Ex JUGOSLAVIA – L‘ „enCICLO-PEDIA“ di Pangea

PREMESSA

 

Parlare di Jugoslavia, oggi, è operazione fuori tempo. Il frazionamento in diversi stati indipendenti, avvenuto dopo la scomparsa del “leader maximo” Josip Broz, comandante partigiano durante la Seconda guerra mondiale col nome di Tito (nome con cui tutti lo hanno citato e apostrofato) impone questa precisazione.

D’altronde, la nostra “Ciclopedia” si è assunta il comito di descrivere gli stati attraversati da Alessandro Da Lio e dalla missione-viaggio di Pangea da lui concepita. E’ per sua stessa volontà, e anche per dare un senso alla velocità con la quale la bicicletta di Alessandro ha attraversato questi stati, che riesumiamo qui la vecchia confederazione, per dare anche un senso temporale e riassuntivo al percorso attualmente interrotto per la prevista pausa natalizia.

 

IN GENERALE

La Jugoslavia occupava il bacino geografico dei Balcani.

La sua massima estensione nel periodo dei 44 anni della sua esistenza, tra il 1947 e il 1991, è stata di 255.804 km²

La sua popolazione, censita nel 1991, poco prima della sua disgregazione, contava 23.730.000 abitanti

 

GEOGRAFIA

La Penisola balcanica è una delle più vaste penisole d’Europa. Si estende nella parte orientale del Vecchio continente ed i mari che la bagnano sono lo Ionio a sud, l’Egeo e il Mar Nero a sud est e l’Adriatico ad ovest.

Ufficialmente, il confine settentrionale dei Balcani è segnato da tre fiumi: la Kupa, la Sava e il Danubio.

La penisola balcanica presenta una notevole varietà paesaggistica, ed è attraversata da numerose catene montuose, tra cui i Monti del Parnaso, le Alpi Dinariche, i Monti del Pindo, che attraversano Albania, Grecia e Macedonia e le catene dei Monti Rodopi e Balcani, estese in territorio bulgaro, serbo e greco.

I Balcani digradano dolcemente a nord, verso il Danubio, con monotoni altopiani, mentre a sud strapiombano su una serie di depressioni tettoniche (Zlatica, Kalofer, Kazanlăk) che li separano dagli Antibalcani (Sredna Gora). I rilievi sono stati originati da fasi orogenetiche diverse: a corrugamenti avvenuti nel Paleozoico sono dovuti i Balcani Orientali e Occidentali, mentre i Balcani Centrali, caratterizzati da una morfologia aspra e tormentata e che raggiungono le quote più elevate del sistema, sono dovuti a corrugamenti cenozoici. I Balcani Centrali sono Parco Nazionale dal 1991. Dal versante settentrionale dei Balcani scendono al Danubio numerosi fiumi, tra i quali i principali sono il Lom, l’Ogosta, il Vit, l’Osăm e lo Jantra; l’Iskăr, che invece attraversa i Balcani in tutta la loro larghezza, porta al Danubio le acque del bacino di Sofia. I Balcani presentano numerosi valichi, attraverso i quali passano importanti direttrici stradali e ferroviarie. Il paesaggio è caratterizzato, specie nelle sezioni orientali e occidentali, da forme arrotondate, da estesi pascoli e da vaste foreste. Assenti i ghiacciai. Poco sviluppate le attività turistiche. Il termine Balcani che in turco significa “montagna”, passa per estensione a identificare l’intera penisola.

Un’altra caratteristica essenziale di questa zona europea è la radicata multi-etnicità: è considerata dagli studiosi un vero e proprio coacervo di popoli, lingue, religioni, etnie e culture.

STORIA DI OGGI E DI IERI

“Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”. Il mòtto, creato dai sostenitori di Josip Broz Tito riassume bene ciò che fu la Jugoslavia e ciò che il “presidente” era riuscito a fare.

Attualmente con il termine Jugoslavia si indica solo la Serbia, ma fino ai primi Anni ‘90 la Jugoslavia era una confederazione di stati, nata nel 1918 secondo la concezione panslavista di dare una patria unica agli “Slavi del Sud” come indica il termine. E in effetti, ad eccezione della Bulgaria, comprendeva tutti i popoli slavi del sud, e cioè Serbi, Sloveni, Croati, Macedoni, Bosniaci: lingue diverse, diverse religioni e radici storiche altrettanto differenti. Croati e Sloveni, infatti, erano stati inglobati per secoli nell’impero austro-ungarico, di cui avevano condiviso cultura e progresso economico, mentre il sud proveniva da secoli di dominazione ottomana, con arretratezze in termini di infrastrutture e industria molto pesanti. Nell’entusiasmo dell’indipendenza e della nascita della federazione queste differenze non sembrarono in un primo momento così importanti: si pensava che i piccoli popoli slavi uniti avrebbero avuto finalmente quel potere e quella ricchezza che spettava loro dopo secoli di dominazione “straniera”. La realtà era però diversa ed emerse dopo pochi anni già durante la Seconda guerra mondiale quando le divisioni si fecero sentire e i croati appoggiarono i nazisti e in più occasioni fecero strage tra la popolazione serba. E’ storicamente accertato che, durante la Seconda Guerra Mondiale, in Jugoslavia si insediarono governi connessi al nazifascismo, come il regime ustascia in Croazia, che portò al massacro un gran numero di serbi. Regimi come quello ustascia erano quelli delle guardie bianche slovene, dei cetnici serbi e della “legione musulmana” bosniaca, tutti collusi con l’Asse Roma-Berlino. Stesso discorso vale per il movimento delle guardie bianche slovene, i cetnici serbi e i musulmani bosniaci. Così, alla fine della guerra, Tito creò confini artificiali con lo scopo di non favorire nessuna popolazione particolare creando le province del Kosovo (albanese) e della Vojvodina (croata) che si insinuavano nel territorio serbo, favorendo l’esodo delle popolazioni. Sembrava fatta!

La situazione rimase però sempre instabile e le disparità economiche evidenti. Perciò, dopo la caduta del regime comunista nel 1990, le prime elezioni libere furono vinte da leader nazionalisti che volevano l’indipendenza dagli altri stati della confederazione. Slovenia e la Croazia, forti economicamente, proclamarono l’indipendenza nel 1991, mentre la Serbia, più debole economicamente, ma da sempre cuore della nazione, reagì con forza occupando militarmente parte del territorio croato.

Iniziò così la guerra civile che nel 1992 arrivò a toccare anche la Bosnia e si concluse solo nel 1994. In essa, l’aspetto più shoccante fu l’odio etnico e religioso, esploso dopo anni di convivenza, che portò a violenze e tentativi di genocidio da entrambe le parti.

La situazione si replicò in seguito nel Kosovo, dove risiedeva una popolazione non slava, ma albanese, che controllava l’unico sbocco al mare del territorio serbo, oltre ad essere stato terreno di battaglia nello scontro tra serbi e turchi che nel XIV secolo decretò la conquista da parte dell’impero ottomano della penisola balcanica meridionale.

 

 

 

 

Più indietro nel tempo…

L’ARRIVO DEGLI SLAVI NEI BALCANI

Nel VI secolo d. C., quando gli slavi si insediarono nei Balcani, trovarono già un confine antico di due secoli: quello fra l’Impero Romano d’Oriente e quello d’Occidente. Un confine amministrativo, culturale e religioso, che separava i due “mondi” retti rispettivamente da Roma e Bisanzio.

I popoli slavi, che si insediarono a ovest di quella linea, i croati e gli sloveni, accettarono il cristianesimo nella sua variante romana, inserendosi nella cultura dell’Europa occidentale; i serbi, i montenegrini, i macedoni, i bulgari, insediati ad oriente, furono attratti invece nella cerchia culturale di Costantinopoli e della chiesa ortodossa.

Da ciò non solo due modi diversi di pregare e di scrivere, di celebrare i momenti fondamentali della vita, ma anche due modi diversi di pensare e di essere.

Questa divisione fu ribadita dallo scisma del 1054, che segnò la definitiva separazione tra Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli.

La separazione fra i fedeli di Roma (polacchi, cechi, slovacchi, croati e sloveni) e quelli di Bisanzio (russi, bulgari e serbi) fu ulteriormente accentuata dall’uso di alfabeti diversi (latino per i cattolici, cirillico per gli ortodossi)

Su questa diversità fondamentale, nel XIV e XV secolo si impose anche la cultura islamica, che i turchi portarono nei Balcani nel corso della loro avanzata verso l’Europa centrale. Si trattò di una esperienza traumatica per gli slavi meridionali, soprattutto per i serbi, vinti dalle forze ottomane nella battaglia del Kosovo del 1389.

La nobiltà serba venne sterminata, la Serbia diventò stato vassallo dei Turchi nel 1396 e venne assoggettata completamente all’impero ottomano nel 1459.

Quella sconfitta, nel secolo successivo spinse i serbi che potevano sottrarsi alla schiavitù a cercar scampo fuori dalla propria patria. Consistenti nuclei di serbi si dispersero un po’ ovunque nell’area danubiano-adriatica.

In Bosnia, invece, una parte consistente della popolazione si convertì all’Islam, complicando ancora la struttura etnico-religiosa di quella terra, dove vivevano da secoli anche comunità cattoliche serbo-ortodosse e croate.

Ciò permise alla chiesa serbo-ortodossa di sopravvivere come unica istituzione autonoma serba, rafforzando ancora di più l’identificazione fra coscienza nazionale e appartenenza religiosa. Diversa fu intanto l’esperienza storica degli sloveni e dei croati. Gli sloveni, che riuscirono a creare nell’VIII secolo un proprio principato indipendente, caddero già all’inizio del IX secolo sotto il dominio dei Franchi, per entrare successivamente nell’orbita della casa d’Asburgo, conservando solo la lingua come unica identità. I croati, invece, costituirono già nel X secolo un regno abbastanza potente, che nel XII si unì, per vicende dinastiche, alla corona d’Ungheria pur conservando la propria individualità storica. In seguito i croati persero parecchi territori ceduti ai turchi o ai veneziani (la Dalmazia fu veneziana dal XV secolo al XVIII sec.). All’inizio del Cinquecento, insieme con gli ungheresi, essi riconobbero il dominio degli Asburgo, che erano l’unica potenza capace in questa parte d’Europa di tenere testa ai turchi.

Dalla comune lotta contro la dominazione straniera nacque anche l’idea di una alleanza che fu alla base del progetto jugoslavo: riunire cioè tutti gli slavi meridionali, soggetti agli Asburgo, in un’unica entità statale. Accanto a questo pensiero d’integrazione da tempo ne veniva formulato a Belgrado uno parallelo che nasceva dalla tesi che il regno serbo avrebbe dovuto svolgere lo stesso ruolo che il Piemonte aveva avuto nell’ unificazione d’Italia. Avrebbe dovuto cioè unire tutte le terre serbe o considerate tali: la Macedonia, il Kosovo, la Vojvodina, la Croazia e la Dalmazia. Un’idea, una situazione che focalizziamo e fotografiamo in questo punto, senza ripercorrere il secolo seguente, per sottolineare come la guerra più recente e i conflitti nell’area Balcanica abbiano origini e motivazioni antichissime.

 

 

 

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