KENYA – cyclopedia

Il Kenya (in swahili Jamuhuri ya Kenya, in inglese Republic of Kenya) è stato dell’Africa Orientale, confinante a nord con Etiopia e Sudan del Sud, a sud con la Tanzania, a ovest con l’Uganda, a nord-est con la Somalia e bagnato ad est dall’oceano Indiano.

Nairobi ne è la capitale e la città più grande.

Numerose le città costiere del Kenya fondate dagli arabi che, ufficialmente a partire dal XII secolo d.C., ma probabilmente da epoche anteriori intrattennero rapporti commerciali via via sempre più intensi con i gruppi indigeni.

Dall’incontro tra i due popoli nacque la cultura swahili, contraddistinta da due elementi di unificazione: la lingua kiswahili (che contiene elementi arabi, portoghesi, bantù, inglesi e addirittura qualche parola similveneto-italiana) e la religione islamica.

bandiera kenya

Storia

Gli agricoltori kĩkũyũ, etnia del gruppo bantù, rappresentarono subito il gruppo più potente e numeroso del territorio; la loro supremazia non fu mai messa in discussione. I più celebri Maasai sono un popolo nilota che arrivò nell’odierno Kenya nel XVII secolo, per occupare quello che è oggi il loro territorio.

Questa data è ottenuta contando a ritroso i gruppi di iniziazione, i cui nomi sono ricordati oralmente senza eccezioni da tutti i clan Maasai.

Furono i Kamba, popolazione agricola interposta tra la costa e il centro del paese, ad utilizzare storie sulla presunta ferocia dei Maasai per evitare che troppe carovane di mercanti raggiungessero l’interno, togliendo loro il ruolo di mediatori nei commerci tra la costa e le regioni interne. In quel periodo i portoghesi occuparono alcune località della costa, ma in seguito vennero soppiantati dai sultani omaniti di Zanzibar. La presenza degli europei si intensificò alla fine del XIX secolo, quando il Kenya divenne una colonia britannica.

Gli inglesi sfruttarono le varie etnie in maniera diversa, creando di fatto gruppi sociali a cui venivano affidati compiti distinti.

Dopo aver scacciato gli indigeni dai fertili altopiani dell’interno, avviando il sistema agricolo delle piantagioni asservirono i Kĩkũyũ, impiegati nelle fattorie disseminate sul territorio; i Kamba vennero spinti ad arruolarsi e dar vita al nascente esercito. I Luhya vennero impiegati in lavori domestici e nell’artigianato e questa divisione, visibile ancor oggi nella società keniota ha fatto il gioco dei colonialisti.

Nel secondo dopoguerra i Kĩkũyũ lottarono aspramente per conquistare l’indipendenza (molti parteciparono alla celebre rivolta dei Mau-Mau nella quale si reinterpretavano in chiave marxista rivoluzionaria le tradizioni e la religiosità dei kikuyu, la popolazione più colpita dall’accaparramento coloniale delle terre da parte degli inglesi) che fu ottenuta nel 1963 e le elezioni di quell’anno portarono Jomo Kenyatta, uno dei leader indipendentisti, alla presidenza del paese. Nel 1978, morto Kenyatta, fu eletto presidente Daniel Arap Moi che proseguì la politica del suo predecessore; nel 1982 approfittando di un fallito golpe da parte dell’esercito, Moi riuscì a consolidare il proprio potere, perseguitando come traditori i suoi oppositori politici e introducendo nel paese il monopartitismo.

Con la fine della Guerra Fredda, il mondo occidentale cominciò a condannare i metodi dispotici e polizieschi di Moi, che, messo alle strette dalla minaccia di embargo, reintrodusse nel paese il multipartitismo: tuttavia, Moi riuscì a riconfermarsi nel 1992 e nel 1997. Nel 2002 non si ripresentò come candidato perché costituzionalmente proibito, segnando di fatto il crollo del proprio regime: il nuovo presidente fu Mwai Kibaki che avrebbe avuto l’incarico di risollevare le sorti del Kenya.

Le elezioni generali del 2008, però, furono segnate da un’esplosione di violenza etnica che proseguì anche dopo la proclamazione di stretta misura della vittoria del partito del presidente uscente: solo grazie alla mediazione ONU si giunse ad un armistizio tra le fazioni, con l’intesa che il presidente Kibaki ed il suo principale rivale Odinga governassero insieme: quest’ultimo è stato quindi nominato primo ministro, carica neoistituita e successivamente abolita. Le elezioni generali del 2013 sono state vinte da Uhuru Kenyatta, figlio di Jomo Kenyatta.

Il 2 aprile 2015 è avvenuta la Strage di Garissa.

Morfologia

La geografia del Kenya è alquanto complessa: è attraversato dall’equatore ma pur essendo un paese equatoriale e tropicale, presenta climi molto vari. Nel nord si trovano aree desertiche e nel centro-sud altopiani, con boschi e savane. Il paese è attraversato da lunghe catene montuose. Complessivamente, l’elemento morfologico che più caratterizza il Kenya è la Rift Valley, che lo “spacca” da nord a sud. Le acque interne presentano laghi di acqua dolce e di acqua salata; numerosi sono anche i soffioni boraciferi e i geyser. Pochi invece i fiumi, di cui solo due hanno una portata e una lunghezza degne di nota (il Tana e il Galana).

Alla fascia costiera, lunga oltre 400 km, succede una regione di altopiani aridi; quello centrale, che si eleva tra i 1500 e i 3000 metri, è diviso dalla frattura della Rift Valley che si sviluppa da nord a sud e che forma il bacino del Lago Turkana (ex lago Rodolfo). Ai lati della Rift Valley si innalzano imponenti massicci vulcanici, il maggiore dei quali è il monte Kenya (5199 m), e il monte più alto dell’Africa, il Kilimanjaro (5358 m) al confine con la Tanzania. L’altopiano degrada a ovest, in prossimità del Lago Vittoria e a nord dove il territorio del Kenya è occupato da un ampio deserto.

Idrografia

I fiumi del Kenya non sono grandi; i due principali, il Tana e il Galana, si gettano nell’Oceano Indiano e hanno un regime molto variabile nel corso dell’anno. Il lago più vasto del paese è il Turkana, dal momento che solo una piccola porzione del Lago Vittoria appartiene al territorio del Kenya; il Lago Turkana ha acque salmastre e vi affiorano numerose isole. Attualmente, il lago va riducendosi per le dighe costruite e in costruzione sull’Omo River. La decisioneè dei Governi dell’Ethiopia, che puntano all’autosufficienza energetica. Dopo GIBE 1 e GIBE 2, ora è in fase di completamento GIBE 3 che, secondo molti osservatori, farà calare il livello del Lago Turkana di circa 20 metri. Il fatto ha causato una violenta ribellione delle popolazioni a valle con circa 60 mila sfollati.

Il clima

Il clima, caldo e umido nelle regioni costiere, diventa più mite e asciutto nel cuore del Paese, in rapporto all’altitudine. Le piogge sono concentrate in due periodi dell’anno: da marzo a maggio le grandi piogge, mentre da ottobre a dicembre le “piccole” piogge, intense ma brevi. L’ambiente dominante è quello della savana; numerosi i parchi naturali che coprono circa il 10% del territorio nazionale. Sulle pendici delle montagne e lungo il corso dei fiumi si trovano tracce dell’originaria foresta pluviale, mentre a nord, nelle zone meno piovose, la savana sfuma nel deserto. La savana è l’habitat di grandi mandrie di erbivori (antilopi, gazzelle, giraffe, bufali, zebre, elefanti) e dei loro predatori (leoni, leopardi e ghepardi). Nelle acque dei laghi e dei fiumi vivono ippopotami e coccodrilli.

Popolazione

La popolazione (ufficialmente 42 milioni nel 2011) continua a crescere a ritmi elevati: nel giro di vent’anni è pressoché raddoppiata e molto alta è la quota di giovani con meno di quindici anni. La densità demografica è elevata nella regione interna degli altopiani, mentre la fascia costiera è poco abitata, fatta eccezione per l’area di Mombasa. Il tasso di urbanizzazione è alto, con il 45% della popolazione radunata in zone urbane che si stanno estendendo. La popolazione urbana si addensa soprattutto nelle città di Nairobi, la capitale, e di Mombasa, sulla costa.

Etnie

La popolazione è suddivisa in più di settanta etnie, appartenenti a quattro grandi famiglie linguistiche: i bantù, i nilotici, i paranilotici e i cusciti. Un tempo il paese era abitato da gruppi stanziati lungo la costa e, nelle regioni interne dai Maasai, che oggi vivono soprattutto nelle regioni meridionali. Attualmente l’etnia più numerosa è rappresentata dal gruppo bantu dei kikuyu (21% della popolazione); altri gruppi relativamente numerosi sono i luhya (14% circa), i kamba (11%), tutti di lingua bantu, i luo (13%), di lingua nilotica, e i kalenjin (11%), paranilotici. Nel paese vivono inoltre esigue minoranze di asiatici, europei e arabi.

Religione

Presbiteriani, altri protestanti e quaccheri 45%, cattolici e ortodossi 35%, musulmani 13% in crescita!), religioni tradizionali 9%.

In Kenya è presente il più grande gruppo di quaccheri in una singola nazione.

Lingue: inglese (92%), kiswahili , sheng (una sorta di slang urbano).

L’Inglese e il kiswahili sono considerate lingue ufficiali dell’Assemblea Nazionali e tutti gli atti possono essere scritti in una o entrambe queste lingue.

Il Kenya è suddiviso in 8 province: Provincia centrale (Central Province, capitale: Nyeri), Provincia costiera (Coastal Province, c. Mombasa), Provincia orientale (Eastern Province, c. Embu), Provincia nordorientale (North Eastern Province, c. Garissa), Provincia di Nyanza (c. Kisumu), Provincia della Rift Valley (c. Nakuru), Provincia occidentale (Western Province, c. Kakamega), Provincia di Nairobi (Nairobi Province, costituita dalla sola città di Nairobi)

Economia

L’economia del Kenya, dopo un periodo di benessere (anche a causa della colonizzazione dell’Inghilterra), cadde in una profonda crisi, che peggiorò durante gli ultimi anni della dittatura Moi. Oggi, il Kenya cresce tra il 5 e il 6% annuo. Diversa è però la distribuzione del reddito. Al benessere di pochi (2%), corrisponde la miseria di molti (circa il 50% della popolazione vive sotto il livello di povertà). Attualmente, l’economia si basa sulle esportazioni soprattutto agricole e sul turismo.

 

Agricoltura e industria

Durante il periodo coloniale le coltivazioni industriali, destinate all’esportazione, sostituirono le vecchie colture tradizionali di sussistenza, impoverendo il suolo troppo sfruttato. Le coltivazioni di mais, sorgo, miglio e patate non bastano al fabbisogno interno e il Kenya cerca di evitare i rischi della monocoltura sfruttando i vari ambienti del suo territorio.

Le piantagioni forniscono, sull’altopiano caffè, thè e piretro, una pianta utilizzata per insetticidi e prodotti antiparassitari di cui il Kenya è il maggiore esportatore mondiale. Sulla costa invece sono molto diffuse le piantagioni di palma da olio e da cocco. Viene praticato l’allevamento di ovini e caprini.

La tendenza oggi è quella di far prevalere la produzione di fiori (rose soprattutto) destinati al commercio nell’emisfero nord e degli ortaggi.

Le industrie più sviluppate sono quella chimica, petrolchimica, metalmeccanica, del cemento e della trasformazione di prodotti agricoli. Le maggiori risorse minerarie del Kenya sono la fluorite, l’oro, il sale e pietre preziose.

Trasporti

I trasporti kenioti, pubblici e privati sono abbastanza sviluppati in tutte le zone abitate del Kenya. Discreta è la rete ferroviaria.

 Sport

Gli atleti kenioti sono famosi per quanto riguarda la disciplina del mezzofondo e fondo nell’atletica leggera. Le etnie originarie degli altipiani godono di una concentrazione di globuli rossi nel sangue mediamente molto elevata che agevola, unitamente ad una struttura fisica piuttosto leggera, lo sforzo aerobico prolungato. Il primo oro olimpico fu conquistato da Naftali Temu nei 10.000 metri maschili, nel 1968.

I MAASAI

I Maasai sono un popolo nilotico che vive sugli altopiani intorno al confine fra Kenya e Tanzania. Considerati spesso nomadi o semi-nomadi, sono in realtà tradizionalmente allevatori transumanti e oggi spesso addirittura stanziali (soprattutto in Kenya). La transizione a uno stile di vita stanziale si accompagna a quella dall’allevamento all’agricoltura come fonte primaria di sostentamento; questa trasformazione è evidente nei clan Maasai kenioti come Kaputiei, Matapato e Kikunyuki e in Tanzania presso gli Arusha.

I maasai parlano il “maa”, da cui il nome dell’etnia che è da loro pronunciato “maasai”. La lingua appartiene al gruppo delle lingue nilo-sahariane ed è dello stesso ramo delle lingue di popoli nilotici quali i pokot, i dinka ed i nuer. I maasai sono il popolo nilotico che, in Africa, vive più a meridione. È difficile dire quanti siano i maasai, visto che non esistono censimenti accurati ne’ in Tanzania ne’ in Kenya. La tendenza dei censimenti nei due paesi è quella di esagerare il numero di persone appartenenti all’etnia. Da una parte, non tutti gli abitanti dei territori ancestrali dei maasai appartengono a questa etnia; dall’altra, non è semplice censire tutti i maasai vista la tradizione di abitare non in villaggi, ma in case mono o multi-famigliari isolate e distanti tra loro. Francis Mol, uno dei più grandi esperti di lingua e cultura maasai, pone la popolazione totale a non più di 600.000 unità, equamente distribuite tra i due paesi dell’Africa orientale che li ospitano, Kenya e Tanzania.

I Maasai usano affermare che la loro origine ebbe luogo quando il progenitore di tutti i Maasai, Mamasinta, risalì il gran burrone. Il riferimento geografico calza bene con la serie di ripide scarpate che separano il deserto del Turkana nel nord del Kenya dagli altipiani centrali del paese.

Da vari indizi linguistici, della tradizione orale, ma anche archeologici, si sa che i Maasai hanno iniziato la loro migrazione verso sud dalla valle del Nilo verso la fine del XVI secolo.

I Maasai sono tradizionalmente pastori e la loro cultura gravita attorno la cura del bestiame. Ci sono prove certe di un periodo agricolo prima dell’arrivo nelle aree che occupano odiernamente e la tendenza verso l’agricoltura e la sedentarizzazione è sempre più spinta a causa dei pascoli sempre più limitati e dal bisogno di denaro contante che ha sostituito il sistema di baratto della società pre-coloniale.

I maasai hanno una struttura patriarcale e gli anziani hanno potere decisivo quasi assoluto per quanto riguarda gli affari comunitari. Il consiglio degli anziani è anche chiamato a dare giudizi legali qualora due o più contendenti non siano d’accordo su come applicare le leggi orali.

I Maasai sono monoteisti e credono in Enkai, Dio che si rivela con colori diversi a seconda dell’umore. Dio è nero (narok) quando bonario, rosso (nanyokie) quando irritato. La vera natura di Dio è difficile da capire, ma si sa che Dio è soprattutto parnumin, il Dio di tanti colori e cioè, una realtà complessa. Quest’idea favorisce il loro avvicinamento al cristianesimo.

Mentre nel passato le abitazioni erano fatte per resistere poco tempo, negli ultimi due secoli i Maasai hanno danno vita ad una casa (enkang) abbastanza standardizzata. L’enkang tradizionale prevede un recinto spinoso all’esterno per proteggersi dagli animali selvatici, e un recinto spinoso all’interno per ricoverare il bestiame alla sera.

Dopo varie cerimonie, il rito più importante è quello della circoncisione (emorata) che deve essere sopportata in silenzio. Dopo la circoncisione il giovane è considerato un ilmoran, giovane guerriero: per circa 6 mesi dovrà vestirsi di nero e potrà disegnare sul viso dei simboli usando terra bianca. In questo periodo,gli ilmoran vivranno in una casa speciale, la manyatta, costrita sul modello dell’enkang, ma senza barriere spinose, inutili visto la presenza di tanti guerrieri. All’incirca al tempo dell’emorata, il gruppo che ha avuto la circoncisione durante l’emorata precedente passerà di grado, diventando guerriero anziano.

Mentre l’uomo può sposare più di una donna, alla donna si richiede la fedeltà coniugale. Se essa decidesse di avere rapporti sessuali con un altro uomo, questo sarebbe considerato un fatto grave. Se da questa unione dovesse nascere un figlio, il colpevole dovrà pagare una multa, e il figlio verrà riconosciuto dal marito della donna. Alcuni uomini che non hanno avuto figli maschi, chiedono ad una figlia di filiare per loro. La donna è libera di avere rapporti sessuali con chiunque lo desideri, i figli saranno del padre che così avrà un erede a cui lasciare i propri beni; le donne non hanno diritto all’eredità poiché sposandosi lasciano la loro famiglia e sono inserite nella famiglia del marito. Donne rimaste vedove e senza figli maschi possono ‘sposare’ un’altra donna. Questo avviene pagando il prezzo del matrimonio consuetudinaria alla famiglia della prescelta che provvederà a dar luce ad un figlio maschio che potrà ricevere l’eredità. Il divorzio è previsto e regolato da leggi molto restrittive. Se il divorzio (kitala) venisse accettato, dovrà essere consensuale, e la famiglia della donna dovrà restituire parte del prezzo di matrimonio (in passato erroneamente chiamato dote). I figli sono sempre del padre, se questi ha pagato il bestiame stabilito, del clan della madre se non c’è stata ufficializzazione del matrimonio o il pattuito non sia stato versato al clan della moglie.

 

 I MAASAI TRA TEORIE, LEGGENDE E REALTA’

Senza titolo

Tra i Maasai circola la storia che essi sarebbero i discendenti di una legione (?) o quantomeno di un gruppo di soldati romani che nell’antichità si sarebbe spinto a sud della Nubia, esplorando luoghi che solo a fine ‘800 noi siamo andati a conoscere.

Diverse le teorie e gli studi, più o meno fantasiosi, con più o meno riscontri.

Di certo nell’abbigliamento maasai si riscontrano diverse analogie con quello dei soldati romani. Unici in Africa, sono armati di un giavellotto che si smonta in tre parti: alla parte centrale in legno, vengono avvitate la parte anteriore, la punta forgiata con un lungo stelo in metallo e quella finale, a diametro decrescente verso la coda. Il sistema è del tutto simile a quello del pilum romano. E ancora: il taglio dei capelli ricorda l’elmo dei soldati romani, le calzature sono intrecciate come le calighe dei legionari, il lungo coltello ricorda molto da vicino la spatha ed infine il telo, rosso e a motivi scozzesi e il modo di drappeggiarlo attorno al corpo farebbero presumere ai più dotati di fantasia, una derivazione “britannica” del costume tradizionale; senza parlare poi del sistema di “fortificazione” del villaggio.

Così nelle elucubrazioni più spinte di alcuni studiosi, i Maasai potrebbero essere i discendenti di alcuni soldati romani spintisi a sud lungo la Rift Valley.

Alcuni ipotizzano trattarsi di una parte della IX Legione, quella celebrata nel film “The Eagle”. La teoria che 5.000 dei migliori soldati di Roma si persero tra le nebbie della Caledonia mentre marciavano a nord per sedare una ribellione ha visto il dissenso degli storici: la Nona non sparì assolutamente in Gran Bretagna e dunque libro e film sarebbero sbagliati. Molto più banalmente: la legione fu vittima di un trasferimento strategico, passando dalle fredde distese del nord dell’Inghilterra alle aride terre del Medio Oriente. Qui, poco prima del 160 d.C., sarebbe stata spazzata via in una guerra contro i Persiani.

La presenza romana in Nordafrica e nell’odierno Medio Oriente fu comunque massiccia.

La X Fretensis giocò un ruolo importante nella prima guerra giudaica (6673) sotto il comando supremo del futuro imperatore Vespasiano. Nel 66 questa legione si recò insieme alla V Macedonica ad Alessandria per un’invasione dell’Etiopia (allora tutte le terre a sud dell’odierno Egitto venivano chiamate così), pianificata da Nerone, ma invece furono impiegate nella soppressione della rivolta giudaica.

Comunque è certo che Nerone ordinò una spedizione esplorativa che risalisse il Nilo alla ricerca delle sue sorgenti. Essa arrivò fino al Lago Alberto, al confine tra Zaire e Uganda, dunque passando anche attraverso l’attuale regione dei Maasai.

La spedizione romana che si fa risalire al 62 (lo racconta Seneca in “De nubibus” nel trattato “Naturales Quaestiones” dove racconta dei due pretoriani “….caput mundi investigandum…” alla ricerca del “….caput Nili….”), fu comandata da due pretoriani, che risalirono il Nilo verso l’Africa equatoriale partendo da Meroe, vicino a Khartum (attuale capitale del Sudan). Essa fa parte di altre spedizioni romane condotte tra il 19 a.C. e l’86, volte ad esplorare (e acquisire) le vie carovaniere per il commercio con l’Africa subsahariana, come la spedizione romana verso il Lago Ciad e il fiume Niger. Roma infatti penetrò profondamente nell’Africa subsahariana e solo nel secolo XIX le esplorazioni furono surclassate da esploratori contemporanei.

Anche Plinio il Vecchio parla di una spedizione, collegata ad attività militari allo scopo di raccogliere informazioni per un’eventuale conquista da parte di Nerone di quello che ora è il Sudan.

Comunque, secondo la maggior parte degli studiosi, vi è la concreta possibilità che entrambi, Seneca e Plinio parlino della stessa spedizione.

Questa è stata la prima nella Storia a partire dall’Europa verso l’Africa equatoriale. Probabilmente durò diversi mesi, passando prima le paludi sudanesi chiamate Sudd durante la stagione secca e poi raggiungendo la zona del nord Uganda.

A Meroe, capitale del regno con lo stesso nome, situata a circa 200 km a nord della moderna Khartum e a 800 km a sud di Assuan, i capi della spedizione (probabilmente due legionari) hanno ricevuto – come scrisse Seneca esplicitamente – le istruzioni del re (meroito) e le lettere di raccomandazione per i re che avrebbero trovato successivamente all’interno dell’Africa («A Rege Aethiopiae instructi Ausilio commendatique proximis regibus annuncio ulteriora»).

Partiti da Meroe, dopo molti giorni i legionari raggiunsero una palude immensa («…post multos dies – sicut aiebant – pervenimus ad immensas paludes…»), coperta di erbacce d’acqua («implicatae aquis herbae»), così fitta che né un uomo né una grande barca potevano passare, ad eccezione di qualche piccola barca con un uomo a bordo.

La spedizione di Nerone ha esplorato il Nilo Bianco/White Nile da Meroe (vicino a Karthoum) fino in Uganda: la descrizione data da Seneca è, secondo gli studiosi (tra cui Giovanni Vantini) un chiaro riferimento al Lago No, una palude immensa e malsana (infestata dalla malaria e dalla malattia del sonno, di 5 metri di profondità, formata dalla confluenza del Bahr el Ghazal con il Nilo proveniente dall’equatore, in certi tratti impenetrabile a causa di fitti arbusti che prosperano assai numerosi e per via delle sabbie mobili. Le conclusioni sono basate su un paragone sinottico tra gli scritti latini e la topografia attuale del Nilo.

Non è da escludersi dunque che la guardia pretoriana sia arrivata anche in territorio ugandese. Effettivamente, nella storia di Seneca si trova scritto: “…abbiamo visto due rocce, dalle quali la forza del fiume fuorusciva con potenza…» («…ibi vidimus duas petras, ex quibus ingens vis fluminis excidebat…»).

 Lo scenario sarebbe quello di Murchison Falls, oggi Kabalega, dove il Nilo dal Lago Vittoria si immerge nel Lago Alberto, con un salto di quasi 50 metri, in una gola con soli 10 metri di larghezza. Infatti nella parte superiore di Murchison Falls, il Nilo si insinua attraverso un varco nella roccia, di soli 7 metri di larghezza, e si snoda per 43 metri, per poi scorrere verso ovest nel lago Alberto. La corrente originata dal Lago Vittoria invia circa 300 metri cubi al secondo di acqua sopra le cascate, strette in una gola con meno di dieci metri di larghezza.

« …ex magno terrarum lacu ascendere… (Il fiume Nilo) proviene da un lago molto grande delle terre » (Seneca: De Terrae Motu)

Seneca ha anche scritto che i legionari gli dissero che l’acqua del Nilo, che saltava tra le due rocce, proveniva da un lago molto grande della terra africana. E questo lago non può essere -sempre secondo il Vantini- che il Lago Vittoria, il lago più grande dell’Africa: l’unico fiume che lascia il lago, il Nilo Bianco (noto come Nilo Vittoria quando esce dal lago), lo fa a Jinja, nell’Uganda, sulla costa nord del lago e dopo vari km precipita nelle cascate Murchison.

Sicuramente il resoconto della spedizione era noto ai mercanti greci e romani che risiedevano in Egitto, tant’è che un mercante greco-romano vissuto tra il 70 d.C. e il 130 d.C., tale Diogene, si spinse lungo la costa orientale del Sinus Arabicus (l’attuale Mar Rosso) verso la Terra di Punt (la costa dell’attuale Somaliland) e sbarcò ad Adulis, un emporio frequentato nell’attuale Eritrea. Di lì proseguì sempre via mare per Rhapta, un estremo emporio (citato anche dall’opera “Periplus Maris Erythraei”) che era situato sulla costa dell’attuale Tanzania, presso la città di Mitwara, non distante dal confine col Mozambico, da dove marciò per venticinque giorni nell’interno del continente, fino a due grandi laghi dietro i quali si ergevano imponenti le montagne innevate da dove sorgeva – a suo dire – il Nilo. Egli chiamò rispettivamente Monti della Luna le vette innevate dei Monti Meru e del Kilimangiaro, Laghi della Luna il Lago Vittoria, il Lago Eyasi e il Lago Natron e Altopiani della Luna tutta l’area dell’attuale Parco nazionale del Serengeti.

Infine anche Tolomeo parla dei Lunae Montes: « Ai loro piedi vi sono dei laghi che corrispondono al bacino di alimentazione del Nilo » .

Lunga ricerca, lunga descrizione dove fantasia, storia e realtà sono costrette a convivere.

Tornando all’abbigliamento, altri affermano che (versione meno romantica), in tempi remoti, i Maasai vestissero di pelli, spesso colorate con colori vegetali. Anche i monili erano pochi, e rispetto ad oggi, fatti con semi e fili di origine vegetale. Sarebbe con l’arrivo dei colonialisti (britannici), che i Maasai hanno cambiato il loro modo di vestire e così dai soldati inglesi, avrebbero acquisito le tipiche coperte usate per il kilt. Comunque sia queste coperte (shuka) di cotone a quadri con i colori predominanti rosso e nero o blù sono diventate un simbolo del vestire maasai. Essi vestono usando due teli di cotone leggero che dalla spalle si incrociano sui lombi. Qui viene posto un terzo telo a coprire il bacino. Il tutto è fissato da una cintura di cuoio. Alla cintura è fissata la spada corta. Su questo vestito, i masai portano la shuka.

Le donne preferiscono portare delle tuniche di colore blu, rosso o nero (il colore può indicare lo status sociale) a due strati. Anche le donne possono portare la shuka, ma è raro vedere questo comportamento fuori dal proprio enkang.

Le calzature sono sandali di cuoio, sempre più spesso sostituiti da sandali ottenuti ritagliando il battistrada di vecchi copertoni di automobile

Resta il fatto che al nome “Maasai” si associa ancor oggi il concetto di Africa genuina, primitiva, libera, dove uomini e animali si contendono l’immensa savana.

I MASAI e la Musica

I Masai non hanno strumenti musicali. Il canto è sempre a cappella, senza accompagnamento musicale. Il coro può dare un tono continuo o un’armonia, su questa base il cantante principale (olo-aranyani) canta il tema musicale. La maggioranza delle canzoni masai prevedono un solista che annuncia il tema del canto col coro che risponde in maniera antifonale oppure con un solo fonema. Nella musica religiosa, il solista normalmente inneggia a dio mentre il coro chiede a dio di venire (“ou”) con un tono basso, forte e ritmato.

I MASAI e la Danza

Le canzoni accompagnano la danza, normalmente una serie di salti fatti a turno dagli uomini. Le donne muovono il collo in avanti e indietro, emettendo dei suoni che risultano sincopati. Le donne cantano canzoni mentre lavorano, specialmente alla mungitura, all’allattamento, e per lodare i propri figli. I moran cantano lodando i propri meriti, quelli del gruppo di età oppure per far innamorare una ragazza. Le arti grafiche non sono sviluppate. I disegni simbolici applicati al viso e al tronco durante alcuni momenti della vita hanno un significato spirituale più che di trasmissione di ideali. Non si fa uso di maschere, mentre il corpo viene modificato con tatuaggi, tagli o scarificazioni.

 IL LAGO TURKANA E LE POPOLAZIONI LIMITROFE : i Turkana, gli El Molo e i Samburu

L’area del Lago Turkana è una delle zone del Kenya più ricche di interessanti spunti naturalistici, antropologici e paleoantropologici. La regione assomma caratteristiche uniche dal punto di vista ambientale (geologia, paesaggio, presenza di specie animali e vegetali endemiche) e contemporaneamente sostiene un mix culturale dove coesistono gruppi etnici dediti alla pastorizia nomade (Turkana, Samburu, ecc.) e altri, sedentari, dediti alla pesca (El Molo). L’antichità della presenza umana sul territorio è, tra l’altro, confermata dall’esistenza del sito paleoantropologico di Koobi Fora.

 I Turkana sono un popolo di origine nilotica che vive nel nord-est del Kenya, in una zona arida, nei pressi del Lago Turkana, il “lago di giada” (un tempo chiamato Lago Rodolfo in onore del principe austro-ungarico Rodolfo d’Asburgo-Lorena) che si ritiene essere una delle più calde del pianeta. Il lago è il più vasto del mondo in zona desertica e il più alcalino in assoluto. Si ritiene che i Turkana siano giunti in quest’area migrando dall’est dell’Uganda. Solo la loro indole fiera e forte ha permesso loro di continuare a vivere in questi luoghi alquanto inospitali.  Vivono a stretto contatto con altri gruppi etnici della zona, come i Pokot, i Rendile, i Samburu, i Karimojong e i Toposa. Parlano una lingua nilotica orientale chiamata turkana e sono animisti, con una recente tendenza a una lenta convensione al cristianesimo.

Tradizionalmente sono pastori semi-nomadi, allevano principalmente cammelli, pecore, capre e asini. Inoltre allevano gli zebù, per cui sono anche chiamati il “popolo del bue grigio”.

Si alimentano essenzialmente di latte, carne e sangue frutto dei loro allevamenti (sebbene la carne di zebù sia mangiata solo in occasioni particolari) e di frutti selvatici raccolti dalle donne. Inoltre scambiano i loro prodotti con i loro vicini in cambio di mais e vegetali.

Pur vivendo vicino al lago Turkana, essi hanno sempre ritenuto la pesca un tabù e solo recentemente, anche grazie a dei progetti di sviluppo, hanno iniziato ad intraprendere, con molta diffidenza, tale attività.

Sono tradizionalmente poligami (usano il bestiame come scambio nuziale) mentre il numero delle collane intorno al collo, rappresentano un segno di ricchezza.

Costruiscono delle capanne a forma di bótte, con rami spinosi intrecciati e con foglie di palma a formarne il tetto (recentemente questi materiali vengono sostituiti e/o integrati con fogli di plastica).

Sono inoltre conosciuti per la produzione di ceste ad intreccio.

I Turkana sono coinvolti nella lotta contro la minaccia di un lento prosciugamento del Lago Turkana. Infatti, poco più in là, in Etiopia, il governo stà costruendo una enorme diga (Gibe 3), alta 243 metri, sul fiume Omo. L’Omo è uno (il maggiore) dei tre immissari del lago (gli altri due sono il Turkwell e il Keria). Il Lago Turkana, che ha una superficie di 6500 chilometri quadrati, non ha emissari (è un bacino chiuso), ma l’acqua se ne và per la forte evaporazione.

La diga sull’Omo ridurrà notevolmente la portata di acqua con innegabili conseguenze sulla dinamica idrica del lago e ne altererà l’ equilibrio salino. Secondo alcuni la scarsità d’acqua derivata dalla diga (che si sommerà alle peridiche siccità) renderà la vita dei Turkana e degli altri gruppi etnici del lago, ancor più difficile, innescando conflitti.

Una particolarità di questo popolo è un singolare coltello a bracciale . Esso viene utilizzato sia per la difesa che per scopi utilitaristici come il taglio delle pelli o il loro raschiamento.

Di pesca e di pesce vivono invece gli El Molo. Pescatori da generazioni sulle sponde del lago Turkana, gli El-molo sono stati definiti “la più piccola tribù africana”.

Si ritiene che siano giunti nella regione dei grandi laghi dall’Ethiopia, all’incirca un millennio prima di Cristo e che a causa dell’ ambiente arido in cui sono penetrati, abbiano abbandonato le attività agricole a favore della pesca in riva al lago. Storicamente, la El Molo hanno eretto strutture tombali a colonna in cui hanno deposto i loro morti. Indagini archeologiche hanno consentito di scoprire geroglifici su un certo numero di queste costruzioni rinvenute principalmente nei pressi di sorgenti o pozzi d’acqua.

A metà degli anni ’70 dello scorso secolo, gli El Molo erano meno di 100, vestivano di fibre d’erba lacustre e si nutrivano esclusivamente di pesce. Si sposavano tra loro, e pur calcolando le distanze geniche tra parenti i bambini cominciarono ad essere sempre meno, per carenza di femmine possibili spose.

Un giorno decisero che non poteva finire così, e cominciarono a dare le ragazze in moglie ai pastori (Turkana, Gabbra, Samburu) e a sposare donne di fuori. Oggi gli El-molo sono più di 500. Allevano anche capre e pecore, ma si ritengono ostinatamente pescatori.

Nel 2012 è stato elaborato un programma di ricupero dell’antica lingua, diversa da tutte le altre. Nasce così l’organizzazione di base Gurapau, che nell’antica lingua significa semplicemente “ gente del lago”.

La parola cuscitica “El-molo” è traducibile come “povero pescatore”. Probabilmente, il primo passo del recupero è stato l’uso di Gurapau al posto di El-molo, una rivendicazione linguistica partita qualche anno fa dai (pochi) vertici acculturati della comunità e in fase di diffusione tra la gente. Tecnicamente, la lingua El Molo potrebbe essere definita “lingua morta” anche se moltissimi termini “tecnici” e di uso quotidiano vengono ancora usati dalla gente.
Il potere dei pastori sta svanendo con la modernità e alla luce delle trasformazioni economiche, anche la pesca commerciale, le barche a motore e il marketing globale del pesce, stanno facendo vacillare la tradizione; infine dato che l’ecosistema cambia, qui si pesca sempre di meno.
Oggi gli El-molo, piccola comunità di pescatori assediata da pastori, sono poco più di 500 e pescano il persico e cacciano con delle lance/fiocine, i coccodrilli.

I Samburu sono un gruppo etnico africano nilotico diffuso nel distretto di Samburu, nel Kenya centrosettentrionale. Parlano la lingua samburu, appartenente al gruppo delle lingue maa come quella dei Maasai, con cui sono strettamente imparentati (circa il 95% dei vocaboli delle lingue samburu e maasai coincidono). Come i Maasai, sono pastori semi-nomadi; allevano zebù, pecore, capre e cammelli; recentemente hanno iniziato a coltivare mais, patate e sorgo. A differenza dei Masai, si nutrono anche di cacciagione.

I Samburu, pastori nomadi guerrieri, vivono nella parte centro settentrionale del Kenya. Il loro territorio è molto vasto ed i loro spostamenti avvengono in un ambiente i cui confini naturali si possono identificare, a nord nella sponda meridionale del lago Turkana, e a sud con il fiume Ewaso-Ng’iro ( il fiume marrone ). Un ambiente semi-arido, con la vegetazione molto scarsa, fatta eccezione in alcune zone ricche d’acqua, dove la savana si colora di verde e le acacie spinose ed ombrellifere svettano verso il cielo. Ed è proprio la natura che non è stata certo rigogliosa, a costringere i Samburu allo sfruttamento del terreno con il bestiame, soprattutto bovini e ovini, pochi gli asini e i dromedari ( usati quasi esclusivamente per il trasporto delle cose ). Questi animali sono

Il nome Samburu è di origine Masai e deriva dalla parola samburr, che indica una borsa di pelle che i Samburu portano sempre con loro. I Samburu si riferiscono a sé stessi come Lokop (o Loikop), che potrebbe significare “padroni della terra” (da lo, che indica possesso, e nkop, terra)

Non è chiaro in quale epoca i Samburu siano diventati un’etnia distinta dai Maasai, ma quasi certamente ciò avvenne in epoca coloniale. I viaggiatori europei del XIX secolo chiamavano i Samburu “Burkineji” (“popolo delle capre bianche”), ma non è chiaro quali fossero all’epoca i legami con altri gruppi della zona. Alcuni Samburu sono discendenti dei Masai di Laikipia, che furono sterminati dell’Ottocento. Altri sono di origine Rendille, Turkana e Borana. La struttura sociale, suddivisa per classi di età, appare un eccellente esempio di gerontocrazia anche se il contatto con la cultura occidentale sta sgretolando l’importanza degli anziani. La poligamia è consentita e diffusa; un insediamento Samburu (detto nkang o engang o manyatta) può consistere di una sola famiglia, costituita da un uomo e dalle sue mogli; ogni moglie costruisce la propria casa con materiali trovati in loco, come bastoni, fango e sterco di mucca. Insediamenti più grandi ospitano in genere fino due-tre famiglie; solo gli insediamenti rituali (lorora) arrivano a dimensioni molto più grandi (20 o più famiglie). I villaggi samburu sorgono in genere sulla cima delle colline. Le donne si decorano il collo con vistose collane fatte di perline colorate cucite sul cuoio (come i Masai) ma anche di peli di coda di elefante; portano braccialetti di rame, ottone o alluminio sulle braccia e sulle caviglie. Particolare rispetto viene attribuito ai lkunono, i fabbri, professione che in genere viene abbracciata e coltivata da una intera famiglia.

Ritrovamenti paleontologici

Nel 1968 sono iniziate le prime ricerche in strati sedimentosi della vasta zona di oltre 1000 chilometri quadrati nei pressi del Lago Turkana. Si tratta della zona più vasta del mondo e dalla quale sono usciti fossili pari a sette volte tutti i ritrovamenti a livello planetario. Le epoche vanno dal Pliocene (5 milioni di anni fa) al primo Pleistocene (1 milione di anni fa) e sono costituite da sedimenti continui per tutte le ere comprese tra queste date. La zona è, in particolar modo quella della sponda est del lago.

Il “ragazzo di Turkana”è il nome con cui è comunemente conosciuto il più importante fossile ritrovato presso il Lago Turkana. Si tratta di uno scheletro quasi completo (mancano mani e piedi), di un giovane ominide che morì quando aveva intorno agli 8 anni, risalente a circa 1,6 milioni di anni fa all’inizio del Pleistocene. L’analisi delle ossa in particolare la lunghezza del femore, fecero supporre una statura di 160 cm, che sarebbero diventati 185 cm al raggiungimento dell’età adulta. Il peso è stato stimato in circa 68 kg.

La capacità della scatola cranica era di 880 cm³, che sarebbero diventati 910 cm³ in età adulta, cioè molto meno dell’uomo moderno che in media raggiunge i 1350 cm³; era tuttavia una dimensione già di tipo umano. Si può supporre che in linea generale avesse l’aspetto simile ad un uomo attuale, con una struttura corporea simile a quella degli attuali Maasai e Samburu, anche se il suo cervello era equiparabile a quello di un bambino di poco più di un anno.

In complesso lo scheletro aveva la postura inclinata in avanti, l’arco sopraccigliare pronunciato e l’assenza di mento che lo distinguono dall’uomo moderno; anche le braccia erano più lunghe delle attuali.

È stato inoltre ipotizzato che avesse già peli corporei molto ridotti, il che avrebbe favorito i movimenti e la termoregolazione nella savana.

Lo studio della morfologia interna del cranio, permette di osservare una concavità per un sufficiente sviluppo dell’area di Broca, una delle principali aree cerebrali dedicate all’articolazione del linguaggio tale da permettere di avere una proprietà di linguaggio prossima alla nostra. Tuttavia la mancanza di innervazione fa supporre che il ragazzo di Turkana fosse probabilmente solo in grado di articolare suoni.

Nella zona di Koobi Fora (che nella lingua dei Gabbra, altra popolazione che vive in quest’area, significa il “luogo della commifora e la sorgente della mirra, pianta che vive in quest’arida regione) sono stati comunque ritrovati resti fossili di oltre 200 scheletri umani oltre a quelli di numerosi coccodrilli giganti. Nelle acque del Lago Turkana è inoltre endemico il pesce Persico del Nilo (che invece fu artificialmente introdotto nel Lago Viktoria) e una popolazione di grandi coccodrilli sempre del Nilo. Da queste (ed altre) osservazioni bio-geologiche si è certi che il lago fosse un tempo collegato col grande fiume, il Nilo, che sfocia nel Mediterraneo e che dunque la via d’acqua abbia facilitato le migrazioni umane.

 

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