Giorno 54: le fatiche alla frontiera…

23 giugno 2015 – da Louis Trichard a Beitbridge (Zimbabwe)

Caricata la bici, le cose non sono proprio a suo posto, ma non c’è tempo per i vari perfezionismi, bisogna pedalare per uscire un po’ veloci da un ambiente che mi ha ben ospitato per questo periodo.

E’ un po’ come salutare qualcuno a cui si vuol bene o si è voluto bene, e poi oltre alle gocce di sudore c’è anche qualche altro liquido che scende, e allora non è più finita.

La cosa non è per niente semplice, perché l’ultimo tratto di pedalata sudafricana, mi regala un contorno di baobab per un centinaio di chilometri, e per un semplice ciclista, pedalare con baobab secolari che ti sfilano affianco, è una situazione completamente nuova. Sembra siano li per dirti qualcosa, per invitarti a fermare un momento l’evoluzione della pedalata, perche qualcosa senz’altro hanno da suggerirti.

Niente bisogna andare, il valico di frontiera che mi aspetta non è proprio dei più agevoli e ormai è pomeriggio inoltrato; auspico che la bici aiuti i vari leziosi passaggi.

Camions, furgoni e auto più o meno strane, cartelli stradali che invitano a non sostare per la zona ad alto rischio di criminalità, e niente per noi ciclisti, solo fumo, polvere, clacson verso non si sa chi e occhi stralunati che continuano a vivisezionarti quando mi incrociano.

Una gentile referente dell’immigrazione mi blocca per un intervista sul come ho trovato la zona di frontiera relativa al sudafrica; e si … qualcosa di non proprio allineato, è scappato, ma si sta facendo buio e io sono a cavallo del temibile mezzo semisconosciuto da queste parti.

Il passaggio sul Limpopo river, ha qualcosa di magico, per un attimo cerco di immedesimarmi con le genti che migravano e che dovevano attraversare un fiume di così grandi dimensioni. Se era gente di mare, costruirsi una barca o una zattera non era certo un problema, ma se avevano sempre vissuto in una caverna, forse non era così diretto costruire un mezzo che riceve una spinta dal basso verso l’alto che lo fa galleggiare. “Forse Archimede era presente molto prima di quanto noi possiamo immaginare”.

Ingresso alla frontiera dello Zimbabwe, ve lo lascio immaginare, tutto quello sopra accennato viene condito da un’ammasso di derrate e cose di qualsiasi altro tipo che i doganieri controllano o semplicemente fanno un qualche cosa che da loro questa carica. E andrea se ne sta fuori da sola, fintanto che io entro nella bolgia per conquistare un posto davanti al sospirato sportello.

Non c’è problema, vado da un signore con un manganello in mano, con lo sguardo rivolto alle stelle, e gli chiedo come posso fare per lasciare Andrea incustodita, il manganellante oltre a non capire mi guarda strano e dopo qualche attimo riprende la parola e mi chiede qualche dato su quello che sto facendo in bici da quelle parti. Forse neanche dopo due minuti, posso permettermi di lasciare andrea, senza lucchetto nel baracchino dello stellato custode, che ha aumentato il volume toracico per l’importante incarico.

Scherzi a parte, se non c’era lui, non sapevo proprio che c….o fare. Lo sto ancora mentalmente ringraziando. All’interno dell’immigrazione, c’è una donna che urla in un assordante silenzio di fondo. Dopo un po’ degli agenti di frontiera scattano fuori da una porta e ci dividono in quattro gruppi, io resto nello sportello della signora dalle gentili parole, che inveiva verso i colleghi perché a dir suo era l’unica che lavorava (aveva ragione). Talmente incazzata che nessuno chiede alcunché e tutti aspettano il ritorno del passaporto con il temibile timbro. Lo stesso anche per me.

Esco, saluto, ringrazio, cerco di dare una mancia, ma i mille occhi puntati addosso fanno desistere il doganiere. Salto in bici, sono stanco, sudato e pieno di polvere, e non so dove sbatterla testa per dormire, comunque esco e all’ultimo passaggio doganale, mi si fa presente che forse tre giorni per attraversare lo Zimbabwe in bicicletta non sono tanti e capisco l’ ilarità diffusa, mi faccio riconsegnare il passaporto e mi indicano che sul visto l’innervosità addetta doganiera che nessuno aveva rivolto parola, aveva messo un timbro senza nulla chiedere.

Sono decisamente stanco e non ho la forza di reagire, chiedo ai giovani doganieri cosa posso fare e mi dicono solo a Bulavajo, posso provare a risolvere la situazione.

Beitbridge, villaggio di frontiera mi aspetta, benvenuto in Zimbabwe.

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