LAPPONIA – L‘ „enCICLO-PEDIA“ di Pangea

34 567 renne

749 colli

1 Babbo Natale

Questi i numeri con cui si presenta questa regione

La Lapponia, o Sápmi (Samit o Sapmelas in lingua sami sono i suoi abitanti), non è uno stato. E’ più semplicemente (o in maniera assolutamente più complicata da capire), una regione geografico-culturale della popolazione Sami. Tanto per ribadire quanto abbiamo detto e ridetto per tantissimi “stati”, soprattutto in Africa, che Pangea ha attraversato, la politica internazionale detta i confini, poi i popoli rimangono parte “di qua” e parte “di là”. Per i Sami addirittura in “quattro cantoni” visto che questo popolo antichissimo, che ha somiglianze con popolazioni mongole e con i popoli nordamericani (nativi naturalmente) abita nelle regioni settentrionali di Norvegia, Svezia, Finlandia e della penisola di Kola, in Russia. Oggi, i sami non prevedono al loro interno movimenti richiedenti un’autonomia politica completa. Esistono, però i vari “parlamento sami”, fondati in Finlandia nel 1973, in Norvegia nel 1989 e in Svezia nel 1993, i quali difendono i loro interessi e preservano la loro autonomia culturale. Inoltre, dispongono di una propria bandiera e, dal 1986, di un proprio inno.

I Sami sono dunque una popolazione indigena che raggiunge i 75 mila abitanti (Norvegia 40.000, Svezia 20.000, Finlandia 7.000 e Russia 2.000) ed hanno la propria storia, la propria cultura e le loro attività lavorative: hanno dunque un’identità comune e molto spiccata, ad onta delle divisioni geografico-politiche. Precisiamo subito: spesso e volentieri sono confusi con i Lapponi che in realtà sono tutti gli abitanti della provincia della Lapponia seppur non facenti parte dell’etnia Sami.

LA STORIA

La storia di questo popolo non sarebbe particolarmente antica se ci si volesse fermare ai testi che lo riguardano: notizie frammentarie si ritrovano nella “Storia delle guerre” di Procopio di Cesarea del 551 d.C. seguito dall’Inno a Ragnar (“Ragnarsdrápa”) composto da Bragi Boddason nel IX secolo. Si tratta però di un livello che sfiora le leggende e le storie fantastiche nelle quali si racconta addirittura di amazzoni che potevano rimanere incinte solamente bevendo dell’acqua, di uomini verdi e di cannibalismi!

Procopio di Cesarea narra che i bambini non venivano allattati dalla madre perché alla nascita erano avvolti nelle pelli e appesi a un albero con un pezzo di midollo animale da succhiare, mentre il padre e la madre si allontanavano per andare a caccia. Invece la prima opera in cui si parla estensivamente degli usi e consumi dei popoli nordici è “Historia de gentibus septentrionalibus” pubblicato da Olao Magno a Roma nel 1555.

Parlando più strettamente della popolazione, in tempi remoti i Sami erano per lo più allevatori di renne, pescatori e cacciatori. Erano nomadi e abitavano in capanne chiamate kota oppure in tende che avevano il nome di layvu. Ovviamente esistevano abitazioni fisse e abitazioni portatili entrambe costruite con legno e pelli di renna (per intenderci, ripari della stessa forma e dello stesso materiale di quelli degli indiani d’America). Le capanne di zolle erano (e sono) frequenti negli accampamenti primaverili e autunnali e sono costruite sullo stesso schema delle tende ad archi meridiani, ma vengono coperte di terra anziché di teli e di pelli. Nei terreni boscosi i pali possono essere facilmente tagliati sul posto e non devono essere trasportati. I Lapponi costruiscono i loro accampamenti dove possono fornirsi di acqua potabile e di combustibile.  L’unico mezzo di trasporto a loro congeniale era la slitta ovviamente sempre trainata da renne. Per facilitare gli spostamenti, essi portano con sé poche cose. Non esistono mobili, a parte la cassa da viaggio e la culla sospesa al soffitto.

Un accampamento lappone, molto simile a quello dei pellerossa americani
Un accampamento lappone, molto simile a quello dei pellerossa americani

Comunque, grazie ad alcune straordinarie scoperte archeologiche si sa per certo che utilizzassero, nei loro spostamenti anche gli sci.

  I LAPPONI E GLI SCI

A questo proposito storici ed esploratori affermano, con prove alla mano, che l’invenzione degli sci risalga certamente alla preistoria e che, anzi, sia precedente all’invenzione della ruota. I primi ad utilizzare gli sci furono i popoli della Mongolia, nella zona dei monti Altai e della Siberia. Da qui partirono, prima della fine dell’ultima era glaciale, due correnti migratorie: una verso est, verso la Manciuria e, attraverso lo stretto di Bering completamente gelato, diede la possibilità di entrare in Alaska e poi in Canada; l’altra, che puntando verso ovest, attraverso la Siberia raggiunse i territori sul Baltico. I sami hanno caratteristiche genetiche prevalentemente caucasoidi, ma parlano idiomi della famiglia linguistica uralica; è stato ipotizzato dunque che siano frutto di una mescolanza di popolazioni europoidi e mongoloidi.

Dunque, tradizioni millenarie, sistemi di sopravvivenza ancor oggi riscontrabili di qua e di là dall’Oceano, avrebbero quantomeno una antica matrice comune!

Una saga norvegese narra che il Paese sarebbe stato occupato 8 mila anni fa, da un popolo arrivato sugli sci; una cronaca cinese, della regione dello Shen Yang, risalente a 3 mila anni fa racconta dell’incontro con un gruppo di cacciatori che scivolavano velocissimi su assicelle di legno e, a tal proposito, uno studioso avrebbe individuato in un ideogramma in cinese arcaico il significato di “tavole per scivolare”.

Il popolo più all’avanguardia nel loro utilizzo, è stato quello lappone: essi utilizzavano infatti uno sci lungo e sottile per il piede destro, mentre per il sinistro uno più corto, con, montata sulla parte inferiore, una pelle di foca, capace quindi di dare una spinta migliore. Insomma, il movimento-spinta era simile a quello del monopattino! Fino al secolo scorso, i sami si muovevano ancora così!

Incisione rupestre trovata a Rodoy, in Norvegia, risalente al 3000 a.C.
Incisione rupestre trovata a Rodoy, in Norvegia, risalente al 3000 a.C.

E’ proprio questa caratteristica che ha dato origine al nome con cui oggi chiamiamo questi attrezzi: “sci” deriva infatti dall’antico termine norvegese “skid” che significava “ricoperto di pelle”.

 

I LAPPONI E LE RENNE

L’allevamento di renne per i Sami è sempre stato uno degli elementi più importanti della loro cultura: tramite questa attività riuscirono a sopravvivere per secoli e secoli; dalle renne infatti potevano procurarsi cibo, latte e dai loro corpi pelli per gli abiti, per le loro case, ossa e corna per fabbricare utensili e strumenti di caccia e lavoro. In generale l’allevamento li portava a dover trascorrere l’inverno in terre completamente in pianura, mentre nei mesi più caldi, si rifugiavano nei pascoli montani.

 

  LA RELIGIONE

Seppure non particolarmente catalogata e studiata negli anni passati, la loro tradizionale forma religiosa era quella dello sciamanesimo. Adoravano le divinità legate al culto della natura e infatti le principali erano quelle della Madre Terra e il Dio del Tuono. Credevano inoltre che il corpo fosse dotato di un’anima in grado di distaccarsene al momento del trapasso. La figura più importante all’interno delle tribù era per l’appunto lo sciamano che poteva dar vita ad una serie di riti propiziatori utilizzando anche una sorta di tamburo magico dei sogni, strumento che gli permetteva di comunicare con i morti. Nell’arte della preveggenza i Sami hanno creato riti complicati. Per predire l’avvenire lo sciamano (detto naid o noide) utilizzava un tamburo magico di forma ovale, diviso in 3 o più settori, a rappresentare gli spiriti del cielo, la terra e l’uomo, raffigurati da molti simboli. Lo sciamano poneva sopra il tamburo una bacchetta magica o degli anelli di rame. Poi cantava battendo il tamburo ed entrava in catalessi. Frattanto l’indicatore (le bacchette o gli anelli) si disponeva in un certo modo sopra i simboli del tamburo, e ciò permetteva al mago di prevedere il futuro. La divinità principale pare essere stata il Dio del tuono. Tra le altre divinità importanti era la Madre-Terra ( Madar-Ahkkn),  che proteggeva le nascite e aveva grandi poteri guaritori. Credevano che, al momento della morte, l’anima e il corpo si separassero definitivamente; spesso veniva abbandonata la capanna dove era morto qualcuno.

Come presso molti popoli nordici, l’orso era uno dei più importanti animali rituali, e molti tabù e credenze lo riguardavano. Molti riti propiziatori si riferivano agli animali: quando uno di loro veniva ucciso, un pezzo di carne di ogni parte del corpo veniva inserito in una specie di tomba, per essere seppellito, nella convinzione che la divinità, ingraziata dal sacrificio, facesse rivivere l’animale in un altro mondo. I sami credevano nel potere magico dei sogni, interpretandolo come una via di comunicazione con il mondo dei morti.

 

LA CULTURA

La cultura sami si è mantenuta intatta nel tempo: solamente negli anni ’50 dello scorso secolo essi hanno smesso di essere nomadi; si sono formati i primi veri e propri agglomerati urbani e con essi anche i primi ordini politici tra cui i famosi parlamentini che comunque si limitano a governare le zone di pascolo e si occupano della cultura.

 

LAPPONI? MEGLIO SAMI

 

Negli antichi documenti ufficiali locali, gli antenati dei sami vennero chiamati “lapponi”. Un “lappone” significava in Finlandia una persona che praticava le cosiddette “professioni lapponi”, cioè l’allevamento di renne, la pesca e la caccia. Il termine, un tempo, veniva interpretato o suonava dispregiativo: l’etimologia stessa della parola lappone è comunque ancora incerta. Lapp significa “toppa” in svedese e/o straccio; lape significa “periferia” in finlandese.

I Lapponi mantengono una forte identità culturale e, pur usufruendo dei servizi che i diversi contesti statali nei quali sono inseriti forniscono loro, hanno evitato, nel corso degli ultimi decenni, di cadere vittime di un processo di totale assimilazione ai modelli svedesi, norvegesi o finlandesi. Solo dopo il secondo conflitto mondiale, del resto, tali governi hanno messo in atto serie politiche di rispetto dell’identità saami, promuovendo per esempio lo studio e l’insegnamento delle lingue native.

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