Il senso Africano del Tempo

Il Tempo per gli africani è in funzione delle relazioni umane ed è al servizio dell’uomo: mai viceversa.
Non si inseguono scadenze o appuntamenti se non quelle unanimemente conosciute come “feste comandate” da tutti riconosciutee condivise.

Così la quotidianità, per una persona estranea alla cultura africana, può assumere forme esasperanti, come capita ad esempio all’arrivo di un ospite proprio mentre un africano sta partendo per andare a un appuntamento o a svolgere un compito ben preciso.
In una tale circostanza la priorità viene data alla relazione umana che sta per iniziare in quel momento preciso e tutto il resto viene posticipato.

Il visitatore ha priorità su tutto e su tutti.
Così, il fermarsi un attimo per dar corso ad una commissione, come ad esempio farebbe il postino in Europa, diviene quasi impossibile.
Se si arriva da qualche parte, da qualcuno, ci si deve sedere, dare all’ospitante il tempo di preparare il thè, il caffè, del cibo, e poi si può cominciare a discutere.
Se non si ha tempo, è meglio non andarci per niente: non ha alcun senso andare per lasciare un documento e voler proseguire.

Dopo qualche tempo si impara e ci si lascia quasi cullare da questo diverso senso della concezione del tempo.
Si impara che, ad esempio, se si va a far visita a qualcuno, si deve calcolare di starci almeno un paio d’ore, in modo di lasciare a chi ci ospita il tempo di catturare la gallina che fugge in cortile, spennarla, cucinarla, prepararela polenta e mangiare, prima di sentirsi dire dopo infinite ripetizioni alla domanda “Come stai? Come vanno le cose?”
E infinite risposte sempre uguali “…allora, cosa mi devi chiedere? Perché sei venuto fin qui?”.

L’esempio, naturalmente, non fa testo solo per ciò che riguarda la tipologia del cibo: la polenta fa parte delle tradizioni sudafricane, del Mali, di Zambia e Zimbabwe, sostituita dalla injera e dal caffè in Ethiopia o da altre pietanze più a nord.
Ma il senso degli africani per il tempo avrebbe fatto la gioia di un fisico come Einstein, che lo ha posto al centro dei suoi studi assieme allo spazio.
Così, non è raro, nelle savane (non in città, le città sono più o meno eguali in tutto il mondo per ciò che riguarda la concezione del tempo) attraversate da strade o ampie piste, o tra monti e colline, osservare capannelli di persone in attesa di un autobus a bordo strada: servizio pubblico di collegamento.

C’è gente che a volte aspetta tutto il giorno, talvolta senza esito. E allora?
Allora si affronta la camminata verso il villaggio, senza arrabbiarsi, senza brontolare e si torna il giorno seguente, stesso punto, stessa lunga camminata per raggiungerlo e si attende, consci del fatto che il mezzo può essere incappato in una foratura, in una rottura del motore o di un semiasse visto che questi mezzi viaggiano sempre stracarichi.
E’ che spesso si tratta dell’autobus per raggiungere la città, lontano, a volte a qualche centinaio di chilometri e il viaggio dunque non è mai programmato per motivi banali.
Ma il fatalismo nell’attesa non cambia mai…

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