LA LINGUA FINLANDESE

Il finlandese è una lingua assai difficile da imparare e comprendere: è priva di articoli e di generi ed anche le parole più semplici possono avere una varietà di declinazioni secondo il contesto nel quale sono inserite.

Esso viene comunemente posto nella “famiglia” delle lingue uralo-altaiche, gruppo linguistico che include le lingue altaiche (turco, mongolo, kazaco, usbeco, manciù e i suoi derivati) e le lingue uraliche (ungherese, finlandese, estone, lingue sami, eccetera). Questa categorizzazione rimane comunque a livello speculativo poiché non esistono sufficienti prove per poterne giustificare l’esistenza. Il termine uralo-altaico è disapprovato da parecchi linguisti. Va peraltro ricordato come sia discussa l’esistenza stessa del gruppo altaico, mentre è pienamente accettata quella del gruppo uralico.

La sua filogenesi (la sequenza dalla nascita, dello sviluppo nel tempo, di una lingua) sarebbe la seguente: lingue uraliche, ugrofinniche, finnopermiche, finnovolgaiche, finnosami, baltofinniche ->finlandese.

Questa lingua ha delle peculiarità che possono essere sintetizzate come segue:

  • è una lingua agglutinante, le sue parole sono costituite cioè dall’unione di più morfemi (il più piccolo elemento di una parola o di un enunciato dotato di significato)
  • la grammatica è basata sulla declinazione delle singole parole con un gran numero di casi grammaticali
  • la posizione delle parole nella frase è generalmente basata sull’importanza del messaggio informativo di ogni singolo termine
  • la forma base di costruzione della frase è comunque SVO (soggetto-predicato-oggetto)
  • l’assenza di genere (non esiste il femminile o il maschile: ad esempio in finnico esiste un solo pronome hän, che corrisponde a esso/essa)
  • la presenza di suffissi che assolvono alla funzione dei nostri aggettivi possessivi
  • costruzioni particolari che sostituiscono ad esempio il verbo avere
  • la mancanza di tonalità nel discorso (se si parla con un finlandese si potrà notare ad esempio come la tonalità crescente che caratterizza le domande in italiano sia totalmente assente dalla sua parlata).

In alcune di queste particolarità (non in tutte) assomiglia all’ungherese, e per questo l’inserimento nella grande famiglia ugro-finnica, e per certo versi anche al turco.

Lo studio delle sue origini pare, al momento, fermarsi qui. Ma vi sono diverse lingue africane (tigrigna in Eritrea, amharigna ma soprattutto l’oromigna due lingue etiopiche), che, per costruzione della frase, per il sistema agglutinante, per la declinazione delle parole tramite suffissi al vocabolo di base e (nel caso particolare la lingua degli Oromo) per quei continui raddoppiamenti vocalici e consonantici, (in oromigna: obboleessa=fratello; obboleetti=sorella; waggaa=anno; waggaawwan=anni), presentano quantomeno delle similitudini nel sistema di composizione di singolare, plurale, maschile e femminile. Solo una fantasia? Oppure un’antichissimo retaggio delle migrazioni risalenti a migliaia di anni fa, quando l’uomo, partendo dall’Africa, iniziò a colonizzare , spingendosi sempre più verso nord altre terre?

Nulla di scientifico. Non c’è presunzione in questi parallellismi. Solo una nota di curiosità, riguardante strane analogie. La linguistica non è certo scienza da cui trarre grandi profitti, se non unicamente dal punto di vista culturale. Lo sviluppo di un software, l’economia, la farmacologia e la bioingegneria, ad esempio, rendono molto di più. E dunque accontentiamoci, per il momento di queste curiosità, puramente speculative e fantastiche.

Anzi, cerchiamo i lati divertenti nel confronto linguistico e torniamo al finlandese; e visto che la sua pronuncia è identica a quella di uno scritto italiano, guardiamoci dagli equivoci e dagli strafalcioni!

La parola “Katso”, pronunciata come si legge vuol dire “guarda”. E’ l’imperativo singolare del verbo katsoa. “Merta” è invece la parola che significa “mare”.

Se un finlandese vi dice “katso merta”, vi invita a guardare il mare. Questa frase è stata resa celebre in Italia dall’attrice Anna Falchi, valletta di Pippo Baudo al Festival di Sanremo 1995. E attenzione:” katso sukkia” vuol dire “guarda il calzino” e “katso matto” equivale a “guarda il tappeto”. Insomma, se la pronuncia è simile…..occhio agli strafalcioni.

Infine, una piccola curiosità poco nota: in Finlandia esiste una radio che trasmette le notizie in latino. E non è una radio privata. La radio nazionale si affida settimanalmente a professori universitari di lingue classiche antiche, per realizzare la trasmissione “nuntii latini”di notizie di attualità. Non lo fa neppure la Radio Vaticana che si limita a qualche preghiera. Dunque, a migliaia di chilometri da Roma, c’è chi tiene viva una lingua che – forse a torto – dov’è nata viene considerata “morta”. E non a caso la Finlandia avrebbe individuato proprio nel latino la lingua ufficiale dell’Unione Europea.

 

Asimmetria nell’intelligibilità

Il fenomeno dell’asimmetria nella reciproca comprensione tra due lingue si presenta spesso. Per fare un esempio, i locutori di spagnolo affermano di avere una maggiore difficoltà nel capire il portoghese (particolarmente nella forma parlata) mentre i locutori di portoghese dichiarano di comprendere con molta facilità lo spagnolo. Un altro esempio potrebbe essere quello che si evidenzia tra i locutori di lingua islandese e quelli delle altre lingue nordiche: i primi affermano di comprendere i secondi con sufficiente facilità mentre per i secondi è quasi impossibile capire l’islandese, questo perché quest’ultimo antico idioma ha conservato praticamente immutate nei secoli caratteristiche arcaiche delle lingue scandinave prese dal norreno. Anche nel comprendere l’italiano i locutori dello spagnolo hanno maggior difficoltà di quanta sembrano averne gli italiani per comprendere lo spagnolo.

 

Lingue mutuamente intelligibili o varianti di una stessa lingua

Secondo molti linguisti, due o più lingue che dimostrano un grado sufficientemente alto di chiarezza reciproca non dovrebbero essere considerate lingue distinte ma varianti della stessa lingua. Per contro, a volte, lingue considerate come varietà di una stessa lingua – secondo credenze popolari, questioni politiche o per convenzione storica – non sono in pratica reciprocamente intercomprensibili (vedi dialetto e continuum dialettale).

 

Finlandese, estone, meänkieli (dialetto finlandese appartenente al gruppo dei dialetti della Lapponia meridionale, parlato nel Tornedalen sia in Svezia che in Finlandia. In Svezia esso è ufficialmente riconosciuto come minoranza linguistica e ha pari dignità con il finlandese; in Finlandia esso è invece considerato semplicemente un dialetto) e careliano (Repubblica di Carelia e negli oblast’ di Leningrado, di Murmansk e di Tver’. Altri 10 000 locutori si trovano in Finlandia distribuiti tra Carelia meridionale, Carelia settentrionale e provincia di Oulu. e, anche se totalmente diverso, ungherese

L’ungherese o magiaro (magiàro, màgiaro;[1] in ungherese magyar nyelv) è una lingua del ceppo ugro-finnico parlata in Ungheria e in aree adiacenti di Romania, Slovacchia, Ucraina, Serbia, Croazia, Austria e Slovenia.

Vi sono circa 13,6 milioni[2] di persone parlanti ungherese come lingua madre, delle quali circa 9,5 milioni vivono in Ungheria, ciò lo rende la lingua non indoeuropea più parlata nel territorio europeo.

Anticamente i popoli giunti in Europa e parlanti lingue di questo gruppo, (per esempio i magiari), erano a volte chiamati “turchi”, e “turche” le lingue da essi parlate. Nonostante questo uso fosse molto diffuso nell’Europa medievale, ciò fu frutto e concausa di una certa confusione che durò molti secoli e perdura anche oggi. L’ipotesi di un ceppo uralo-altaico è abbastanza antica; il primo a proporla fu W. Schott nella sua opera Veriuch über die tatarischen Sprachen (Saggio sulla lingua tatara) pubblicato a Berlino nel 1836, in cui tra l’altro ipotizzava una relazione anche con il ceppo ugro-finnico.[1]

Diversi linguisti moderni dubitano che i due gruppi possano non essere imparentati. Altri sostengono che i gruppi siano collegati solo tramite una famiglia più antica, quella nostratica, e che i gruppi altaico ed uralico non siano più imparentati rispetto a quanto lo siano gli altri componenti di questa famiglia patriarcale.

Lingue di entrambi i gruppi presentano una distinzione di genere grammaticale per i sostantivi e si basano su una struttura della frase di tipo SOV. Queste similitudini potrebbero comunque essere soltanto frutto di una coincidenza o di interazioni da parte dei parlanti le diverse lingue: infatti, non vi è prova che queste caratteristiche derivino dalle stesse radici.

Con lingue uralo-altaiche viene indicato un gruppo linguistico che include le lingue altaiche (turco, mongolo, kazaco, usbeco, manciù e i suoi derivati) e le lingue uraliche (ungherese, finlandese, estone, eccetera).[1]

Questa categorizzazione rimane comunque a livello speculativo poiché non esistono sufficienti prove per poterne giustificare l’esistenza. Il termine uralo-altaico è stato disapprovato da parecchi linguisti nella storia. Va peraltro ricordato come sia discussa l’esistenza stessa del gruppo altaico, mentre è pienamente accettata quella del gruppo uralico.

Anticamente i popoli giunti in Europa e parlanti lingue di questo gruppo, (per esempio i magiari), erano a volte chiamati “turchi”, e “turche” le lingue da essi parlate. Nonostante questo uso fosse molto diffuso nell’Europa medievale, ciò fu frutto e concausa di una certa confusione che durò molti secoli e perdura anche oggi. L’ipotesi di un ceppo uralo-altaico è abbastanza antica; il primo a proporla fu W. Schott nella sua opera Veriuch über die tatarischen Sprachen (Saggio sulla lingua tatara) pubblicato a Berlino nel 1836, in cui tra l’altro ipotizzava una relazione anche con il ceppo ugro-finnico.[1]

Diversi linguisti moderni dubitano che i due gruppi possano non essere imparentati. Altri sostengono che i gruppi siano collegati solo tramite una famiglia più antica, quella nostratica, e che i gruppi altaico ed uralico non siano più imparentati rispetto a quanto lo siano gli altri componenti di questa famiglia patriarcale.

 

Struttura sintattica

Per struttura sintattica di una lingua si intende il modo in cui gli elementi di una lingua (soggetto, verbo, complementi) si dispongono all’interno di una frase.

Tutte le lingue del mondo si distinguono fondamentalmente in due tipi, quelle SVO (soggetto, verbo oggetto) e quelle SOV (soggetto, oggetto, verbo). Al tipo SVO appartengono tutte le lingue romanze, slave e germaniche (ad eccezione del tedesco, che segue l’ordine SOV), mentre a quello SOV appartiene, per esempio, il giapponese, il turco ecc.

La struttura sintattica dell’italiano è SVO.

 

Il verbo riveste quindi un ruolo di primaria importanza.

Occorre tener presente che le voci verbali contengono sia informazioni grammaticali che semantiche. Le informazioni grammaticali corrispondono alle forme della coniugazione del verbo.

Il verbo segnala sempre la persona (prima, seconda, terza), il numero (singolare, plurale), il tempo (presente, passato, futuro…) e il modo (indicativo, congiuntivo..).

 

Es.: lo studente impara il tedesco

 

 

Non sempre le informazioni grammaticali e semantiche si trovano riunite: solo nei tempi semplici, come hai visto nella figura precedente (per es. il presente: egli impara → er lernt) tutte queste informazioni sono contenute nelle desinenze aggiunte alla radice del verbo. Nel caso dei tempi composti (per es. il passato prossimo: egli ha imparato → er hat gelernt) queste informazioni vengono fornite dal verbo ausiliare, mentre il participio passato dà quelle semantiche.

 

Es.: lo studente ha imparato il tedesco

 

Costruzione della frase in tedesco

La costruzione della frase tedesca può sembrare uguale a quella dell’italiano nel caso dei tempi semplici, quando nella stessa forma verbale sono riunite le informazioni grammaticali e semantiche:

Es.: Der Student lernt Deutsch.

Ma a differenza dell’italiano il tedesco segue in effetti l’ordine sintattico SOV. Il verbo vero e proprio, ossia quello con valore semantico, è sempre alla fine della frase.

Ciò risulta evidente nel caso di una frase in cui il verbo sia espresso in un tempo composto:

Es: Der Student hat Deutsch gelernt.

 

Mentre in italiano la forma verbale (ha studiato) si trova riunita fra il soggetto (Lo studente) ed il complemento (tedesco), in tedesco la forma verbale si separa e la parte coniugata (l’ausiliare: hat) si trova fra il soggetto (Der Student) ed il complemento (Deutsch), mentre la parte non coniugata (il participio passato: gelernt) si trova alla fine della frase.

La stessa cosa avviene con i verbi modali: Der Student will (vuole) Deutsch lernen.

 

Costruzione della frase in tedesco (segue)

In linguistica tedesca la frase tedesca viene suddivisa in campi semantici, ognuno con un proprio nome.

N.B. il verbo si divide in:

  • V1 (linke Satzklammer, ossia “parentesi sinistra”): posto sintattico del verbo coniugato.
  • V2 (rechte Satzklammer, ossia “parentesi destra”): posto originario del verbo, secondo la struttura SOV del tedesco.

 

Vorfeld

Nel Vorfeld può trovarsi sia il soggetto di una frase accompagnato, eventualmente, dai propri attributi (aggettivo, complemento di specificazione), sia altre componenti della frase stessa (avverbi, complementi) che assumono, grazie alla loro posizione, un particolare rilievo. In questo caso il soggetto della frase si sposta nel Mittelfeld e precede i complementi presenti. Il Vorfeld può essere occupato solo da un unico elemento sintattico,ma mai più di uno e mai meno di uno. Il Vorfeld non può mai essere occupato da un verbo.

 

Mittelfeld

Il Mittelfeld, a differenza del Vorfeld, può contenere più elementi sintattici i quali si dispongono secondo alcune regole delle quali si segnalano in questa sede solo le più importanti: il soggetto della frase, nel caso in cui non compaia nel Vorfeld, segue immediatamente il verbo coniugato, mentre il complemento legato più strettamente al verbo si posiziona nella parte più a destra del Mittelfeld, immediatamente precedente la posizione V2.

La disposizione degli elementi sintattici all’interno del Mittelfeld, quindi, è determinata dal verbo stesso.

 

Le frasi secondarie subordinate alla principale

Il tedesco conosce inoltre un altro campo sintattico, ossia il Nachfeld, all’interno del quale trovano posto le frasi secondarie subordinate. Le frasi secondarie subordinate si attengono rigidamente alla struttura SOV. La struttura della frase subordinata prevede infatti il verbo coniugato in ultima posizione.

La parte del verbo contenente le indicazioni grammaticali è posta quindi alla fine della frase, immediatamente preceduta dalla parte del verbo contenente le informazioni semantiche che viene quindi a trovarsi in penultima posizione.

Es.:

  • Der Student lernt Deutsch (frase principale).
  • Ich weiß (io so), dass der Student Deutsch lernt (frase secondaria).
  • Ich weiß, dass der Student Deutsch gelernt hat (frase secondaria).
  • Ich weiß, dass der Student Deutsch lernen will (frase secondaria).

 

 

Le frasi secondarie subordinate alla principale (segue)

La lingua italiana invece mantiene sempre la sua costruzione SVO:

Es.:

  • Lo studente impara il tedesco
  • Io so che lo studente impara il tedesco
  • Io so che lo studente ha imparato il tedesco
  • Io so che lo studente vuole imparare il tedesco

La posizione della parte semantica del verbo è dunque quello che differenzia le strutture sintattiche dell’italiano e del tedesco.

 

 

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