GIORNO 133: la Valle dell’Omo

12 settembre 2015 – Jinka

Continua il mio viaggio in solitaria (sempre in attesa che qualche cicloamatore  voglia aggregarsi per condividere con me qualche colpo di pedale).

Ho lasciato ormai alle  mie spalle la terra rossa del Kenya e la zona del Turkana e sono ormai immerso nel grande e selvaggio sud dell’Etiopia, affascinato e molto emozionato per quanto troverò.

Questo mio viaggio lungo lo Spazio, che mi ha portato da Cape Town sino a al cuore dell’Africa, rischia di diventare una vero e proprio viaggio nel Tempo, per il possibile incontro con le popolazioni tribali che vivono nella Valle dell’Omo.

Partendo da Jinka, prendo una sterrata molto bella che porta in direzione nord e poi nord ovest, per inoltrarmi nei villaggi del popolo dei Mursi.

La sterrata apre un varco nella rigogliosa vegetazione nella valle del Neri, un affluente importante dell’Omo; la cornice dei compagni di strada varia da donne che vanno al fiume per caricare i canestri vuoti di acqua a donne che portano secchi carichi di vestiti da lavare, il tutto sempre colorato e vivacizzato da sgambettanti bambini che seguono le traiettorie più strane dettate dalle fantasie dei loro più impensabili giochi. Bambini che continuano a giocare con la loro fida e logora vecchia gomma della bici, a giocattoli autocostruiti con del filo di ferro a forma di futuribili camioncini molto stilizzati, ai più grandicelli che hanno già una zappa sula spalla, e si proprio una zappa, perché il gioco della vita continua, solo che a quell’età anziché dedicare la loro attenzione allo studio o ad aspetti più ludici, devono divertirsi dedicandosi al gioco dell’agricoltore, o di qualche altra simile attività professionale.

Continuo in questa cornice diventata familiare, anzi decisamente familiare che a volte trovo difficile la mia identificazione in Faranji, mi sembra di essere uno del posto, uno di loro.

Continuo superando un valico e mi si para davanti la parte più a nord della valle dell’Omo,

una savana dominata da una fitta cappa di nebbiolina di calore, scendo e l’enorme phon continua sempre a emanare i suoi costanti 37°C di calore; incrocio un guardia parco che mi guarda incredulo e mi ferma indicandomi che sono in zona pericolosa all’interno del parco e che non è ammessa la circolazione a motocicli e a biciclette. Dal mio canto gli rispondo che non c’era nulla a suffragio x queste indicazioni e comunque mi scuso se inconsapevolmente avevo disatteso qualche regola.

Lo scambio continua, indicandomi di continuare per altri 6 – 7 chilometri dove troverò una stazione dei guardia parco così posso fermare la bici in un posto sicuro e continuare con un passaggio in auto per gli ultimi 20 km circa fino al villaggio dei Mursi.

Il mezzo è necessario perché oltre a me deve ospitare anche una guida e una scorta armata; eh si le armi da guerra mantengono una presenza troppo ingombrante.

La guida mi spiega che i Mursi, sono molto decisi e purtroppo molto volte decisamente suscettibili a qualsiasi cosa che non rientra nei loro codici di lettura.

Mi indica che devo essere molto cauto con le foto e non rischiare di fare qualche foto se prima non accordo adeguatamente il prezzo. Ripongo la macchina fotografica perché tutto questo non rientra nei miei piani, figuriamoci il solo pensiero di mancare di rispetto a qualcuno mi fa degradare qualsiasi voglia di reportage fotografico.

Visto il mio gesto, la guida mi dice che i Mursi sono comunque contenti di ricevere dei soldi.

Sono combattuto, e vedrò al momento del mio arrivo al villaggio come sarà la situazione.

Come arriviamo, non riesco neanche ad aprire lo sportello che i Mursi sono già in posa per le fotografie e mi chiedono birr birr birr (la valuta etiope); io di risposta faccio qualche passo fra loro per sentire la mia prima sensazione, glissando la stretta vicinanza del khalasnikov.

DSC_7800Tiro fuori la macchina fotografica e rompo l’imbarazzo iniziale mettendola al collo di un bambino, invitandolo a fotografare e che possa guardare dentro all’obbiettivo e così qualche foto la facciamo assieme dopo aver chiesto alla guida di tenere un occhio di riguardo se commetto qualche azione non gradita a loro.

Appena i miei occhi incrociano le normali scene di vita dei Mursi, mi chiedo se sono dal vero o se sono in una immensa scenografia di vite umane che scelgono intervenendo sulla propria pelle il loro unico abito che indosseranno per tutta la loro esistenza. Un rapporto con il proprio corpo, che segna una profonda fede verso il contesto in cui sono inseriti. Potrebbero scegliere fra mille svariate opportunità, e invece continuano la loro vita apprezzando situazioni a me del tutto inimmaginabili; tanto è il fascino che emanano che io mi sento legato e frustrato da mille futili e ridicoli aspetti di noi fighetti occidentali. Sono molto assorto fra le mie riflessioni, che mi piacciono e mi danno soddisfazione, che comincio a cogliere piattelli labiali che si allargano con sorrisi entusiasti, vedo mani indaffarate che allestiscono labbra con parti penzolanti, sento scambi normali tra loro, Mursi contenti che si abbracciano e anche la necessaria tranquillità e un po’ fredda realtà che mi permette di risolvere l’aspetto foto\birr, che mi fa tornare con i piedi per terra.

Per un attimo maledico dentro di me questa scelta di documentare qualche momento di vita che mi ha fatto vivere intense e forti sensazioni, sono sempre più dell’opinione che certe scene vanno solo registrate dai propri occhi.

Non ci sono altri turisti, e sono l’unico intruso …… la fortissima luce e la pelle decisamente nera, non aiuta scatti cromatici dato l’alto salto di spot, fa niente anche se le foto possono risultare insufficienti per numero e qualità, quello che conta è che percepisco di non essere un intruso e sono emozionato e contento per il contesto raggiunto.

Ciao a tutti

Alessandro

 

Donna-Mursi-cn-piattello-labiale-Foto-di-Anthony-Pappone

 

Lascia un commento

Tutti campi sono obbligatori

  • andrea brait Scritto 2 anni fa.

    Ale, dove pensi sarai verso la fine dell’anno?

  • Alessandro Scritto 2 anni fa.

    Ciao Andrea, verso la fine dell’anno, dovrei essere grossomodo, nell’area Srebrenica, Tuzla, Sarajevo, chiaramente un mese prima posso fare una previsione decisamente più precisa. Se sei in zona mi farebbe un sacco di piacere fare un paio di colpi di pedale assieme. A presto, ciao

    Alessandro