I POPOLI D’ ETIOPIA

In Etiopia si incontrano una settantina di etnie, con origini, cultura, lingua, religione differenti tra loro. La stragrande maggioranza della popolazione etiope vive in aree rurali occupandosi di agricoltura di sussistenza e allevamento. Religione, famiglia, tribù sono aspetti predominanti nella vita di un etiope, con le tradizioni che si tramandano immutate di generazione in generazione da secoli e in alcuni casi da migliaia di anni.

Le più significative, percorrendo l’Etiopia dal sud al nord sono queste:

Gli Hamer:

tribù che pratica agricoltura e allevamento. I mercati settimanali di Dimena e Turmi sono momenti topici per gli appartenenti a questa e altre tribù che si ritrovano per comprare, vendere, scambiare ogni sorta di merce. Si contraddistinguono per le elaborate acconciature femminili e per le decorazioni del viso nei giovani maschi. Quando un giovane hamar diventa adulto viene sottoposto ad uno spettacolare rito di iniziazione che prevede di saltare da una schiena all’altra di numerosi tori che vengono allineati per il rito. Le giovani donne Hamar, in questa occasione per dimostrare l’amore nei confronti del ragazzo sottoposto alla prova si fanno frustare: le cicatrici saranno segni di bellezza, coraggio e amore indelebili.

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I Karo:

piccola tribù del sud dell’Etiopia che vive suddivisa in clan in prossimità delle rive del fiume Omo. Vivono in piccoli insediamenti, spesso protetti da muri in pietra che hanno lo scopo di difendere il villaggio e proteggere il bestiame. All’interno dei villaggi si trovano delle interessanti sculture in legno. Gli uomini sono molto abili a decorare il corpo e il viso con una mistura di gesso bianco. A dimostrazione del coraggio per aver ucciso animali e nemici, gli uomini Karo per ogni esemplare ucciso decorano il proprio corpo facendo delle scarificazioni sulla pelle.

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I Mursi:

tribù del sud dell’Etiopia che vive di agricoltura e pastorizia nei Monti Bale e nella valle dell’Omo. Le donne si incidono il labbro inferiore per inserire in occasione di alcune cerimonie un piattello labiale in legno o terracotta con un diametro crescente. Questo rituale sembra sia stato praticato in passato per dissuadere i cacciatori di schiavi a catturare e deportare le donne ed è ora rimasto come segno di bellezza. Gli uomini invece sono a volte completamente nudi eccetto che per alcune parti del corpo dipinte di bianco. I giovani sono sottoposti a varie prove di forza e coraggio e, in occasione di festa, ingaggiano sanguinosi combattimenti con lunghi bastoni.

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I Konso:

si contraddistinguono per la loro capacità di coltivare i campi, creando terrazzamenti, e fare lavori manuali. Le loro sculture funerarie, sorta di lapidi dalla forma di un totem, sono molto belle tanto da essere state, in un recente passato, preda di speculatori e di razziatori che le hanno poi vendute ad antiquari senza scrupoli. Una legge governativa ne ha, qualche hanno fà, proibito l’esportazione. Particolari sono anche i gioielli in pietra e in resine simili all’ambra delle donne Konso.

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I Borana:

“il popolo dell’aurora” vive nell’Etiopia del sud e nel nord del Kenya. Si tratta di una tribù seminomade il cui modello sociale è simile a quello degli Oromo che tratteremo qui a seguito. I Borana hanno un forte senso primordiale di armonia con la natura che ha permesso loro nel tempo di sopravvivere mantenendo in equilibrio le forze dalle quali dipendono : il cielo, l’acqua, la terra, gli animali che rappresentano il loro patrimonio economico e le regole della società alla quale appartengono che ha una forte componente di spiritualità. Fieri, orgogliosi, guerrieri, si considerano l’etnia primogenita, il popolo più puro del gruppo oromo, non corrotto dalla modernità. Sono pastori seminomadi che si muovono, con le loro mandrie, a cavallo della frontiera fra Kenya e Etiopia. Vivono in capanne di canniccio tenute insieme dall’argilla e dal fango. Sono piccole cupole dalle intelaiature facilmente smontabili per essere trasportate durante le lunghe transumanze. I Borana estraggono il sale, essenziale per l’alimentazione dei loro bovini, da piccoli laghi vulcanici. Sono abili ingegneri idraulici: scavano, con un lavoro immane, pozzi a gradoni, profondi fino a 30 metri. Sono un clan molto unito. La pace e l’armonia sono comandamenti da rispettare all’interno dell’etnia, ma non valgono verso “gli stranieri”. Sono infatti guerrieri bellicosi ed aggressivi. Uccidere un altro uomo era, fino a pochi anni fa, un onore: voleva dire conquistare lo status di guerriero. Solo chi ha ucciso un nemico può fregiarsi del titolo di diira, il “virile”. Il Borana tagliava all’avversario ucciso il pene e i testicoli: era la prova dell’impresa, della vittoria. Solo chi esibisce tale trofeo ha diritto di indossare orecchini, collane e bracciali d’avorio.

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Gli Oromo:

è il ceppo più numeroso dell’Etiopia e si presume che fino al XVI secolo occupassero principalmente le pianure e le valli appartenenti oggi alla Somalia e l’Etiopia del Sud in prossimità dei monti Bale. Sono chiamati anche Galla, un termine da evitare in loro presenza in quanto assume funzione dispregiativa. Nella loro lingua il “ga” ha una funzione privativa e Lla sta ad indicare Dio. Dunque Galla significa “senza Dio”. Li chiamavano così per la loro crudeltà, per essere inflessibili, per non provare alcuna pietà per i vinti in passato e ancora attualmente per coloro che ritengono nemici. Si occupavano, e molti ancora lo fanno, di agricoltura e di allevamento. La società degli Oromo è modellata secondo un complesso sistema conosciuto con il nome di “gadaa”. Gli uomini sono suddivisi secondo la fascia di età a cui appartengono e, in seconda battuta, secondo la posizione generazionale del padre (luba). Sono previsti 10 periodi ciascuno della durata di 8 anni che permettono agli uomini di entrare nelle diverse categorie sociali e di andare a ricoprire gli incarichi previsti per ognuno di essi; nel quarto periodo (verso i 30 anni), l’uomo si sottopone a diversi riti e prove che ne determinano il “luba”; ogni passaggio è contraddistinto da cerimonie. L’autorità a governare è affidata a piccoli gruppi di persone che sono entrati a fare parte del sesto periodo (Abba Gadaa) che viene rinnovato automaticamente ogni 8 anni con la generazione successiva. Gli Oromo praticano la poligamia.

Sulla bandiera della regione oromo spicca un colossale sicomoro, l’albero della pace, l’albero sotto la cui ombra si riuniscono le assemblee dei villaggi e vengono prese le decisioni più importanti. Per secoli, per i padroni dell’Ethiopia, gli oromo non sono mai esistiti: erano liquidati e disprezzati come pagani, come degli stranieri.
Gli Oromo sono, in realtà, una confederazione di popoli originari dell’Etiopia.
L’albero genealogico oromo si è poi diviso in sei gruppi principali e 200 sottogruppi.

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Gli Amhara e i Tigrini:

occupano la maggior parte dei territori degli altopiani settentrionali ed insieme, rappresentano una percentuale importante della popolazione etiope, vivono principalmente in aree rurali costituite da piccoli villaggi e cittadine, si occupano prevalentemente di agricoltura e sono in maggioranza di religione cristiano copta. Discendono dall’antico regno Axumita che ebbe una grande importanza economica e strategica nel mondo antico, la lingua è l’amharigna (più dolce) e il tigrigna rispettivamente, entrambe originate dal ge’ez, l’antica lingua semitica. Oggi l’amharigna è lingua ufficiale dell’Etiopia. Le abitazioni nei villaggi per lo più semplici, sono spesso in pietra di forma circolare con il tetto in paglia. La vita quotidiana prevede diversi compiti distribuiti all’interno del nucleo famigliare che ne garantiscono l’indipendenza e la sussistenza; i numerosi mercati settimanali che sono raggiungibili a diverse ore di marcia dai villaggi sono, accanto alle ricorrenze religiose legate alle numerose chiese, gli eventi sociali più rappresentativi nella vita degli Amhara e dei Tigrini.

Si distinguono oltre che per la lingua (che grossolanamente offre le stesse differenze come da noi tra italiano e spagnolo) per il sistema di vita:

I Tigrini sono agricoltori sedentari, hanno un legame profondo con la terra. Hanno uno spiccato senso della gerarchia, con i consigli di villaggio, i baito, al vertice del potere locale. Sono cristiani copti influenzati dal monastero di Debre Damo e dalle grandiose chiese rupestri attorno a Makallé.
Abitano negli hedmò, case di pietra isolate, a pianta rettangolare, spesso costruite in zone inaccessibili: un’unica grande stanza funziona da camera, da magazzino, da cucina. Le pietre dei muri sono saldate insieme con argilla. Il tetto è piatto, colonne in legno sorreggono un soffitto di ramaglie intrecciate. Il tetto si prolunga all’esterno, creando davanti alla porta della casa una sorta di porticato sotto cui sedersi a lavorare o a chiacchierare alla luce di piccoli fuochi. Un recinto, in pietra o costruito con arbusti spinosi, circonda la casa e indica la proprietà privata della famiglia.

Gli Amhara per contro sono conservatori, testardi, dispotici, fatalisti. Oppure: aristocratici, orgogliosi, fieri. La forza della nobiltà e del clero risiede in rituali costanti, nella potenza millenaria di una tradizione che si perde nella notte dei tempi, nell’autorità del Cristianesimo, nella solitudine e nella separatezza della vita di corte e dei nobili. Attorno alla sacralità dell’impero vivevano milioni di contadini avvolti nello shamma, nel tessuto di cotone grezzo come unica difesa contro il gelo dell’altopiano. Gli Amhara, per secoli, sono stati l’etnia dominatrice, hanno cercato di imporre le loro leggi a tutta l’Etiopia. In settecento anni di storia, solo una volta il “re dei re” non è stato un amhara, ma un tigrino. Sono stati nemici mortali dell’indipendentismo eritreo, hanno conteso per secoli il potere coi tigrini: un conflitto che ha segnato la storia dell’Etiopia e che continua latente. Non a caso il tigrino Meles Zenawi, dopo la caduta di Menghistu, ha scelto come capo del governo proprio un amhara.
L’amharigna è la lingua ufficiale etiopica: parlata ad Addis Abeba, nel Gojjam, a Gondar e nel Wollo Occidentale. Viene però insegnata ovunque.
Fuori dalle città, il villaggio amhara è molto più simile all’insediamento di una famiglia allargata che a un vero e proprio paese.

Amhara

I tukul circolari sono costituiti da un impasto di argilla e paglia di teff, la graminacea locale. Un palo, al centro della casa, sostiene il soffitto. La pianta circolare riprende l’architettura delle chiese copte. E i cristiani copti, i sacerdoti e i monaci di questa regione “di pietra”, sono il vero potere della civiltà amhara, il punto di riferimento. Eddil, l’idea del fato, del destino, è inseparabile dalla cultura amhara.

La vita di un contadino amhara, del suo villaggio, della sua famiglia è disciplinata dal volere di Dio.

 

 

La tragedia del bene comune

Una delle problematiche che le popolazioni del Sudetiopia stanno affrontando con grande difficoltà, popolazioni di agricoltori/allevatori transumanti, è dovuta a quella che loro stessi chiamano “la tragedia del bene comune”. Sino ad oggi i pastori, avevano accesso all’erba in quanto essa è bene comune perché nessuno la cura. Per avere molta erba però bisogna dar fuoco alla savana, cosa che i Borana i Hamar, i Mursi un tempo facevano.

Le limitazioni a questa pratica del governo di Addis Ababa sia per aiutare la gente che vive nel bush, sia per favorire la reintroduzione degli animali, sterminati dall’occupazione russa e cubana dell’Ethiopia, fanno sì che i cespugli e in prospettiva gli alberi avanzino sempre di più e i pascoli diminuiscano. Per questo spesso questi popoli migrano verso il Kenya.

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  • venezia2016 Scritto 1 anno fa.

    mancano delle popolazioni

    • sergio Scritto 5 mesi fa.

      non si parla degli abissini, gli immigrati dell’etiopia che stanno imponendo la loro cultura