LE ERBACCE CI SALVERANNO

 Alla scoperta delle risorse del nostro pianeta”

(Etnobiologia e etnomedicina nel Shurugwi District)

La maggior parte delle erbacce sono generalmente considerate, dall’agricoltura ufficiale, come indesiderabili e trattate con sostanze erbicide antiinfestanti o eradicate.

Tuttavia, anche quelle che tutti considerano come “erbe infestanti” possono essere utilizzate dall’uomo come cibo e nella medicina tradizionale che, dunque, mai come nel caso che vi proponiamo possono essere dette “omeopatiche”.

D’altronde, l’uso di erbe, che crescono spontanee nei prati e nel sottobosco, è pratica nota: pensiamo in Europa, al consumo del tarassaco, sia dal punto di vista alimentare (radicchio selvatico) che per l’omeopatia. Così, nelle Alpi, è norma presso i popoli di montagna, l’utilizzo dell’arnica come antireumatoide o per trattare le contusioni.

Due esempi facili, ma che in Africa assumono valenza diversa: in un mondo dove le coltivazioni “importate” dalla colonizzazione, tendono ad avere il sopravvento nelle vaste aree di pianura, e dove la “civiltà moderna” sfonda (ormai sin dai tempi dei Voortrekker a fine ‘800) e tende a sostituire le pratiche antichissime dell’uomo cacciatore-raccoglitore, l’utilizzo alimentare e medico di erbe spontanee assume, anche a fronte della cronica carenza di cibo di quelle aree, una valenza “storica”, per non dire ancestrale e parte della tradizione tramandata oralmente di padre in figlio per la sopravvivenza.

Rarissimi sono gli studi condotti in questo campo.

Uno, in particolare, è stato condotto dalla Facoltà di Scienze Biologiche e Ambientali, Dipartimento di Botanica, dell’Università di Fort Hare, Alice, Sud Africa.Formularbeginn

Area di studio
Gli studi sul campo sono stati condotti in sette comunità: Chikato, Donga, Gamwa, Gundura, Hanke, Tongogara e Zvamatenga, tutti piccoli agglomerati situati nel Shurugwi District, Midlands Province, Zimbabwe.

Questa indagine è parte di un più ampio studio volto a documentare la conoscenza etnobotanica delle comunità locali.

L’area di studio si trova in una regione agricola dalle coltivazioni semi-intensive caratterizzata da precipitazioni annue compresa tra 650-800 mm all’anno. Nel mese più caldo, ottobre, la temperatura media è 31 °C, e nel mese più freddo, luglio, la temperatura media è di 9 °C. Periodi di siccità profonda nelle stagioni intermedie e un inizio non prevedibile per la stagione delle piogge, rendono la zona marginale, in quanto a resa, per il mais, il tabacco e il cotone. I suoli sono caratterizzati da terriccio sabbioso in gran parte derivato ​​da sfaldamento di rocce granitiche-gneissiche, caratterizzate da un basso potenziale agricolo a causa della bassa fertilità, la capacità di trattenere l’acqua, pH basso e le carenze in azoto, fosforo e zolfo, fondamentali per le coltivazioni intensive.

La ricerca è stata condotta su di un campione di circa 150 persone appartenenti alle diverse popolazioni locali, tra dicembre 2011 e gennaio 2012, per ottenere i dati etnobotanici, sull’uso di erbe commestibili, come verdure tradizionali che sono state raccolte dagli studiosi, essiccate, analizzate e classificate.

Risultato?
Un totale di 21 tipi di erbe sono regolarmente usate e consumate. Ce ne sono di quelle che si raccolgono durante o dopo la stagione delle piogge, e di quelle che invece vengono cercate e consumate durante la stagione secca.

Esse appartenengono, botanicamente parlando, a 11 famiglie e 15 generi.

Sono per lo più:

Amaranthaceae (19%) (a questo gruppo appartiene ad esempio, per semplificare, quella pianta che in autunno, staccandosi dalle radici, forma una palla vegetale e, sospinta dal vento, rotola nei territori pianeggianti e desertici; in italiano viene chiamata “rotolacampo”, in inglese “tumbleweed”;

Asteraceae (a cui appartengono anche gli astri, nostri fiori autunnali) e

Tiliaceae (14,3%),(a questa famiglia appartiene ad esempio la juta)

Capparaceae (della famiglia dei nostri capperi)

Cucurbitacee (ricordano le nostre zucche e angurie) e

Solanaceae (Il tabacco, la belladonna, la mandragola, alcune piante ornamentali e quelle più comuni come patate, pomodori, melanzane, peperoni e peperoncino appartengono a questa famiglia di piante.

 

La famiglia delle solanacee comprende comunque circa 92 generi con oltre 2.000 specie che vanno da molte piante stimolanti, medicinali o velenose e mortali.

Va da sé che il “conoscere” a fondo l’uso e le proprietà di queste piante è una vera tradizione e da risultati inattesi sia nell’alimentazione che nell’uso farmaceutico.

Tra le erbacce commestibili documentate, il 52,4% sono indigene mentre il 47,6% è stato importato in Zimbabwe; esse sono a volte semi-coltivate o crescono naturalmente come erbacce infestanti in terreni agricoli, terreni incolti e giardini domestici.

Tra i principali impieghi di erbe commestibili ci sono specie di ortaggi (81%), seguiti da frutti commestibili (19%), radici commestibili (9,5%), fiori commestibili e semi (4,8% ciascuno).

Da citare sono, per essere presenti e raccolte durante la stagione secca) il Corchorus tridens (la juta dai frutti a cornetto o corcoro tridentato), Cucumis anguria (endemic, simile alle nostre angurie, ma con delle lappole, sorta di spine come l’ippocastano), Cucumis metuliferus (comunemente denominato Kiwano, una pianta annuale rustica e rampicante, a crescita molto veloce, simile alla zucchina o al melone, detto anche “melone cornuto).

Ma tra le sorprese, poco note se non ai tecnici, c’è un arbusto, la Moringa oleifera e una pianta, la Cleome gynandra, che si pongono come essenziali per il futuro dell’uomo.

La Moringa oleifera,

un arbusto spontaneo che può essere alto anche 7-8 metri e che praticamente è totalmente commestibile. Resiste benissimo alla siccità,

MORINGA-600x275

Le radici hanno un forte odore e sapore di ravanello, da cui deriva il nome di “horseradish tree” cioè l’albero del ravanello. I frutti sono grandi baccelli , fagioloni a sezione triangolare, affusolati e appuntiti (30-45 cm di lunghezza), verdi e morbidi se immaturi e buoni come i nostri fagiolini dal gusto, però, degli asparagi. Le foglie possono essere mangiate e sono molto ricche in proteine, vitamine e sali minerali. Hanno un sapore leggermente piccante e gradevole anche allo stato crudo. Si possono preparare in insalata, ma possono essere cotte come gli spinaci. Contengono il 25 per cento in peso di proteine (più delle uova e il doppio del latte di mucca), il quadruplo in vitamina A delle carote, quasi otto volte la vitamina C delle arance, il triplo del potassio delle banane. I semi vengono assunti bolliti o tostati e hanno il sapore dei ceci. L’estrazione di olio dai semi è un’importantissima risorsa: i semi contengono dal 30 al 50% di olio (le olive dall’8 al 20%). L’olio estratto contiene dal 65 al 76% di acido oleico che è lo stesso grasso insaturo dell’olio d’oliva. L’olio è dolce e saporito e non irrancidisce. Anche le radici sono commestibili e, come accennato, hanno sapore piccante come di ravanello. L’aroma piccante delle radici è più pronunciato di quello delle foglie. L’uso comune delle radici è quello di aromatizzante (analogo al rafano), ma, la presenza di un alcaloide che interferisce con la trasmissione nervosa, ne sconsiglia l’uso in quantità eccessiva. L’olio estratto dai semi viene anche usato per produrre saponi, lubrificanti e cosmetici dal valore equivalente a quelli prodotti con l’olio di oliva, e quindi piuttosto elevato. Gli oli estratti sarebbero anche adatti alla preparazione di carburante biodiesel, anche se sembra un uso non appropriato visto la qualità e i potenziali usi alimentari.

Dalla corteccia è estratta una gomma dai molti usi, e sostanze tanniche usate per la concia delle pelli. Il legno può essere utilizzato per l’industria della carta, fornisce inoltre una tintura di colore azzurrato.

Dalle foglie di Moringa oleifera si può preparare, mediante la infusione delle foglie in acqua per diversi giorni, un concime liquido. L’aumento di crescita delle piante concimate mediante la nebulizzazione del liquido ottenuto sulle superfici assorbenti è notevole (fino al 25%).

Anche i fiori sono commestibili, di norma preparati in insalata.

La moringa è pianta mellifera, e quindi può esser prodotto il miele dai suoi fiori e, visto che fiorisce tre volte l’anno, l’apporto è considerevole. .

È di grande rilievo il fatto che il contenuto proteico delle parti della pianta è completo (cioè contiene tutta la gamma degli aminoacidi, anche quelli pregiati). Questo fatto è pressoché unico tra i vegetali e si può definire la Moringa oleifera come l’unica pianta esistente (oggi nota) con tali caratteristiche.

Tali caratteristiche rendono la Moringa una pianta interessante dal punto di vista umanitario, in quanto possiede un grande potenziale per combattere fame, malnutrizione, e povertà.

La più importante “erba spontanea” commestibile è la Cleome gynandra, per la quale vale la pena di spendere qualche parola in più.

pianta ragno

La pianta ragno (Cleome gynandra),

detta anche “cavolo africano”, “filo di ragnatela” o “baffi di gatto”, è una pianta selvatica a foglie verdi che cresce nell’Africa tropicale, ma anche in Asia e nelle Americhe.

La varietà africana ha origine in Africa orientale, in Etiopia e in Somalia. Questa pianta non viene coltivata, ma presso le comunità rurali povere, specie nelle regioni sudafricane del Namib e del Kalahari, le sue foglie fresche vengono raccolte, cucinate e mangiate come da noi gli spinaci.

La pianta ragno è generalmente considerata un’erbaccia che infesta i campi di mais e fagioli in Kenya e in altri paesi. Tuttavia questa pianta, nota come mwangani in lingua swahili, ha un alto potere nutritivo e cresce in condizioni ideali in molti ecosistemi africani.

La pianta ragno, col suo elevato apporto di vitamine e sostanze micronutrienti, contribuisce alla corretta alimentazione di molti abitanti poveri dell’Africa rurale; inoltre, essa contiene elevati livelli di beta-carotene e vitamina C. Spesso la vitamina C si perde in cottura, ma la pianta ragno conserva il suo contenuto di vitamina C meglio di molti altri ortaggi.

Essa contiene inoltre grandi quantità di calcio, magnesio e ferro. Una porzione cotta in olio contiene più del 45 per cento dell’apporto quotidiano necessario di vitamina A; se non si utilizza l’olio in cottura, la percentuale di vitamina A sale al 72 per cento.

Questa pianta è inoltre ricca di proteine e il suo apporto di aminoacidi supera quello delle arachidi. Il suo elevato contenuto di antiossidanti favorisce la prevenzione di patologie come diabete, tumori e malattie cardiache.

La pianta ragno può essere fatta essiccare e conservata per un massimo di due anni; tuttavia, durante la conservazione, essa può perdere gran parte del suo valore nutrizionale.

Spesso la pianta viene cucinata e consumata fresca. Le sue foglie, gli steli, i baccelli e i fiori vengono bolliti in acqua o latte o fritti in padella con olio. L’aggiunta di latte attenua il sapore amaro delle foglie. Un altro metodo di cottura comune che aiuta a rendere la pianta meno amara consiste nel bollire le foglie, scolarle e aggiungerle ad altri ingredienti in uno stufato o come contorno, insieme ad altre verdure e spezie. Nell’Africa orientale, le foglie fresche sono utilizzate nei purè. Le foglie secche sono a volte macinate e mescolate ad alimenti per lo svezzamento dei bambini.

In Zambia, i piatti a base di foglie di pianta ragno vengono spesso insaporiti con arachidi tritate.

I semi della pianta ragno hanno un elevato contenuto d’olio, che può essere estratto mediante spremitura e non richiede alcun processo di raffinazione. Dopo la spremitura, i semi possono essere utilizzati come mangime per animali. I semi interi si usano come becchime per polli e altre specie avicole. Mucche, cammelli, cavalli e animali selvatici brucano le piante ragno, le cui foglie possono essere utilizzate come foraggio per il bestiame.

In molti paesi, le foglie e i semi della pianta ragno sono utilizzati nella medicina indigena. Essa viene utilizzata per alleviare i dolori del parto e ridurre la durata del travaglio. Dopo il parto, alcune donne consumano la pianta ragno per riacquistare le forze e favorire la produzione di latte. In altri paesi, si utilizzano rimedi naturali a base di pianta ragno contro mal di testa, mal di stomaco, costipazioni, vomito, difterite, vertigini, polmonite e infezioni auricolari. La pianta viene inoltre somministrata ai bambini in caso di circoncisione, in quanto si crede che sia in grado di favorire il reintegro ematico. Le foglie della pianta ragno hanno proprietà antinfiammatorie e alcuni studi scientifici preliminari evidenziano l’utilità di questa pianta nello sviluppo di una possibile terapia antiartritica.

La pianta ragno ha inoltre proprietà insetticide. L’estratto di foglie di pianta ragno diluito in acqua e spruzzato sulle colture aiuta a ridurre la presenza di afidi e tripidi. Coltivando alcune piante ragno fra i cavoli si riducono gli attacchi delle falene DBM e dei tripidi; in alcuni vivai di rose del Kenya, le piante ragno sono utilizzate per ridurre la presenza di acari rossi.

Durante il giorno, la pianta ragno resiste alle temperature elevate, alla luce solare intensa e alla siccità. Questa pianta cresce rigogliosa sui suoli sabbiosi e degradati; al contrario, ha difficoltà sui terreni argillosi o ad elevata umidità. La sua crescita è rapida e, in condizioni ideali, può essere raccolta tre settimane dopo essere stata piantata. Questa caratteristica la rende un elemento fondamentale per garantire un’alimentazione sana alle popolazioni rurali.

In Africa, la resa di questa pianta è generalmente elevata e le esigenze di irrigazione sono alquanto ridotte, così come la necessità di utilizzare additivi chimici.

Le proprietà nutrizionali di questa pianta, componente fondamentale della tradizione culinaria di molte culture africane, sono notevoli. In Africa meridionale e orientale, nei periodi di abbondanza, la pianta ragno è venduta nei mercati rurali e cittadini, il che ne fa una merce redditizia. Un ulteriore vantaggio economico potrebbe essere rappresentato dallo sviluppo di prodotti farmaceutici e insetticidi derivati, nonché dall’uso dell’olio dei semi della pianta per la produzione di detergenti, biocarburanti o altri prodotti commerciali.

 

Conclusione

 

Le famiglie che abitano in zone rurali e povere si impegnano nella raccolta di verdure selvatiche commestibili e di altri prodotti forestali e della savana, non legnosi. E’ la loro strategia di sopravvivenza. Da qualche tempo le “erbacce” citate vengono tollerate nei giardini, soprattutto di coloro che hanno imparato a capirne le proprietà. Ma mentre in Zimbabwe (e in altri stati limitrofi) esse continuano a crescere spontaneamente, si registra una coltivazione mirata in molti paesi della fascia equatoriale e dei tropici, dal Sudamerica all’Asia. Anche in Europa, in serra, piante come la Moringa, hanno iniziato ad avere un loro mercato di nicchia. In generale comunque, sulla base del loro potenziale valore nutrizionale e medicinale, erbe spontanee ed endemiche commestibili potrebbero contribuire in modo sostanziale alla sicurezza alimentare, sanitaria di base e a diete equilibrate delle famiglie rurali e anche, in futuro di quelle di città..

Lascia un commento

Tutti campi sono obbligatori