Giorno 159: si ricomincia a salire…

8 ottobre 2015 – da Addis Abeba a Debre Libanos (Etiopia)

Mi devo sfogare con i pedali, gasato per la fine della rottura di scatole di attesa per il rilascio dei visti, riparto immediatamente in direzione nord nord ovest.

Uscendo dalla città, solito strombettamento di saluto dagli automobilisti al faranij con la bici dei grandi viaggi: strade a due, quattro o cinque corsie (la corsia di sosta è un jollj), ma tutti che lasciano passare il faranij con il braccio ben aperto che deve attraversare deciso anche tutte e cinque le corsie in un colpo solo.

C’è uno strombettamento con un saluto in italiano e un auto che si ferma subito dopo, è il sig. Giuseppe di Carpi, che senza sapere dove stessi andando mi offre subito l’ospitalità gratuita nella sua casa, io lo guardo e lo ringrazio inebetito dalla gentilezza, e non so come dirgli che sto partendo da Addis, e che mi piange il cuore non cogliere l’opportunità di conoscere meglio persone così disponibili. Grazie Giuseppe, anche se non ti conosco sento che sei una gran bella persona, e mi dispiace un po’ non avere tempo (la tappa di oggi è lunga con dislivelli difficili) per scambiare qualche parola di più; sono comunque sicuro che questo si verificherà nel futuro.

Ormai è una costante precisa del mio errare, le situazioni migliori le trovo sempre quando sto lasciando una zona (impreco dentro di me e caz…volo) mai che si presentino quando arrivi nella bolgia serale\notturna condita di semioscurità, ombre di umani e di bestiame, polvere falò accesi al bordo della strada, in cui non capisci niente di quello che sta succedendo tanto è elevato il casino in cui sei inserito.

Da anni è sempre andata così e ormai funzionerà con questo trend.

Salgo sui monti a nord di Addis, in piedi sui pedali di Andrea che sembra essere inchiodata al terreno, come quasi a volersene restare ad Addis, e invece è solo il suo considerevole peso che avevo momentaneamente dimenticato. Affronto le pendenze decisamente impegnative, in cui i camions e i bus datati riempiono l’ambiente a tubo pieno di quel fumo nerastro che senz’altro sarà biologico, perché è uniformemente diffuso e vedo che tutti lo aspirano senza battere ciglio, io sono il solito che impreca dentro di se (senz’altro sto invecchiando), tiro su il buff e vorrei mettere il naso sotto la maglia, ma devo andare in salita, ed è oggettivamente difficile respirare con nuove soluzioni stilistiche, che richiederò una soluzione ai giovani amici designers dell’università di Bolzano, che mi hanno dedicato la loro bella attenzione scolastica.

Quando arrivo sopra, sono felice di aver incontrato la fine dell’inferno respiratorio.

Però dopo, tanto di cappello, mi si apre davanti agli occhi un altopiano che si spiana fra i 2700 e 2900 mt, pieno di pascoli e di prati che tappezzano questa area decisamente diversa da quelle viste fino ad ora in Etiopia.

Faranji continua inserito in questo cesello di prati in altura, con una temperatura invidiabile e popolato da genti operose che salutano e solo di tanto in tanto i bambini chiedono birr ? birr ? con qualche educato lancio di sasso.

Avevo proprio voglia di pedalare e questa giornata cade giusta a fagiolo, per abbandonare lo stress da uffici immigrazioni delle ambasciate.

Non trovo più facilmente lungo la strada, le mie amate banane, e arrivo a Debre Libanos, stanco e con qualche crampo; fa niente, ci sta.

Ciao

Alessandro

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