggio. Per più di cinquecento anni la leggenda si aggirò per l’ Asia per poi focalizzarsi in Etiopia. Molti fra cui Jourdain Catalani Sévérac scrisse del prete e della terra evangelizzata da San Frumenzio; Frà Mauro, frate camaldolese, fece disegnare dai suoi emissari i confini e le province dell’Impero del favoloso Prete, infine i portoghesi che approfittando di questa via per i commerci provarono ad incontrarlo.

Restano alcune considerazioni: Il Prete Gianni è un personaggio leggendario molto popolare in epoca medievale, tanto che, secondo i poemi del ciclo bretone, il Santo Graal (L’Arca dell’Alleanza?) sarebbe stato trasportato proprio nel suo regno. Ludovico Ariosto ne fa uno dei personaggi del suo Orlando furioso, quel re d’Etiopia, di nome Senapo, che Astolfo libera da una maledizione divina che lo costringeva a soffrire la fame per l’eternità ontrare la leggenda. Fra’ Giovanni da Pian del Carpine, che, in veste di ambasciatore del Papa in Estremo Oriente aveva assistito nel 1245 all’incoronazione del terzo Gran Khan Kuyuk, nella cronaca dei suoi viaggi (Historia Mongalorum) narra di come Ogüdai, successore di Gengis Khan, fosse stato sconfitto dai sudditi di un re cristiano, il Prete Gianni, che erano conosciuti come «…quegli Indiani chiamati Saraceni neri, o anche Etiopi…». Sono numerose in passato, le citazioni di diversi autori italiani e stranieri, ma da segnalare, più recentemente ci sono:

Il libro “Baudolino” di Umberto Eco: nella sua seconda parte, è incentrato sulla ricerca da parte dei protagonisti del regno del Prete Gianni, chiamato “Giovanni” nel libro.

Il personaggio è protagonista anche della serie di librogame intitolata Misteri d’Oriente, pubblicata da Edizioni EL in 5 volumi tra il 1989 e il 1990.

La figura mitica di prete Gianni è citata nel libro “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.

Il mito del prete Gianni è citato anche nel libro di Jacques Le Goff «Il cielo sceso in terra», saggio sull’Europa del medioevo.

Il Prete Gianni è citato altresì nel libro “Uccelli da Preda” di Wilbur Smith.

 

Rimbaud

“Con quali occhi l’angelo caduto e ribelle avrà guardato a questa spiaggia desolata dove ancora oggi pigri cammellieri giocano a dama araba con gli escrementi tondi e secchi dei loro animali?”… e ancora “l’aria marina mi brucerà i polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno. Tornerò con membra di ferro, la pelle scura, l’occhio furioso”.

Questi sono versi di Jean Nicolas Rimbaud (1854-1891) che sotto il regno di Menelik visse viaggiò e lavorò tra Yemen, Gibuti, Eritrea ed Etiopia. Ad Harar nel 1880 faceva il commerciante di caffè, avorio, pelli ed oro, importando invece da Lione tessuti, chincaglierie e armi per l’esercito di Menelik.

Ritornò in Francia nel ’91 a causa di una ferita alla gamba e lì morì.

La storia della sua vita incredibile nelle terre africane )L’orientalismo romantico era di moda) ne aumentò i consensi creando quasi una figura leggendaria nella Francia del tempo e anche grazie a questo, la sua lirica divenne uno dei capisaldi della poesia francese di tutti i tempi.

 

Hugo Pratt (1927-1995)

Hugo Pratt, celebre disegnatore visse in Etiopia che ne influenzò pesantemente le sue opere. Trasferitosi nel 1940 nel quartiere di Entoto, a Addis Abeba si arruolò nella polizia coloniale che aveva il ruolo di reprimere i banditi ribelli (shifta), figure che spesso vengono riprese nei suoi fumetti. Nel 1941 vide l’arrivo delle truppe britanniche e da allora in poi fino al 1943 vagabondò nella Dancalia a dorso di cammello, fino a quando raggiunse la Somalia, all’epoca italiana. Il personaggio suo più celebre è sicuramente Corto Maltese che ad esempio in un episodio nel 1918 nello Yemen, incontra Cush un guerriero dancalo. Infatti ne ”Le Etiopiche”, Corto verrà sempre affiancato dal guerriero figlio del deserto, indipendente e fiero, molto dedito alla sua religione ed al Corano. Cush riapparirà in un episodio della serie “Gli scorpioni del deserto”. Inoltre Corto tra il 1928 ed il 1929 vivrà ad Harar con il romanziere e contrabbandiere Henry de Monfreid. Si narra che quando Hugo Pratt fu ritrovato morto, chiusa nel palmo della sua mano tenesse una croce copta etiopica.

 

 

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