MALAWI: cultura, storia e antropologia

I Chewa (o Maravi), sono strettamente legati alle credenze animiste: secondo la loro religione Dio creò il mondo durante una tempesta. Il contatto tra vivi e morti avviene attraverso una danza chiamata gule wamkulu, nella quale i danzatori indossano costumi stracciati e pelli di animali, portando una maschera e muovendosi su trampoli. Le loro credenze si mescolano alla religione cattolica, ed è pratica comune consultare uno stregone quando si crede di essere colpiti dalla cattiva sorte. La musica più popolare è quella reggae in uno stile soft tipico del Paese, che ha in Lucius Banda e in Evison Matafale i due esponenti più noti. L’alimentazione si basa principalmente sullo nsima, impasto di farina di mais e acqua (come già detto è un po’ l’equivalente della nostra polenta e non si esclude che, così com’è per le murrine, i gioiellini usati spesso come moneta nella costa est dell’Africa e nel Corno d’Africa, abbia origini venete), che accompagna carne, pesce o verdure. La birra tradizionale della regione è quella di mais. Anche qui, come in molti altri Paesi africani, è il calcio lo sport più popolare. Molto praticata è anche la vela; nel mese di luglio si disputa la 500 km Sailing Marathon, la gara d’acqua dolce più lunga del mondo, in occasione della quale si percorre con catamarani l’intera lunghezza del Lago Malawi. L’unico sito designato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità è l’area rupestre di Chongoni (2006), dove sono conservati numerosissimi graffiti rupestri.

Letteratura

Il contatto con la civiltà occidentale non ha sradicato la cultura tradizionale dalla popolazione e, malgrado l’urbanizzazione, non si è prodotta una frattura netta con la società tribale. La colonizzazione non ha incoraggiato l’uso della lingua inglese e le lingue tradizionali vengono ancora preferite nella quotidianità. D’altra parte, la scarsa scolarizzazione, restringendo il pubblico a un’esigua élite, ha spinto la maggioranza degli scrittori a trascrivere la produzione narrativa orale tradizionale o a ispirarvisi per opere originali, anche drammatiche, facendo uso della lingua chichewa. Dopo l’indipendenza la letteratura in lingue africane si ispira al folclore e ha carattere didascalico.

 

I POPOLI E LA LORO STORIA

Nel 1993, nell’area di Karonga, sulla riva nord occidentale del lago, gli archeologi/paleontologi hanno ritrovato la mandibola inferiore di un ominide vissuto due milioni e mezzo di anni fa, contemporaneo più o meno di quelli i cui resti sono stati scoperti, molto più a nord, da Leakey. A confermare che la Rift Valley è la culla dell’uomo.

Nel Museo del Lago, a Mangochi, si possono ammirare alcuni reperti indicanti attività umane, ritrovati sempre sulla sponda occidentale da Karonga a Cape Maclear. Sono datati tra i 50 e i 100mila anni fa. Le tradizioni orali del Paese hanno conservato il nome e pochi ricordi degli antichi abitanti: gli Akafula.

I piccoli uomini rossi

Risalendo a ritroso il corso dei secoli, si sa che già 1.500 anni prima di Cristo le foreste che si specchiano nel lago Malawi, erano abitate da piccoli uomini dalla pelle color rame, i quali si rendevano belli colorandosi il corpo con l’ocra. Simili, in una parola, al popolo San, i cosiddetti boscimani del Kalahari. Qui si chiamavano Akafula. Vivevano di caccia e di pesca ed erano un popolo pacifico, anche perché non avevano veri nemici accanto a loro. La loro supremazia sul territorio fu molto lunga, fin quasi al 1.500 dopo Cristo, quando cominciarono ad arrivare, provenienti dal bacino del Congo, quelli che poi si chiamarono Amaravi.

I piccoli uomini rossi, sparsi sul territorio e suddivisi in piccoli clan com’erano, non furono in grado di formare un fronte unito per fermare l’invasione di questi uomini neri e grossi, armati di lance di ferro e di scudi di pelle, soldati ma anche agricoltori ed allevatori. Scoppiò la solita guerra tra un popolo nomade e uno stanziale, e i piccoli uomini rossi furono sterminati.

Anyanja: i popoli del lago

Tutti i popoli che, a ondate successive, si insediano nella Terra del lago a spese degli Akafula vengono raggruppati sotto un nome comune: i Bantu, che riunendosi tra vari clan formano un piccolo impero. Il gesuita portoghese Baretto, nel suo rapporto datato 1667, parla di un “impero del Maravi governato da Caronga, la cui gente commerciava con i portoghesiin avorio, ferro, schiavi e machira, che sono stoffe di cotone molto richieste nel regno di Monomatapa.”

Per duecento anni, poco più poco meno, in una relativa pace e prosperità dura l’impero Maravi: è il periodo d’oro della storia di questi popoli che, ritornati indipendenti nel 1964, ridaranno lo stesso nome – diventato Malawi – al paese che gli arbitrari confini coloniali hanno ristretto ad una semplice striscia lungo il lago e il fiume Shire.

La fine del Maravi è legata sia al proprio declino sia all’invasione quasi contemporanea dal sud degli Angoni e da est degli Ayao.

 

 Angoni e Ayao

Nel 1835 un popolo in fuga proveniente dal sud attraversa lo Zambesi: sono gli Angoni. Provengono dall’odierno Natal, Sud Africa, e fuggono da Shaka, un Napoleone in piccolo dalla pelle nera che ha il debole per la guerra e che sta formando, con il sangue di circa due milioni di indigeni, l’impero Zulu: i popoli vicini o si sottomettono o scappano creando così quelle migrazioni di massa (chiamato da loro mfekane) che hanno ridisegnato la mappa del centro-sud del continente.

Questi Angoni, pur in fuga, sono guerrieri che hanno assimilato le lezioni di Shaka, e dove passano sconfiggono qualsiasi gruppo armato che tenti una resistenza. Risalgono gli altipiani del Malawi da sudovest e in breve tempo ne diventano i padroni. Mentre allargano il dominio sul territorio si scontrano con un altro popolo, gli Ayao: anche loro hanno iniziato contemporaneamente, partendo però da est, a invadere il paese.

Gli Ayao, sono inizialmente un popolo pacifico che coltiva la terra situata tra i fiumi Rovuma e Lujenda, a est del lago Maravi, nell’odierno Mozambico. Parecchi di loro però, specie quelli appartenenti alla corporazione dei fabbri, si trasformano ben presto in commercianti che oltrepassano i confini del loro territorio giungendo fin sulla costa dove vengono a contatto con gli arabi. Questi, a loro volta, sono già presenti sulla costa orientale africana da più di un migliaio di anni e hanno fatto dell’isola di Unguja, capitale Zanzibar, il centro dei loro commerci. Spezie, avorio e schiavi: queste le merci più richieste. Per le spezie è l’isola stessa di Zanzibar (impropriamente si confonde la capitale col nome dell’isola, ma è d’uso comune) con le sue piantagioni di chiodi di garofano che copre la domanda. Per l’avorio e gli schiavi, sono i commercianti Ayao i migliori fornitori che ricevono in cambio stoffe e armi da fuoco (degli arabi abbracceranno anche la religione ma solo dopo il 1870).

A piccoli gruppi penetrano nella zona del lago e, in breve tempo, razziando schiavi, diventano i padroni di tutte le sue coste e delle sponde dello Shire.

 

La figura di David Livingstone

Quando il viaggiatore inglese David Livingstone arriva, navigando dallo Zambesi, via Shire fino alle cataratte di Chibisa, poi a piedi fino al lago, (è il 17 settembre 1859) trova le sue rive “coperte da scheletri umani e da corpi in putrefazione”, come annota nel suo diario. Assiste al passaggio di una carovana della morte mentre se ne sta seduto sotto un grande albero nei pressi di Mponda. I negrieri arabi, capi della carovana, si avvicinano per chiacchierare e per offrirgli sia monili di malachite sia tre piccole ragazze nere al costo di uno scellino l’una.

Il suo grido di dolore arriva fino a Londra, che ha abolito la schiavitù nei suoi territori già dal 1834. Nelle sue lettere, accusa arabi, ayao e portoghesi di quel commercio infame e si chiede:“Quando il santo vangelo di Cristo entrerà in questa buia regione?”

Si augura che i missionari, oltre a portare il messaggio evangelico “…incoraggino il progresso della scienza e delle arti industriali con un occhio particolare a tutte le questioni connesse con il traffico degli schiavi ancora ben presente nell’interno dell’Africa”. Fa appello perciò ai suoi colleghi universitari inglesi con i quali aveva fondato l’UMCA (Universities’ Mission to Central Africa – la Missione delle università inglesi per il Centroafrica) perché si muovano in fretta.

La risposta arriva il 1° gennaio 1861, quando Charles Frederick Mackenzie, della Chiesa anglicana, parroco di un villaggio vicino a Cambridge, è consacrato primo vescovo missionario dell’Africa Centrale. Livingstone lo accompagna a piedi da Chibisa, Mackenzie lo segue, con il pastorale in una mano e il fucile nell’altra, fino a Magomero dove è fondata la missione: un insieme di poche capanne di fango. Livingstone è stato l’uomo della Provvidenza per questa zona dell’Africa: anche se dietro a lui, oltre ai missionari, sono arrivati pure i funzionari delle colonie inglesi, tra cui, i più odiati, erano i collettori delle imposte. Non meno ingombranti erano i grandi proprietari che si accaparravano immense estensioni di terreno fertile per trasformarle in piantagioni di tè o tabacco. Loro, almeno, davano lavoro ad un’infinità di persone, tanto che due nuove tribù entrano nel Paese agli inizi del XX. secolo: gli Alomwe e gli Asena a formare in Nyasaland un mosaico di popoli che non ha eguale.

 

Commerci e protettorato inglese

Successive ondate di missionari si susseguono, e il tasso di mortalità tra di loro è altissimo anche perché i luoghi dove aprono le missioni, che devono essere vicino all’acqua perché i viaggi si fanno sempre su barche, sono insidiosi e malsani. Oltre agli anglicani, il cui scopo primario è l’evangelizzazione, arrivano le Chiese Scozzesi, i presbiteriani, più impegnati nel commercio che nella cura delle anime. Nel 1878 nasce in Scozia “The Livingstonia Central African Company” ben presto ridenominata “The African Lakes Company”. In poco tempo diventa una forza commerciale lungo le rive del lago e del fiume Shire entrando in conflitto con i commercianti-schiavisti del posto, specialmente con Mlozi, un sanguemisto figlio di un arabo e di una donna africana, che si era autoproclamato Sultano di Nkondeland. Questi vive in una cittadella fortificata vicino all’odierna Karonga. E’ circondato da un esercito composto dai “ruga-ruga”, i più sanguinari e bestiali guardiani di schiavi ed è alleato con gli altri schiavisti del lago, Jumbe, Makanjira e Mponda. I suoi dominii e i suoi commerci sono in continua espansione.

A difesa degli interessi britannici interviene il governo inglese che, sollecitato anche da Rhodes – il quale dall’odierno Zimbabwe si dà da fare per allargare in Africa l’influenza dell’Inghilterra affinché i suoi dominii corrano in linea retta dal Sudafrica all’Egitto – invia sul posto sir Harry Johnston quale “Commissario e Console Generale”: è il primo febbraio 1891. Questi prende sul serio il suo compito tanto che diventa proconsole dell’impero inglese in queste zone e sa come farsi rispettare. Per prima cosa cerca di rompere l’alleanza tra i vari capi Ayao delle sponde del lago per isolarne il più pericoloso, Mlozi, che è fatto prigioniero, giudicato sommariamente e impiccato.

Ormai, la “pax britannica” domina sul lago, eccetto una piccola porzione a sudest dove l’irriducibile Makanjira resiste.

L’antico impero Maravi è smembrato in tre parti, preda di tre diverse potenze coloniali europee: l’Inghilterra, il Portogallo e la Germania. Alla conferenza di Berlino, 1885, l’Europa si accorda per spartirsi l’Africa. La parte inglese diventa un protettorato, neanche una colonia e, tutto sommato, il giogo inglese sarà il meno pesante. Le popolazioni indigene sono però costrette a pagare la “tassa della capanna(e noi che pensavamo che l’IMU l’avesse inventato lo Stato italiano!!). Chi non ha soldi è obbligato a lavorare, un mese all’anno, alle dipendenze dello Stato. E’ la famigerata thangata, (che analogia col termine “stangata”) un mese di schiavitù all’anno. Un altro mese di lavoro gratuito era dovuto al padrone bianco se la capanna veniva a trovarsi entro i confini della sua piantagione. Comincia, in quegli anni, l’esodo verso le miniere della Rodhesia (oggi Zimbabwe) e del Sudafrica.

Gli Angoni non sono più i superbi guerrieri di un tempo: hanno gettato le lance per prendere le zappe e si sono dati alla coltivazione della terra; gli Ayao, sempre insofferenti a ogni autorità, si sono chiusi in un superbo isolamento. Gli Achewa e gli Anyanja si leccano le ferite… e i bwana inglesi imperversano, chiusi nella loro superiorità, pronti a dare spazio e fiducia solo ai propri fedeli servitori neri e a nessun altro.

Le insurrezioni

I missionari s’impegnano per il progresso dei nativi senza forse, si direbbe oggi, rendersi conto di far parte comunque di una sorta di colonialismo parallelo. La prima scuola è aperta dal Dr. Laws, anglicano, nel 1875 a Cape Maclear con quattro ragazzini desiderosi di imparare l’alfabeto e le scienze dell’uomo bianco. La lingua parlata dagli uomini del lago, il chinyanja, diventa la lingua franca del Paese e da orale che era, diventa anche scritta. Sarà proprio da queste scuole che usciranno i futuri leaders, cominciando da quelli che si metteranno a capo dei movimenti nazionalisti.

Elliot Kamwana e John Chilembwe sono tra questi. Chilembwe, diventato pastore battista, sarà protagonista di una ribellione armata finita con la sua morte. Il sogno di una nazione libera muore con lui, ma il seme è gettato: rinascerà rigoglioso 40 anni dopo.

Finita la prima guerra mondiale, il Nyasaland riprende a sopravvivere come “la cenerentola dell’Africa”, come l’aveva definita Johnston. La depressione degli anni ’30 rende ancora più grave la situazione. Il Paese, privo di qualsiasi materia prima, continua ad essere il serbatoio di manodopera per gli Stati vicini.

 

 

Verso l’indipendenza

Tra tutti questi emigranti uno resterà famoso: Hastings Kamuzu Banda. Nato nella zona di Kasungu, all’inizio di questo secolo, riceve la prima educazione scolastica alla missione presbiteriana di Livingstonia dove è battezzato. Mentre si sta preparando per diventare maestro è espulso dalla missione e prende la via dell’estero: va in Sudafrica a fare l’interprete in una miniera a Johannesburg. Qui conosce dei missionari americani che gli pagano gli studi in America dove diventa dottore. Nel 1937 va in Scozia per ottenere il diploma inglese che lo rende abile di esercitare la medicina in tutti i territori sotto il dominio inglese. Si sposta a Liverpool e poi a Londra dove la sua casa diventa il punto d’incontro di una nuova generazione di nazionalisti africani tra cui spiccano Nkrumah, Kenyatta (poi presidente del Kenia) e Khama. Intanto nella sua patria nasce un movimento indipendentista, il NAC (Nyasaland African Congress), guidato da un gruppo di giovani che cercano una persona più anziana e carismatica per guidarli. Si rivolgono a Banda, che nel frattempo ha seguito l’amico Nkrumah nel Ghana ormai indipendente. Nel luglio 1958 rientra in patria lasciando in Ghana la moglie inglese e il figlio. In Nyasaland è accolto come un Messia e assume il comando del partito. Il suo grido di guerra che ripete tre volte all’inizio di ogni comizio comincia a farsi sentire in ogni parte del Paese: Kwacha! Kwacha!Kwacha! (che significa “E’ l’aurora!”). La prima sua mossa è di combattere la “stupida federazione” che il governo inglese ha voluto imporre alle due Rodhesie (oggi Zimbabwe e Zambia) e al Nyasaland. Nel giro di un anno tutto il Paese è in subbuglio, il NAC è bandito e Banda è arrestato e imprigionato. E’ liberato nel 1960, e si rimette alla testa del movimento rinominato MCP (Malawi Congress Party). L’indipendenza arriva il 6 luglio 1964: d’ora in avanti il Nyasaland si chiamerà Repubblica del Malawi, e due anni dopo Banda ne diventa il Presidente per trasformarsi successivamente, fino a pochi anni fa, in un corrotto dittatore.

 

 LA VITA QUOTIDIANA IN UN VILLAGGIO DEL MALAWI

La vita tradizionale è quella che si vive al villaggio. Avvicinandosi a un agglomerato di capanne si può intuire chi lo abita: se è un insieme compatto di abitazioni appartiene a una tribù di tradizione guerriera (Angoni o Ayao), se le capanne sono disseminate qua e là nei campi è degli Alomwe, Anyanja o Achewa. Chi vive l’uno addosso all’altro non gode di alcuna intimità: tutto è sotto gli occhi di tutti. Chi vive isolato è più indipendente ma anche maggiormente in pericolo a causa dei ladri e delle bestie feroci.

La capanna viene costruita, con pali, graticcio e fango, a livello del terreno con un rialzo di una ventina di centimetri per isolare in pavimento dall’acqua. Di solito è quadrata, con il tetto a quattro spioventi, coperto di paglia o lunghe erbe secche e con tutto intorno una veranda che è il luogo più frequentato: serve per riposarsi all’ombra, per accogliere i visitatori e far quattro chiacchiere con loro, ecc.

Sul retro della capanna c’è di solito un cortile recintato all’interno del quale c’è il focolare, il bagno, il granaio, nel quale le pannocchie di granoturco vengono conservate ancora rivestite delle ultime foglie. L’interno della capanna è suddiviso in una serie di cellette, dove si distribuiscono, per la notte, i vari componenti della famiglia. Quando fa caldo si stende una stuoia in cortile e si dorme sotto le stelle.

La famiglia

Il nucleo di base della società è la famiglia. Per noi europei “famiglia” significa un’entità indipendente composta dai due genitori e dai figli. Per gli africani vuol dire invece un insieme di parenti. Questa famiglia estesa qui si chiama mbumba. Marito e moglie, pur stando insieme e avendo dei figli, continuano ad appartenere a due gruppi familiari differenti a cui si sentono legati da diritti e doveri ben più importanti di quelli acquisiti sposandosi: non esistono come cellula indipendente. Anche se vivono lontani dal villaggio d’origine, in città o in una piantagione, cooperano in qualsiasi occasione per la prosperità del proprio gruppo. Il “bene” stesso più importante, i figli, non appartiene a loro ma ai rispettivi gruppi familiari a seconda del sistema adottato. Se va secondo la linea materna i figli sono proprietà del gruppo materno e il padre biologico non ha alcun potere né autorità su di loro, se la linea è patrilineare appartengono al gruppo paterno e la moglie viene relegata alla funzione di “genitrice” o semplice “fattrice” che dir si voglia.

 

Lo zio materno

Nel sistema matrilineare, che è comune ad Achewa, Anyanja, Ayao ed Alomwe, la successione del potere e dell’autorità segue la linea della donna che è la sicura matrice della mbumba; ma non è che con questo sia lei la detentrice del potere che è comunque sempre in mano maschile. Per esempio, quando il capo villaggio muore gli succederà non suo figlio, ma il figlio della sorella più anziana del capo stesso; così il capo della mbumba è il fratello più vecchio, lo zio materno anche se lui è “in prestito” e dimora presso la famiglia di sua moglie. Egli avrà dunque più a cuore i suoi nipoti, i figli delle sue sorelle, più che i suoi stessi figli, sui quali non ha alcun potere. Se vorrà iniziare una qualche impresa commerciale, anche solo comperare una capra, lo farà presso la sua mbumba, non certo a favore e per la sua casa nella quale dimora. Da questa, infatti, egli può essere cacciato in qualsiasi momento e verrà sicuramente allontanato alla morte della moglie: allora dovrà andarsene con la sola stuoia su cui ha dormito. In questo sistema perciò è il maschio, quando si sposa, a lasciare fisicamente il suo gruppo familiare e a entrare in quello della donna. La sua posizione rimane precaria: è continuamente sotto l’occhio vigile della suocera e del suo primo figlio maschio che, come lui è sposato altrove. Basta uno sgarbo alla moglie per essere rinviato al suo gruppo che lo accoglie con freddezza perché è proprio su questo scambio di maschi che i vari gruppi prosperano.

Il “prezzo della sposa”

Nel sistema patrilineare, che è comune ad Angoni, Atumbuka ed Asena, l’autorità passa daL padre al figlio e la donna, quando si sposa, lascia il suo gruppo familiare per entrare in quello del marito. Essendo un bene prezioso – nella società africana la donna è importante come genitrice e come lavoratrice instancabile – il gruppo familiare che la riceve deve ricompensare il gruppo che se ne priva con un ammontare di capi di bestiame o con una somma di denaro pattuiti in precedenza. Il matrimonio è valido solo quando è stato consegnato tutto il “prezzo della sposa” che, naturalmente, lei non porta con sé come dote, ma che rimane ai suoi parenti, nella fattispecie al suo fratello più anziano. Nella sua nuova casa lei di conseguenza si sente come una schiava “acquistata”. Se, per caso, decidesse di sua spontanea volontà di rompere il contratto matrimoniale e ritornarsene da dove è partita, dovrebbe andarsene senza portare con sé i figli, che sono di proprietà del gruppo familiare del marito. I suoi parenti dovrebbero poi restituire quanto hanno ricevuto. Dato che questo è spesso impossibile perché i beni sono stati usati e consumati, essi la costringono a rimanere dov’è con buona pace della sua libertà e dei suoi diritti.

I rapporti quotidiani fra marito e moglie

In ambedue i casi (rapporti famigliari patri/matrilineari) non ci sono segni esteriori, ostentazione di intimità tra marito e moglie, eccetto quando i coniugi si incontrano alla sera per dormire insieme; in genere è al mattino presto, ai primi chiarori dell’alba, che chiacchierano liberamente tra loro due prima di alzarsi.

Quando camminano per la strada lei deve stare davanti portando l’ultimo nato sulla schiena e il fardello degli acquisti, la legna, sulla testa; il marito segue senza portare nulla. Se comunque dovesse aiutarla, arrivato nei pressi del villaggio, le restituisce il tutto per non …perdere la faccia. Anche ai pasti, di solito lui mangia per primo, da solo o insieme ai figli maschi, lei dopo e insieme alle figlie. Quando si rivolge al marito, come a qualsiasi altro maschio in vista, la donna si deve inginocchiare e assumere una posizione di sottomissione.

Quando ci sono difficoltà di intesa tra marito e moglie, in luogo di cercare di risolverle tra loro due, ognuno le va a riferire al proprio “testimone” di nozze e quindi al proprio gruppo familiare. Gli interpellati intervengono, ma se la loro mediazione dovesse fallire, il caso viene portato al capo villaggio. Comunque tutto e sempre viene sbandierato in pubblico. Il villaggio intero prende parte alla controversia, se non altro come spettatore. Non c’è alcuna riservatezza per l’individuo singolo: ciò che prevale è l’interesse del gruppo familiare.

CLAN E VILLAGGIO

All’interno del gruppo familiare il concetto di “fratello” non è limitato ai figli di una stessa madre ma allargato a quelli che noi chiamiamo cugini e a tutti quelli che hanno una relazione con un comune antenato. Così il concetto di “padre” e “madre” include tutti gli zii, le zie, i nonni ecc. I giovani sono a servizio dei più anziani, quindi più sono e più gli anziani potranno godere di un’assistenza garantita.

Ogni gruppo familiare è in relazione con altri con cui ha in comune lo stesso antenato fondatore; insieme formano il clan denominato con uno stesso nome, ad esempio gli Abanda, gli Amwalo…. Nessun matrimonio è permesso all’interno del clan, per evitare qualsiasi pericolo di consanguineità, anche se i suoi membri sono dispersi ai quattro angoli del Paese.

Il villaggio è composto da vari gruppi familiari che hanno deciso di vivere insieme sotto l’autorità di un capo. Questi lo è per diritto ereditario ed esercita la sua autorità circondato dagli anziani che lo consigliano: in fase di discussione ognuno può dire tutto ciò che pensa e il capo ascolta tutti i pareri pazientemente. Quando poi decide tutti devono obbedire, anche i dissenzienti. Fino a qualche decennio fa il villaggio era solo un luogo temporaneo dove stare: quando la terra coltivata risultava troppo sfruttata, si cambiava luogo, sempre possibilmente vicino a un fiume con possibilità di terreno fertile e bosco dove raccogliere legna per il fuoco. La terra è di tutti, data in dono da Dio agli antenati: è il capo che la distribuisce alle famiglie; non c’è diritto di proprietà: fin che la coltivi è tua, se non lo fai più la terra ritorna al capo. Ora le cose stanno cambiando: l’uso dei fertilizzanti ha favorito la stanzialità dei gruppi familiari.

L’infanzia

La madre africana è molto orgogliosa del suo piccolo. Se lo tiene vicino notte e giorno, di notte facendolo dormire accanto a sè sulla stuoia, di giorno portandoselo sulla schiena avvolto in un pezzo di stoffa: pelle contro pelle, al sicuro da ogni pericolo – ragni, serpenti, topi ecc.- in cui incorrerebbe se fosse lasciato a terra. Così il piccolo partecipa alle fatiche quotidiane della mamma mentre questa lavora nel campo o pesta il mais nel mortaio o porta pesanti fascine di legna e pure quando balla e si diverte. Ha una pazienza sconfinata: per lui non c’è mai un rimbrotto o uno scatto d’ira. Per due anni buoni è allattato al seno e successivamente viene man mano abituato ai cibi solidi. La mamma lo lava ogni giorno all’aria aperta e lo fa asciugare al sole, lo unge frequentemente con olio vegetale perché la sua pelle non si screpoli, gli attacca alla vita con uno spago amuleti vari, avendo cura che questi si piazzino vicino agli orifizi che sono la via seguita dagli spiriti maligni per entrare nel corpo, per tener lontano malocchio e malattie; agli amuleti vengono aggiunte perline colorate per favorire la fertilità se è una femminuccia.

E’ molto atteso il primo dente: se spunta prima quello sopra è un segno di sfortuna. In passato quel bambino sarebbe stato soppresso perché da adulto sarebbe diventato uno stregone. Solo dopo il primo dente la madre lo mette sulle spalle della sorellina, se ne ha una, e così il bambino si stacca lentamente da lei che presto dovrà curarsi di un nuovo figlio in genere già in viaggio. Così il bimbo entra progressivamente nel gruppo dei suoi coetanei e impara ben presto ad essere autosufficiente e a ritornare a casa solo la sera, per partecipare all’unico pasto della famiglia.

I giocattoli se li costruisce da solo: basta un po’ di filo di ferro e la fantasia si scatena: ne nascono automobiline, carrettini, autobotti in miniatura; un cerchione di bicicletta ricorda giochi europei del primo dopoguerra. Per le bambine è sufficiente un frutto di mango da trasformare in bambola e da portare sulla schiena imitando la mamma.

Per tagliare i capelli al bambino la madre gli dà in regalo un uovo; è un’usanza degli Ayao. Una volta rasato, i bimbo corre nei campi a incontrare i compagni per giocare ma questi lo deridono cantando:

Che brutta pelata
Chi è che
fa diminuire i polli
mangiando le uova?
Come sei brutto
è meglio avere sulla testa
un mucchio di capelli

Sempre tra gli Ayao, quando cade la prima pioggia, i ragazzi si mettono a danzare all’aperto cantando:

La pioggia sta invadendo il paese:
chi non resta bagnato dalla prima pioggia
verrà stregato
e prenderà il raffreddore
ad ogni goccia d’acqua
caduta dal cielo!

Se il feto nasce morto oppure nei primi giorni di vita il bambino muore prima di aver ricevuto il nome ed essere stato presentato alla famiglia, non è considerato come una persona e viene sepolto a fior di terra dalle donne del villaggio in forma privata. Se non fosse così la madre “diventerebbe sterile o le si gonfierebbero le gambe”.

Spesso accade che gli animali selvatici lo fiutino e lo dissotterrino per mangiarselo. Non è raro vedere vagare per il villaggio un cane macilento con un pezzo del corpicino in bocca: in quel caso gli si lanciano pietre perché vada a divorarselo altrove.

VERSO L’ETA’ ADULTA

Il bambino cresce sotto la supervisione dell’intero gruppo familiare e sono specialmente gli anziani a curarsi della sua educazione. Ben presto viene messo al lavoro, non fosse altro che far da pastore agli animali che allevano: pecore, capre o mucche.

Ma è la cerimonia dell’iniziazione che dà la possibilità ai ragazzi di conoscere a fondo le tradizioni e gli usi della tribù e che li fa entrare a pieno titolo in essa: chi non è iniziato non si sente adulto.

Segregati nella foresta

Annualmente, dopo il raccolto, in ogni villaggio si raccolgono i ragazzi e le ragazze sui 12-13 anni in due gruppi ben distinti. In genere le ragazze, con le loro maestre, si ritirano in una capanna isolata del villaggio stesso, i ragazzi invece, con i padrini e gli anziani, si incamminano nel bosco dove erigono dei ripari provvisori circondati da una recinzione fatta di pali e di erbe che nessuno può superare senza il permesso del capo-cerimonia: anticamente chi contravveniva a questa regola veniva ucciso. L’importanza dell’evento è data anche dall’aria di mistero, di segretezza e di paura che accompagna questi riti. Specialmente la paura. Il bambino ha finito di essere un soggetto giocoso e spensierato: d’ora in avanti, oltre ad acquisire quel sano orgoglio di appartenere a un’illustre tribù, dovrà guardarsi da tanti tabù, dovrà sottostare a innumerevoli comandamenti e ad antiche tradizioni che lo faranno vivere in un costante stato di paura, il tutto unito al timore degli spiriti e delle forze occulte sempre in agguato per togliere o sminuire il bene più grande dell’uomo che è la vita: esorcizzerà tutto ciò mostrandosi gioioso e chiassoso ma è solo una facciata esteriore.

Educazione alla vita

Sia per i maschi che per le femmine l’istruzione comincia con la storia della tribù, con l’enumerazione delle cose da fare e da evitare, con l’apprendimento dei canti e l’introduzione alla vita di adulti. Gli insegnamenti generali dell’iniziazione in breve sono: obbedire e onorare gli adulti, aiutare i bisognosi, gli anziani, i bambini, gli storpi e non deriderli; onorare i genitori, amare Dio, dire la verità, non rubare, non commettere adulterio, aver cura del proprio corpo giorno dopo giorno, non mangiare cibo rubato, essere gentile con tutti, lavorare sodo e rispettare tutte le creature di Dio.

Per i maschi Alomwe ed Anyanja finisce lì, per gli Achewa in più c’è l’affiliazione agli Nyao e, per gli Ayao, la circoncisione.

Affiliazione agli Nyao

L’affiliazione agli Nyao inizia con il terrore: il ragazzo viene denudato, picchiato con bastoni, obbligato a bere strane e puzzolenti “medicine” contenenti escrementi e urina, a ingoiare le viscere crude e sporche di un pollo…

Sono i membri anziani che fanno tutto ciò con l’intento di far perdere al giovane candidato ogni senso di pudore e di vergogna. Poi gli viene rivelata, sotto strettissimo segreto, la storia dell’organizzazione e i suoi precetti. Nel frattempo gli insegnano come costruire le maschere da indossare nelle danze, che sono una delle maggiori espressioni del gruppo e come danzare secondo la maschera che si indossa. Il ragazzo impara anche come andar di notte, nudo, nei villaggi a rubare galline, le parole segrete di riconoscimento e tanti altri piccoli segreti. Solo pochi, i migliori di questa selezione progressiva, continueranno a far parte del gruppo ristretto dei danzatori, ma per chi è un iniziato non ci sarà pericolo che venga preso di mira da altri membri attivi che, quando invadono un villaggio per danzare, hanno libertà di fare tutto quello che vogliono (dal rubare, al fare qualsiasi violenza alle cose e alle donne)  temuti come sono e coperti dall’immunità dell’anonimato. Ancor oggi per le strade del Malawi si possono incontrare siffatti uomini mascherati in pieno giorno: al loro apparire la gente ha paura e si ritira nelle case. Inizialmente queste danze dovevano avere significati religiosi, specie per placare gli spiriti degli antenati e di quelli appena morti e le maschere che, uscendo all’improvviso dalla foresta intimorivano tutti, dovevano appunto simboleggiare gli spiriti dei morti. Il tutto legato all’autorità del capo villaggio che negli antichi tempi era anche il custode della “casa degli spiriti” ai quali offriva sacrifici e preghiere.

La circoncisione

Per i ragazzi Ayao, invece, il culmine dell’iniziazione è la circoncisione. La mattina del giorno fissato per l’operazione, sono condotti al fiume dove si immergono nudi fino alla vita per ore finché una specie di anestesia entra in loro. Poi con una lametta o un coltello arrugginito, se non addirittura con un bambù reso tagliente, il “dottore africano” – come oggi amano definirsi i tradizionali “praticoni” di villaggio – taglia il prepuzio e cosparge la ferita con un impiastro composto di cenere e di olio.(Qualcuno di questi “medici” è al corrente della penicillina in polvere e, se riesce a procurarsela, la usa). Spesso le complicazioni sono febbre, infezioni: qualcuno muore, anche, all’interno del recinto, ma i suoi parenti lo sapranno solo alla fine della cerimonia, quando il loro figlio non esce con gli altri; e non riceveranno neppure il cadavere che è stato sepolto in fretta nel bosco.

La festa della fertilità

L’iniziazione della ragazza è suddivisa in varie fasi corrispondenti al suo sviluppo fisico. Mentre cresce e comincia ad aiutare sua madre, il lavoro fa sempre più parte della sua vita e il tempo per giocare diminuisce sempre più. Con interesse e partecipazione la famiglia guarda la sua crescita e lei è avvisata che alla prima mestruazione non deve aver paura ma è obbligata, pena la morte, ad avvisare le donne anziane di quello che sta succedendo in lei. Fino a quel momento è libera di “giocare” con le compagne e i compagni per “preparare” il suo corpo ad un futuro marito.

 

Le “maestre” iniziatrici

Non sarà la mamma la prima a sapere del cambiamento fisico, né sarà lei a darle le istruzioni del caso: per questo ci sono le “maestre”. Queste, oltre a segregare la ragazza in una capanna, avvisano il capo villaggio, a cui viene offerto un pollo. Inizia così la prima iniziazione privata della ragazza per i 4 o 5 giorni in cui rimane chiusa in casa. I primi insegnamenti sono per i tabù, le precauzioni che deve avere durante il mestruo: non toccare il fuoco, non dar da mangiare a un bambino, non versare l’acqua nella pentola, non chiudere la porta di casa ma farla chiudere a qualcun altro, non toccare le ceneri del focolare, non mettersi dietro alla madre, non dormire sulla solita stuoia, non “giocare” con i giovani… “se non seguirai queste istruzioni morirai o perderai molto sangue o una sfortuna ti capiterà di sicuro”. Poi si passa alle regole di buona creanza: “non comportarti più come una bambina, inginocchiati davanti a un anziano, parla dolcemente e cerca di passare inosservata, làvati prima che il sole sorga, non entrare in casa nella quale stanno dormendo i tuoi genitori, non passare mai dietro le persone ma sempre davanti”… L’ultimo giorno le vengono tagliati a zero i capelli, la notte seguente deve compiere un solo atto sessuale con un giovane pagato apposta per questa prestazione, e le “maestre” rifanno il pavimento della capanna con un nuovo strato di fango: è il segno per la famiglia che la loro figlia è ormai una donna.

La festa finale

La festa solenne per tutte le ragazze del villaggio che sono diventate donne si fa dopo il raccolto ed è la più importante della stagione. Esse se ne stanno recluse in una capanna ai margini del villaggio oppure in un recinto nel bosco. Anche per loro, come per i coetanei maschi, ci sono punizioni, inflitte spesso gratuitamente dalle “maestre”, che esse devono sopportare stoicamente e ancora tanti insegnamenti. Infine la festa finale a cui esse si presentano tutte adornate, ancora una volta pelate ma con i seni scoperti: danze, regali, ubriacature varie.

D’ora in poi la ragazza si farà chiamare con un nome nuovo per la nuova vita che sta per incominciare, quello da bambina non le serve più.

Acconciature ed ornamenti

“Gli Amang’anja – scrive Livingstone nel suo diario – ornano i loro corpi in modo stravagante, indossando anelli, braccialetti fatti di ottone, rame o ferro. Ma il più bel ornamento è il pelele, un disco nel labbro superiore delle donne. Qualche donna giunge anche agli estremi di introdurre un disco anche nel labbro inferiore”. Una tradizione quasi scomparsa all’inizio di questo secolo.

Sulle facce delle donne anziane si possono ammirare ancor oggi tatuaggi di bellezza, oppure un buco nella narice destra riempito con un gioiello d’argento.

Anticamente il vestito, che si limitava a un semplice perizoma sia per l’uomo che per la donna, era ricavato dalla scorza di un particolare albero che veniva lavorata e ammorbidita con i denti (le donne li consumavano con queste operazioni ripetute) o pestandola con dei mattarelli; anche le coperte erano ottenute con lo stesso procedimento: era la famosa macila che gli Amaravi vendevano anche ai commercianti portoghesi prima che arrivasse sul mercato il càlico, la rudimentale stoffa intessuta a mano proveniente dall’India. Il telaio per tessere le stoffe non era conosciuto in questa parte dell’Africa.

L’acconciatura dei capelli, per le donne, è sempre stata un motivo di “croce e delizia” per le stesse. Tirare i loro capelli ricci e legarli in tante treccine, una moda vecchia e universale, è molto doloroso e causa mal di testa. Oppure li stirano, usando pietre o pettini di metallo scaldati sul fuoco.

Profumi, lozioni e creme per sbiancare la pelle, spesso dannose a lungo andare, sono oggi molto richieste dalle donne che spendono volentieri i loro risparmi, se ne hanno, per farsi belle.

IL MATRIMONIO TRA “IL GALLETTO E LA POLLASTRELLA”

Anticamente erano le famiglie a negoziare il matrimonio che poteva avvenire mentre ancora i due interessati erano giovanissimi. Da qualche decennio ormai è invalsa la tradizione che siano loro a scegliersi. La ragazza si aspetta subito dei regali.

Primi approcci

Il ragazzo fa i primi passi informali presso la famiglia di lei per vedere se è ben accetto. Quando avvisano la ragazza che c’è un pretendente per lei, anche se dentro di sé ne gioisce, afferma di esserne sorpresa e che il fatto non le interessa. Il fratello/ i fratelli maschi e sua madre la sgridano e la consigliano di accettare: lei lo fa di malavoglia, ma solo apparentemente perché è desiderio suo e obbligo per tutte le ragazze di sposarsi. Se tutto procede bene, il ragazzo avvisa lo zio materno, che diventa il suo testimone: sarà lui a recarsi presso lo zio materno di lei a dire che nella sua famiglia c’è un “galletto” che sta cercando una “pollastrella”.

Trattative ufficiali

Si cominciano le trattative ufficiali, che nel sistema patrilineare comportano anche “il prezzo della sposa”.

Poi il ragazzo è invitato per un determinato periodo a stare presso la famiglia della futura sposa: dovrà mostrare tutte le sue doti di lavoratore indefesso, aiutare nel lavoro dei campi e magari iniziare la costruzione della capanna dove eventualmente vivrà con la sua sposa, solo dopo sposati però: in questo periodo lui dormirà insieme ai ragazzi della famiglia.

Cerimonia nuziale

Passato l’esame, si va verso la cerimonia nuziale che è molto semplice. Lui entra nella capanna nuova e aspetta. Lei arriva, la sera, accompagnata dalle “maestre”, che le hanno fatto le ultime raccomandazioni: “Ricordati di scaldar l’acqua al mattino e alla sera perché tuo marito possa lavarsi a dovere, cùrati che lui mangi il meglio che tu puoi offrire, all’inizio del ciclo ti toglierai le file di perline che hai intorno alla vita e le appenderai a un chiodo così il marito capirà che non deve accostarsi a te fino a che quelle spariscono di nuovo ritornando indosso a te, durante quei giorni non verserai il sale nella pentola ma chiederai a un bambino che lo faccia per te altrimenti tu e tuo marito morirete; non permettere che tuo marito si accosti a te quando un figlio è ammalato, quando il capo è lontano dal villaggio, quando c’è un funerale nella zona, durante la semina e il raccolto, quando fai fermentare il mais per ottenerne la birra…”

La prima notte di nozze

Altre parenti la accompagnano e portano la cena. Tutti si ritirano, lei offre la cena al marito e mangiano insieme. Poi la stuoia li aspetta per il primo atto coniugale che deve essere compiuto in modo che il seme dell’uomo venga sparso per terra come preghiera o sacrificio di fecondità. Il mattino dopo una “maestra” ritorna per sapere come sono andate le cose: se tutti e due sono contenti il matrimonio è dichiarato valido, altrimenti il ragazzo è rinviato a casa sua e la donna si sente libera di sposarne un altro. La verginità non è un requisito necessario, tanto più che è rara, vista la preparazione a cui il corpo della ragazza deve sottomettersi per arrivare pronta al matrimonio.

Questo per chi segue il sistema matrilineare. Per gli altri, specie per gli Atumbuka, la verginità è requisito necessario e fa parte delle contrattazioni, e se poi non c’è, la donna può essere rinviata con richiesta di restituire quanto dato.

Inutile dire che, pur essendo una festa che riguarda non il villaggio intero ma solo due gruppi familiari, tutti quelli del circondario sono invitati a parteciparvi: il numero dei presenti è alto e si fermano a lungo (anche 2 o 3 giorni) in relazione proporzionale al cibo e alla birra che sono messi a loro disposizione. Mangiate e ubriacature (se il capo villaggio non si ubriaca vuol dire che la festa non è riuscita!), danze e baldorie varie fanno da contrappunto al clima festoso.

Il parto

Appena la donna si accorge che è incinta avvisa il marito e i suoi familiari, oppure direttamente sua madre. E’ importante che i parenti siano avvisati perché tutte le coppie sposate della parentela dovranno astenersi dalle relazioni coniugali fino alla nascita del figlio.

Spesso però gli uomini si lamentano per questa astinenza forzata e tendono a risolvere il problema prendendosi una seconda moglie in un altro villaggio!

 

Precauzioni durante la gravidanza

Per la prima maternità presso gli Achewa si prevede una speciale cerimonia per la moglie, sempre condotta dalle “maestre” che hanno ancora un sacco di raccomandazioni da farle: “Non dormire sulla schiena o sulla pancia ma sempre sul fianco, non toccare i bambini degli altri, non mangiare le uova altrimenti tuo figlio nascerà calvo, nell’ultimo mese non bere birra, non presentarti alla presenza del capo, non mangiare la carne di animali deformi perché tuo figlio potrebbe nascere con le loro sembianze, non uccidere i serpenti, non guardare una donna che sta allattando, non deridere gli zoppi, non salutare i visitatori quando se ne vanno, non accettare nessun complimento o augurio per la prossima maternità e fai finta di non essere incinta, “dai da mangiare” al bambino che cresce in te compiendo l’atto coniugale giacendo sul fianco una volta al giorno con tuo marito fino al settimo mese di gravidanza, se però ti accorgi che nel frattempo tuo marito ha relazioni adulterine non lasciarlo avvicinare a te altrimenti tuo figlio nascerà morto…”

Il momento del parto

Quando poi arriva il momento del parto, di solito la donna deve trovarsi nella capanna della madre a cui nessun uomo, adulto o bambino, deve avvicinarsi durante l’evento. In compenso tra donne anziane e “maestre” il piccolo spazio è sempre pieno di gente. A capo di tutte c’è la levatrice del villaggio, in genere una praticona che non si cura dell’igiene e che spesso riempie di “medicine” inutili se non addirittura dannose il corpo della gestante specie se il parto si rivela laborioso. La soglia del dolore della donna africana è altissimo perché pur in mezzo a sofferenze atroci non si lamenta e non grida: stesa su una stuoia e con la testa appoggiata alle ginocchia della madre che la sorregge da dietro, soffre in silenzio per mettere al mondo una nuova vita. Se interviene qualche complicazione durante il travaglio, per es. per la posizione del bambino, allora per lei sono dolori: oltre a non far niente per aiutarla si arriva subito alla conclusione che lei o il marito hanno compiuto adulterio durante il periodo della gravidanza. Prima si corre dal marito e lo si sottopone a uno stretto interrogatorio. Se lui giura e spergiura di essersi comportato bene, è la volta della donna: le si avvicinano a turno per dirle di confessare il nome dell’amante, e se non parla viene pure malmenata fino a che lei dice i primi nomi che le vengono in mente, al che, se sopravvive, seguirà un caso giudiziario.

 

 Morte da parto

Se una donna muore durante la gravidanza o durante il parto, il marito è considerato colpevole e deve pagare una forte somma per sdebitarsi. Il cadavere della donna, anticamente, era esposto su una piattaforma in cima a un albero. Se il bambino sopravviveva alla morte della madre era considerato uno stregone e sepolto vivo; anche oggi si trova difficoltà a trovare una donna che lo allatti: è uno dei pochi casi in cui il gruppo familiare non si sente responsabile per quella creaturina considerata “malefica”. Per tutti gli altri orfani non c’è problema, tanto che in Malawi non c’è mai stato bisogno di orfanotrofi, ad eccezione di casi come questo.

Il primo figlio

Se invece il parto e tutto il resto va bene, c’è grande gioia nella capanna e, di conseguenza, nel villaggio. I riti segreti non sono certamente ancora finiti e il marito non è ammesso nella capanna perché il bambino è ancora “freddo”: lo si lava, gli si fa bere la “medicina” e gli si mette attorno alla vita e al collo una serie di amuleti per preservarlo dagli influssi maligni degli spiriti. Segretamente viene seppellita la placenta, il cordone ombelicale e i primi capelli del bambino (affinché gli stregoni non li usino per fare le loro “medicine di morte”). Si passa poi a dare un nome al bambino e lo si presenta alla famiglia e al padre, il quale lo prenderà in braccio, ma solo dopo aver ingoiato una “medicina” che lo difenderà da ogni conseguenza funesta.

Per un mese e mezzo il bambino non è ancora considerato “persona”, e se per caso dovesse morire sarebbe sepolto dalle sole donne.

La purificazione della madre

Arriva il giorno della purificazione della donna e dell’introduzione del bambino nella famiglia: una cerimonia comune a tutte le tribù del Malawi. Si inizia con un rito della fertilità. La madre prende suo figlio e se lo stringe al seno stando attenta che ci sia contatto pelle contro pelle, si stende sulla stuoia giacendo su un fianco e ha con il marito, o chi per lui se questi è assente, un rapporto coniugale interrotto; poi, se il figlio è un maschio, il padre lo prende in braccio e velocemente spicca un salto sul fuoco attraversandolo e poi riconsegna il bambino alla madre; se invece è una femmina, sta alla madre passare sul fuoco con la figlia in braccio e poi consegnarla al marito. Infine la donna usa lo sperma per ungere il suo seno e il corpo del figlio nonché il laccio che d’ora in avanti il piccolo porterà intorno alla vita. Seguono due atti coniugali fatti a dovere, e si ritorna nella normalità. Il giorno dopo è festa per tutti, e finalmente il bambino, a cui sono stati tolti gli amuleti intorno al collo, ai polsi e alle caviglie, è considerato della famiglia, e tutti lo possono toccare.

Rimangono le ultime raccomandazioni da fare alla giovane coppia: per sei mesi astinenza dai rapporti coniugali, nel frattempo il marito non deve andare con altre donne altrimenti il figlio si ammalerà o morirà.

Anticamente se nascevano due gemelli uno dei due veniva ucciso per soffocamento; se il bambino nasceva deforme veniva fatto morire prima che sua madre lo vedesse altrimenti avrebbe portato sfortuna al villaggio, come un cattivo raccolto, una pestilenza.

Sterilità e aborto

Da quanto detto risulta chiaro che la sterilità è una grande disgrazia sia per l’uomo che per la donna, è motivo di vergogna e crea le premesse per l’adulterio, il divorzio e la poligamia. Naturalmente i dottori tradizionali e gli indovini vanno a nozze in questi casi e inventano pozioni strane ed amuleti in quantità per ovviare al mancato concepimento.

Pratiche abortive

Per chi vuol prevenire la maternità o vuol disfarsi di un feto indesiderato, le soluzioni sono parecchie. C’è la medicina tradizionale fatta di erbe e radici che però se non assunte nel giusto dosaggio possono causare emorragie mortali oppure sterilità permanente; a volte si utilizza una dose consistente di “Surf”, il detersivo che si vende in ogni bottega, ma anche questo è veleno; ci sono poi i praticoni-(che a volte si trasformano in macellai)e infine, ma so lo per chi ha parecchi soldi, i dottori laureati nelle scuole di medicina di proprietà occidentale: dietro un lauto compenso sono disposti ad infrangere le leggi del Paese e far le “cose per bene”.

TOTEM E TABOO

Ci sono regole e precetti da osservare quotidianamente. Ad esempio se mentre cammini ti cade il bastone o qualche altra cosa che hai in mano è un buon segno, avrai un buon viaggio. Se camminando nel bosco osservi un uccello e imiti il suo canto: se ti risponde è di cattivo augurio, se non lo fa è buon segno. Se camminando inciampi e ti ferisci in un ciuffo d’erba o in un ramoscello, il tuo viaggio sarà buono. Se invece incontri sul sentiero un camaleonte o un certo tipo di serpente e non torni indietro, ti ammalerai. Se di notte senti il verso di un gufo o un uccello notturno vola dentro la tua capanna, ti aspetta una sfortuna. Se mentre tagli un albero la tua ascia vi rimane impigliata due o tre volte di seguito, l’albero ti cadrà sulla testa se non lo lasci stare. Se i gatti del villaggio si riuniscono e miagolano a lungo, qualcuno deve morire. Se una donna rompe i suoi utensili di terracotta tre volte di seguito, uno dei suoi parenti deve morire. Se picchi una ragazza con un bambù, diventerà sterile. Se sul sentiero incontri una colonna di formiche nere e le scavalchi, avrai un buon viaggio. Se nel cammino vedi da lontano un leopardo o un iena e non torni indietro, sarai sfortunato.

I taboo (tabù) alimentari

I ragazzi non devono mangiare le uova: diventerebbero sterili. Le uova già covate solo i vecchi le possono mangiare, tutti gli altri diventerebbero sterili. Se una ragazza beve il latte di mucca o di capra, non potrà nutrire al seno i suoi figli. Se una donna mangia la mammella di un animale, il suo seno sarà secco per sempre. I giovani diventano sterili se mangiano il grasso di porco, se bevono la birra vecchia di tre giorni, se arrossiscono il granoturco nel recipiente delle ceneri. Se dai da mangiare il miele al bambino piccolo non gli cresceranno i denti. Se una donna incinta o una puerpera mangia carne di zebra, suo figlio avrà strisce bianche sulla pelle.

Per chi va a caccia

Se il cacciatore la notte prima di partire per la caccia ha contatti sessuali con la moglie, non prenderà niente.

Per la semina

Durante il tempo della semina, se i coniugi hanno relazioni coniugali oppure tutti i membri della famiglia non si lavano minuziosamente tutto il corpo, il raccolto sarà misero. Per i coniugi che vogliono un raccolto abbondante, essi devono fare sesso con la pratica del coitus interruptus e spargere lo sperma maschile ai quattro angoli del campo.

Per gli artigiani

Il fabbro prima di accendere la fornace, deve assolutamente escludere le relazioni sessuali con la moglie altrimenti la colata sarà pessima. Così è anche per la donna che vuol cuocere i recipienti di cucina che lei stessa ha modellato con la creta, altrimenti questi si romperebbero nel fuoco. La prassi è la stessa per l’uomo che sta realizzando un tamburo, altrimenti lo strumento non avrà un buon suono e per la donna che prepara il sale bruciando delle erbe, altrimenti quel sale non salerà.

Insomma le relazioni coniugali ci vanno sempre di mezzo tanto che spesso l’uomo si lamenta per l’astinenza forzata ed altrettanto spesso cerca alternative.

I casi giudiziari

Le querele e i dibattiti che finiscono dal capo villaggio sono sempre numerosi e danno novità alla monotona vita del villaggio: tutti quelli che lo desiderano possono assistervi, almeno come (muti) spettatori.

Condurre un dibattito, il mlandu, e riuscire a mettere d’accordo i contendenti è arte raffinata che richiede la conoscenza profonda della psicologia africana. Presiede il capo villaggio, seduto sulla veranda della sua casa, se la disputa è solo tra due persone, sotto il grande albero, un sicomoro, presente in ogni villaggio se prevede un’udienza folta. Tutti devono osservare regole precise nel dibattito: comincia a parlare, su invito del presidente, chi ha sollevato il “caso”; questi espone tutte le sue lamentele magari anche distorcendo la verità, ma nessuno lo può interrompere. Poi è la volta dell’accusato: riassume quanto ha detto l’accusatore e poi ribatte punto su punto portando le sue ragioni e nessuno lo può interrompere. Poi si dà la parola al testimone del primo, poi al testimone del secondo, poi chi ha parlato per primo ha diritto di replica e anche il secondo e così via. Il capo dà poi la parola ai suoi consiglieri, gli anziani del villaggio che portano la loro esperienza e fanno sfoggio del loro sapere citando antichi proverbi che rendono sapido e concreto il loro discorso. Solo quando tutti hanno parlato e nessuno ha più niente da dire, il capo emette il giudizio finale, assolutamente insindacabile.

Tutto si svolge come in uno spettacolo: c’è il momento tragico, delle lacrime, specie se è una donna che accusa; c’è il momento delle risate… e chi assiste, specialmente coloro che appartengono alle giovani generazioni, imparano gradualmente l’organizzazione sociale del clan mentre cresce la conoscenza delle tradizioni fondamentale per il tramandare di usi e costumi.

MEDICINA TRADIZIONALE E RITUALI VODOO

Sono tanti i nemici della vita in Africa, dagli animali ai fenomeni naturali: siccità, inondazioni, epidemie, morti improvvise, provocate da spiriti cattivi o da uomini malvagi. Il leone o il coccodrillo che uccidono un essere umano non sono animali, ma uomini che si sono trasformati in bestie feroci; la siccità è dovuta a qualcuno che “ha legato la pioggia”; le inondazioni ad uno spirito chiamato napolo più grosso di un serpente che divora tutto ciò che incontra sulla sua strada; le epidemie sono mandate dagli spiriti dei morti che non sono contenti dei vivi.

Per difendersi da questi pericoli l’uomo del villaggio cerca protezione tra i parenti, si sforza di obbedire puntigliosamente ai tabù ancestrali e di aggrapparsi alla “medicina”. “Niente è fuori della portata della medicina e del “medico africano” – scriveva nel 1946 Kamuzu Banda quando era solo un dottore e non ancora Kamuzu (presidente? dittatore? Grande Capo?)- . La stessa vita, la salute, l’amore, la politica, la semina e il raccolto, la caccia e la pesca: tutto può essere influenzato da un giudizioso e tempestivo uso della “giusta medicina”. Il termine “medicina” è inteso in un senso molto più ampio di come lo intendiamo noi occidentali: è rimedio contro una malattia, ma è anche un amuleto, uno scongiuro, una fattura malefica…

Sing’anga e mfiti

In ogni villaggio ci sono almeno un paio di persone a cui si può ricorrere quando si è ammalati o quando le cose vanno male.

Innanzitutto c’è il sing’anga, il “dottore” che conosce i segreti delle erbe e delle radici con le quali fa infusi e decotti. Egli accompagna le sue visite con qualche rito magico per dare più importanza alle sue azioni e per coinvolgere psicologicamente l’ammalato. Oggi si fa chiamare “dottore africano” e in occidente lo si chiamerebbe erborista. Già nei tempi antichi i più esperti tra loro si cimentavano in operazioni chirurgiche oppure curavano i pazzi, a volte con successo.

Una storica operazione alla spalla

C’è una pagina significativa nel diario del capitano della nave di Livingstone, E. D. Young intitolato “Nyasa: A Journal of Adventures, 1877” :

“Una donna era stata ferita da una freccia di ferro seghettata che le aveva trapassato il costato sotto la spalla sinistra e aveva leso il polmone. I dottori Livingstone, Kirk e Meller decisero, in un consulto di chirurghi, di non tentare neppure di estrarre la freccia per non procurarle sofferenze inutili e affrettarne la morte. Il medico del villaggio allora intervenne com’era solito fare. Stringendo un pezzo di corda alla cima sporgente della freccia, la tirò fuori con forza tagliando la carne impigliata nei denti della stessa ed assieme, pezzi di polmone che fuoriuscivano con essa. Il tutto senza una qualsiasi anestesia. Poi mise sopra la ferita un impiastro di bitume e di fango. La donna sopravvisse dopo quella barbara operazione e la rividi, felice e contenta, 12 anni più tardi, nel 1875.”

Questo è il primo incontro tra la medicina occidentale e quella indigena: ed ha prevalso quella indigena. Poi gli occidentali progrediranno (la prima operazione chirurgica con cloroformio in Nyassaland sarà fatta dal dottor Laws nel febbraio 1876 a Cape Maclear) e i sing’anga locali rimarranno indietro, eccetto quelli che si metteranno alla scuola dei bianchi.

Riti vodoo, un pezzo di spago che diventa serpente

Al villaggio, c’è lo mfiti, quello che fa la magia nera, che di notte si sposta, nudo e invisibile, da un posto all’altro; la sua mèta preferita sono i cimiteri dove scava nelle tombe (non usando le braccia, ma con incantesimi) e si nutre di cadaveri. E’ lo stregone nel senso cattivo del termine. Egli realizza pozioni magiche con ossa e carne di morti, sangue mestruale, capelli di coloro che poi diventeranno vittime dei suoi incantesimi. Lo si consulta quando si vuol uccidere o far del male a qualcuno.

……dai racconti di un missionario cattolico

Un giorno uno dei catechisti con cui avevamo un incontro mi portò una boccetta contenente un pezzo di spago e mi disse: “Ti ricordi, padre, che l’ultima volta che ci siamo riuniti abbiamo parlato di stregonerie e tu eri scettico? Ecco un esempio: l’ho trovato fuori dalla porta della mia capanna. Per fortuna l’ho visto prima di pestarlo, altrimenti la malattia sarebbe penetrata nel mio corpo attraverso la gamba e sarei morto nel giro di due o tre giorni. Ci deve essere qualcuno al villaggio che mi vuole male.” Presi in mano la boccetta, la aprii e stavo per inserirvi due dita per estrarne il contenuto quando un coro di voci gridò “No! Ti ucciderà!” Erano così convinti che… convinsero anche me a non toccarlo. Con due pezzetti di legno lo estraemmo e lo posammo per terra: era un comune pezzetto di spago, ma appena posato sul pavimento cominciò a muoversi come un serpentello. Alla fine decidemmo di bruciarlo senza che nessuno di noi lo toccasse…

Si diventa mfiti per nascita, “mestiere” trasmesso di padre in figlio, oppure accordandosi con chi lo è e che insegna tutti i trucchi obbligando però il neofita a compiere qualche atto abominevole tra cui è compreso l’incesto. Per entrare nella “società” si deve sottostare a complicate cerimonie di iniziazione. Anticamente quando un uomo veniva riconosciuto come un autentico mfiti (di solito a questo scopo lo si sottoponeva al mwabvi, la prova del veleno), lo si uccideva perforandogli il basso ventre con un bambù acuminato e il suo cadavere veniva abbandonato senza dignità di sepoltura.

Divinazione con la zucca

C’è pure l’indovino, waula, quello che fa muovere la zucca contenente ossicini o sparpaglia per terra i bastoncini della divinazione, che mediante riti particolari indica il responsabile della malattia o della morte di un parente, predice il futuro, confeziona amuleti per avere l’amore o per conseguire il successo.

Un tempo, una ventina d’anni or sono, si raccontava, tra le altre, una storia relativa ad un uomo che era montato su di un autobus con un fagotto sotto braccio. E il pullman non era più riuscito a ripartire. A furor di popolo, passeggeri e autista l’avevano fatto scendere e subito il motore del bus era ripartito. Si narra che in quel fagotto, il waula, con una serie di incantesimi avesse miniaturizzato un’intera mandria di buoi. La gente non se n’era accorta ma il motore del pullman sì, ed era troppo debole per trasportare una mandria intera!

Per ricevere un qualsiasi responso, chi va dall’indovino deve rivelargli tutto ciò che succede nel suo clan compresi gli odi e i rancori tra i suoi vari componenti: così per il waula sarà più facile indicare la persona o la cosa, responsabile del problema.

Ci sono casi in cui una persona, donna o uomo indistintamente, eserciti le tre funzioni contemporaneamente: curare la malattia, operare la divinazione, preparare pozioni velenose per chi debba essere soppresso.

Caccia al colpevole

Quando un villaggio è colpito da siccità o malattie contagiose, tutti gli abitanti sono autorizzati a dar la caccia a colui che “ha legato la pioggia” o a chi sia causa della malasorte. I capri espiatori di solito sono i vecchi, specie coloro che presentino un inizio di calvizie, le zitelle o le vedove che, non avendo un marito, sono diventate acide e invidiose, gli stessi capi villaggio considerati il tramite delle benedizioni o delle maledizioni che possono venire dal mondo degli spiriti. Nei casi più gravi, in passato, i capi venivano sacrificati per togliere dalla comunità la maledizione che si era insinuata nel loro corpo.

Una volta individuato il colpevole costui viene pubblicamente bastonato. Se la colpa è quella di aver “legato la pioggia”, viene gettato nel fiume perché “assaggi il sapore dell’acqua e liberi quella che ha legato in cielo”. Il giudizio termina con un sacrificio ai defunti

In passato il sing’anga sottoponeva gli indiziati alla prova del mwabvi. Indossata la maschera rituale li obbligava a bere una pozione contenente un veleno derivato dalla corteccia di un albero chiamato mwabvi (Erithrophloem guiniense): chi lo vomitava era dichiarato innocente, altrimenti era colpevole. Chi in realtà decideva era il sing’anga stesso: bastava darne una minima quantità a chi voleva che fosse dichiarato colpevole e quello lo assorbiva e ne moriva, a quello invece che lui voleva fosse dichiarato innocente ne amministrava una gran quantità che veniva subito vomitata.

MALATTIA E MORTE

Essendo un paese tropicale, pur con le aree degli altipiani abbastanza salubri, le regioni più basse del Rift fanno del Malawi un ambiente ideale per ogni sorta di malattia tropicale infettiva e debilitante. La mosca tse-tse, che induce la malattia del sonno, infesta un buon 10% del territorio. Le malattie più comuni per l’uomo sono comunque la malaria, endemica sotto 1.500 metri e in questi ultimi anni si è fatta più perniciosa e resistente, i parassiti intestinali e la bilarzia (bilharthiose).

Le diagnosi dei primi medici europei quivi arrivati dopo il 1860 parlano di lebbra, di malaria con le complicazioni della “blakwater” (urine nere di sangue rappreso), del vaiolo, della sifilide (il “male arabo”), di parassiti intestinali, di polmonite; la tubercolosi, numerosi i casi, è un male introdotto nel Paese più tardi, dai colonizzatori europei.

Vaccini “locali” e pazzia

I lebbrosi, come anche i malati di vaiolo, venivano confinati e completamente isolati nella foresta dove non avevano che da attendere la morte.

Quando scoppiava un’epidemia di vaiolo, però, i medici indigeni avevano inventato una pratica coraggiosa ancor prima che i medici europei arrivassero con il vaccino: facevano un’incisione tra il pollice e l’indice della mano dei bambini e vi inserivano del materiale infetto ottenuto da una persona morta di quel male; era una pratica pericolosa ma chi sopravviveva restava immune per tutta la vita. La prassi è, di fatto, una vaccinazione ante litteram. Inutile dire che le epidemie erano frequenti e molto temute: in genere moriva il 20% dei malati.

I pazzi, eccetto che fossero pericolosi (e allora venivano eliminati con il veleno), circolavano liberamente nel villaggio, perché la gente li credeva posseduti da uno spirito buono e che essi parlassero a suo nome. La pazzia in realtà era causata da meningite, tifo, abuso di alcolici o di “chamba”, la marihuana locale. Anche nella cura della la pazzia i medici indigeni avevano raggiunto dei buoni traguardi.

Le patologie oggi

Oggi lo scenario delle malattie in Malawi è dominato dallo spettro dell’AIDS, la maggior causa di morte. Nella fascia dei giovani tra i 15 e i 19 anni l’85% dei malati di questo terribile male sono ragazze, mentre gli uomini predominano nella fascia superiore ai 30 anni. La malattia si è diffusa, sia per il modo piuttosto spregiudicato di trattare la sfera sessuale, sia perche`il Malawi è un paese di transito il che favorisce la diffusione della malattia, sia per l ‘alta incidenza di piaghe genitali. Anche numerosi bambini nascono già infetti. Si pensa che più del 30% della popolazione sia sieropositiva.

Il tasso di mortalità infantile in Malawi attualmente è di 151 per mille nascite nel primo anno di vita (comparate ai 7 della Svezia); la speranza di vita alla nascita è di 47 anni (contro i 75 dei Paesi sviluppati); due bambini malawiani su 6 non giungono ai 2 anni di vita; la popolazione per ogni letto di ospedale è di 580 (70 in Svezia) e per ogni dottore è di 55.785 (490 in Svezia, 8.000 in Kenya, 18.000 in Tanzania).

Il senso della morte

Quando una persona sta per morire dimostra una calma esteriore e una rassegnazione che rasenta il fatalismo. La gente del villaggio si raduna e si siede intorno alla capanna dove il moribondo è assistito dai suoi parenti senza dire una parola, ma con grande partecipazione: il malato sa di questa presenza e ne trae coraggio. Intanto all’interno della capanna, o se fa caldo sulla veranda della stessa, quando la fine è prossima, la madre o la sorella maggiore si inginocchia dietro il malato e gli fa appoggiare il capo sul suo grembo. Il messaggio è evidente: dal grembo di una donna sei nato ora muori sempre sul grembo di una donna. Presso gli Achewa invece un uomo muore sulle ginocchia di suo fratello, una donna su quelle della sorella, il bambino su quelle della madre.

Appena il malato muore le donne della casa e iniziano i lamenti funebri; escono nel cortile, si scoprono i seni, incrociano le mani sulla nuca e gridano il loro dolore: che tutti sappiano al villaggio. Messaggi vengono inviati al capo villaggio e a tutti i parenti. Anticamente, se il morto era una persona importante, si andava dal capo con un gallo nero o con delle perline nere. Il colore nero è segno di morte, il colore del lutto invece è il bianco: i dolenti si legano intorno al capo strisce di stoffa bianca. Da quel momento fino a sepoltura avvenuta c’è lutto al villaggio: nessuno deve mangiare carne o avere rapporti con la propria moglie o fare la birra e metterla in vendita…

La stessa ricerca del colpevole nei confronti della malattia continua anche davanti ad un morto, specie se la sua fine è stata strana o improvvisa, per esempio dopo una serata passata a bere birra (era un modo facile di avvelenare qualcuno passandogli una zucca piena di birra mescolata al veleno) o dopo un pranzo particolarmente abbondante (altro modo facile per avvelenare qualcuno). In passato, quando vi era il sospetto della responsabilità di una mano omicida, si andava dall’indovino perché determinasse il colpevole, ma anche oggi i sospetti sono lanciati contro l’uno o l’altro nel villaggio generando annose faide e causando spesso l’emigrazione di intere famiglie dalla zona.

Il fatto che tutto il villaggio si stringa intorno ai parenti del morto è segno di solidarietà e di spirito di gruppo; chi si astiene dal dimostrare dolore è di solito sospettato di essere la causa di quella morte e dunque la partecipazione è quasi obbligatoria.

Immediatamente dopo la morte la capanna si svuota; se il defunto è un uomo rimangono solo gli uomini e viceversa. Si scava una buca nel pavimento dove si incanalerà l’acqua servita per lavare il cadavere. Gli Ayao, seguendo un antico rituale mussulmano, oltre che lavare il morto lo schiacciano per far uscire dagli intestini ogni impurità. Poi lo coprono con il lenzuolo funebre, lasciandolo nudo (usanza Ayao) oppure rivestito dei suoi abiti migliori. Dopo che la terra ha assorbito l’acqua dell’abluzione, si spiana il pavimento, vi si adagia il morto, supino, su una stuoia e lo si mette in posizione che il suo capo sia il più vicino possibile alla porta. Anticamente i capi Angoni venivano seduti su un trono, avvolti in una pelle fresca di animale; così venivano sepolti in una larga fossa in compagnia dei loro schiavi, sepolti vivi. Anche presso gli Achewa e gli Ayao seppellire vivi mogli e schiavi insieme ai grandi capi era un segno di onore, anche se essi certamente ne avrebbero fatto volentieri a meno!

Nella vita del villaggio il funerale è un grande evento e nessuno, specie tra i parenti, può mancare. Naturalmente i parenti del morto che possono mettere a disposizione cibo in abbondanza, a funerale avvenuto, attirano molta gente. Certi anziani rischiano di morire di fame ma non toccano l’unica capra che possiedono perché riservata per il proprio funerale, onde scongiurare il fatto che nessuno nessuno pianga alla sua morte: pena il non avere degna sepoltura con lo spirito costretto a vagare nel nulla.

L’inumazione

Mentre si prepara il cadavere, il gruppo dei becchini scava la fossa, che dev’essere profonda almeno due metri e con un loculo scavato all’interno di una parete, a livello del pavimento: prima di sera deve essere richiusa con il morto al suo posto. Non si può scavare una fossa e aspettare l’indomani per seppellirvi il cadavere: nella notte ne morrebbe un altro al villaggio.

Quando il messaggio che la fossa è pronta arriva alla capanna del morto, questi viene avvolto in una stuoia oppure messo in una cassa più o meno improvvisata e portato su una specie di portantina al cimitero, che è sempre un luogo appartato nascosto in una macchia di alberi. Al cimitero ci si va solo in gruppo, per un funerale e poi basta, anzi nei momenti ordinari si farà anche un grande giro per non passargli vicino: sono solo gli mfiti o i membri degli Nyau che lo frequentano, e solo di notte.

Spesso fuori della capanna si stendono carponi i parenti più stretti del defunto e la portantina viene fatta passare sopra di loro. La processione che accompagna alla tomba il morto è scomposta e veloce. In passato il corteo era preceduto dal capofamiglia con un cesto di farina che, dopo averne gettato un paio di manate sulla bara, segnava la strada verso il cimitero assicurando così lo spirito del defunto che non gli era stato mai negato il cibo. Nel funerale degli Achewa è a questo punto che intervengono le maschere che, danzando intorno al feretro, lo accompagnano alla sepoltura. Alle donne non è permesso entrare in cimitero: assistono da lontano alla sepoltura che viene eseguita velocemente. Dopo che il cadavere è stato composto nel loculo mettendogli a lato un po’ di cibo e i suoi arnesi di lavoro, l’arco e la lancia spezzata se era un guerriero, esso viene murato con il fango e poi, dopo che i parenti più stretti comprese le donne (che a questo punto possono avvicinarsi) hanno gettato una manciata di terra nella fossa, tutti i presenti aiutano a riempirla velocemente con la terra ammucchiata ai suoi lati.

Taglio del capelli e distruzione della capanna

A seguire si ritorna al villaggio per la purificazione rituale: ci si lava e si beve la “medicina” preparata dal sing’anga, e infine si partecipa al pranzo funebre. La sera stessa o l’indomani, ai parenti del morto, specie alle donne, vengono rasati completamente i capelli in segno di lutto e la capanna del defunto viene demolita (perché non venga in mente allo spirito di ritornare ad abitarla!): per i sopravvissuti, moglie o figli, se ne costruirà velocemente un’altra. L’indomani, sempre all’alba ci si recherà in gruppo alla tomba per controllare se tutto sia a posto o se magari ci sono orme di animali o un segno che denunci il passaggio degli mfiti.

Dopo alcune settimane ha luogo la solenne cerimonia della commemorazione con il secondo taglio dei capelli e con la presenza di tutti i parenti. Si fa la birra e prima che questa cominci a fermentare il capo-famiglia ne prende un po’ e la offre allo spirito del morto versandola per terra nella capanna degli spiriti o ai piedi dell’albero sacro mormorando preghiere.

Anticamente la vedova passava in eredità al fratello del morto: essendoci la poligamia non c’era il problema di una moglie in più. Oggi invece essa può risposarsi con chi vuole, dopo un periodo di lutto di diversi mesi.

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