KARL MAUCH: storia di un avventuriero poco fortunato

Karl Mauch, scopritore delle rovine nel secolo XIX e personaggio dalla storia obsoleta le cui avventure sono da romanzo. Grande Zimbabwe, sito archeologico dell’ Africa meridionale sospeso fra mito e realtà. Due leggende intecciate fra loro. Figlio di un falegname, Karl Mauch era nato a Stetten im Remstal nel 1837. Dopo aver studiato Pedagogia e nel periodo in cui lavorava come precettore presso differenti famiglie facoltose, iniziò a interessarsi per la vegetazione africana. Così si mise in testa di visitare il Continente Nero. Ma stiamo parlando di un giovane che viveva nel XIX secolo e aveva pochi soldi in tasca. All’epoca un viaggio in Africa non era di certo una passeggiata, richiedeva denaro, una buona organizzazione e solidi aiuti in loco.

Il grande viaggio

Mauch risolse il dilemma: cominciò a lavorare per una società armatrice di Amburgo, poi si imbarcò. Finalmente nel 1865, dopo due anni passati sul mare, giunse a Durban. Fino al 1871 girò per l’Africa meridionale, esplorò il Continente, si informò sugli usi e le tradizioni degli indigeni, prese notizie e documentò con disegni tutto ciò che vedeva.

Da Durban, in Sudafrica, era risalito fino allo Zimbabwe, nel corso delle esplorazioni aveva scoperto anche diverse miniere d’oro, numerose nella regione. Ironia della sorte: queste miniere sarebbero poi cadute nelle mani dei predatori occidentali, mentre Mauch dovette ingegnarsi fino alla fine della sua vita per trovare dei lavori con cui poter sopravvivere.

Disegno di Grande Zimbabwe eseguito da Karl Mauch. Archivio di Stato di Stoccarda.
Disegno di Grande Zimbabwe eseguito da Karl Mauch. Archivio di Stato di Stoccarda.

Nel 1866 l’esploratore fece la conoscenza dell’avventuriero e cacciatore di avorio inglese Henry Hartley, insieme al quale viaggiò nel regno dei Matabele. E nel 1871 Karl Mauch scoprì, non lontano da Masvingo, le rovine di Grande Zimbabwe che interpretò come il mitico regno della regina di Saba. Grande Zimbabwe: un sito eccezionale in Africa, al di sotto del Sahara.

La fine delle avventure

La malaria lo costrinse a tornare in Europa. Mauch pubblicò le sue notizie e i bellissimi disegni nel volume “Entdeckungen in Südostafrika”, un’opera che gli fruttò il riconoscimento della Royal Geographical Society inglese e anche un modesto premio in denaro. Questo aiuto economico, però, non bastava per vivere. Ci voleva altro. Karl Mauch cercò di trovare un’occupazione in campo scientifico, ma senza successo, e alla fine dovette guadagnarsi la vita lavorando in una fabbrica di cemento. Fino alla fatidica notte del 1875, in cui fu colto da un attacco di asma e precipitò dalla finestra di casa subendo gravi ferite. Fu ritrovato soltanto alcune ore dopo la caduta e portato all’ospedale, ma di lì a pochi giorni morì. Fu sepolto al cimitero di Praga.

Karl Mauch era un uomo d’altri tempi, alla sua epoca in Europa si sapeva ben poco dell’Africa e delle sue culture. Si credeva ancora che Grande Zimbabwe fosse stata la favolosa terra di Ophir, regno della regina di Saba. Leggende africane, invece, raccontano che la città faceva parte di un regno fenicio, abitato da un popolo che gli Zulu chiamano Ma-lti. Questi avrebbero reso schiave le tribù zulu, affinché gli uomini dalla pelle scura lavorassero nelle miniere.

Ma un giorno ci fu una rivolta, e Grande Zimbabwe fu distrutta dagli stessi Zulu. La giornalista Christa Zettel, che ha studiato per anni le leggende di queste tribù africane, afferma che non si può separare il racconto dei fenici Ma-lti di Zimbabwe da quello di una regina bianca giunta da lontano che avrebbe regnato nel Kalahari su diverse etnie africane e straniere, tra cui vi erano uomini dalla carnagione chiara, i capelli lunghi e i grandi nasi aquilini. Questi adoravano una divinità lunare femminile che chiamavano Neni oppure Nanana.

Sarebbero vissuti per generazioni nelle paludi del fiume Okavango, in case di canna e praticando la pesca, la caccia ma anche l’agricoltura. Inoltre avrebbero edificato nell’odierno deserto del Kalahari, la “città della luna”. Questo luogo perduto del Kalahari fu per anni la meta agognata di numerosi esploratori e avventurieri. Qualcuno disse di averlo veduto, ma ne perse le tracce. Ancora oggi i sognatori più tenaci lo cercano.

L’antica città di pietra degli Zulu

Correva l’anno 1871 e quando l’esploratore Karl Mauch si trovò dinanzi alle rovine, ebbe di certo un tuffo al cuore. Possenti mura alte dieci metri, costruzioni labirintiche, tonnellate di pietra. Chiare tracce di un regno antico. I resti dell’antica città, costruiti con blocchi di granito privi di malta, sono situati ad un’altitudine di 1140 metri, si trovano circa 240 chilometri a sud di Harare, capitale dello Zimbabwe, e 40 chilometri a est di Masvingo.

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Un complesso architettonico importante, detto Great Enclosure,  è situato sulla collina più alta (probabilmente quello sacro e propriamente regale), gli altri edifici nella valle o su alture adiacenti.

Ovviamente l’altopiano era una posizione strategica, che permetteva agli abitanti di Grande Zimbabwe di vivere senza l’incubo della malattia del sonno, piaga africana frequente e mortale, diffusa nelle regioni equatoriali del continente e soprattutto nelle zone di pianura.

Le rovine di Grande Zimbabwe si estendono su ben 722 ettari di terreno e sappiamo che questo centro fu la capitale di un regno. La sua importanza e anche la sorpresa che deve aver risvegliato nell’animo di Mauch, è dovuta soprattutto al fatto che si tratta di uno dei pochi grandi complessi di pietra che siano stati mai scoperti a sud del deserto del Sahara. Ma non solo questo: anche l’imponenza dei bastioni in cui si trovavano le abitazioni della famiglia reale, la torre conica dalla funzione tutt’oggi sconosciuta, i templi e le mura impressionano per la loro originalità architettonica. Sono unici al mondo.

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Veduta dell’altopiano di Grande Zimbabwe

Furono dei viaggiatori portoghesi del XVI secolo, i primi a trovarsi al cospetto di Grande Zimbabwe. L’esploratore Antonio Fernandez la descrisse come la fortezza di re Monomotapa, “fatta interamente di pietra e senza calcina “. E furono sempre dei viaggiatori portoghesi che al loro ritorno in Europa diffusero la voce di aver trovato nel cuore dell’Africa, a Grande Zimbabwe, il favoloso paese biblico di Ophir, quello da cui proveniva la mitica regina di Saba.

Il palazzo di re Salomone

Così il missionario Joao dos Santos scriveva nella sua opera “Ethiopia Oriental”, pubblicata nel XVII secolo:

“Sulla cima di questa montagna vi sono ancora frammenti di antiche mura e rovine di pietra (…) gli indigeni assicurano di aver saputo dai loro antenati che un tempo questi edifici appartenevano al palazzo della regina di Saba. Dicono che in questa zona sono state ritrovate grandi quantità di oro, trasportato per nave lungo il fiume Cuamas fino all’Oceano Indiano (…) Altri raccontano che le rovine appartengono a una residenza di re Salomone. (…) Non posso fare delle affermazioni certe, e tuttavia penso che il monte Fura o Afura potrebbe essere la terra di Ophir, da cui venne trasportato l’oro a Gerusalemme. In tal senso si potrebbe davvero pensare che questi edifici fossero un palazzo di re Salomone.”

Il problema è che, come osserva l’antropologo Herbert Ganslmayr, “…non si voleva credere che la città fosse stata costruita da africani”. Non era possibile immaginare che le tribù zulu potessero edificare la capitale di un regno antico in un’epoca in cui il razzismo era ancora molto forte e gli europei andavano fieri di appartenere alla “superiore” razza bianca. Di conseguenza anche Grande Zimbabwe doveva essere interpretata come un’opera della razza bianca, magari anche di genti mediorientali.

 

 

Interno delle mura della Great Enclosure di Grande Zimbabwe
Interno delle mura della Great Enclosure di Grande Zimbabwe

Oggi, dopo che sono stati effettuati diversi rilevamenti archeologici con il metodo del radiocarbonio e della dendrocronologia, si suppone che alcune parti più antiche del complesso siano state costruite intorno al V secolo a.C., mentre le strutture più “recenti” della Great Enclosure (il complesso principale) risalirebbero a un periodo che va dall’XI al XIV secolo d.C.

Viene così a cadere la favolosa ipotesi della regina di Saba e anche quella del suo amante, re Salomone. Ma non per questo Grande Zimbabwe perde quell’aura di mistero che la circonda. Perché, aggirandosi fra le rovine, ci si chiede come funzionasse un’organizzazione sociale in grado di costruire nel cuore dell’Africa edifici così grandiosi, e perché i capi di quelle tribù decisero di farlo.

(dal racconto di Sabina Marineo, Storia-Controstoria)

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