MALAWI: usi, costumi e classi sociali

Classi sociali.

La gente della regione del nord ha la reputazione di essere più istruita e più abile negli affari. Da questa proviene la gran parte della classe dirigente del paese e, si dice, che questa faccia ogni sforzo, usi ogni mezzo per tenere l’altra parte della popolazione, quella del centro e del sud, fuori dalle posizioni dirigenziali e di governo. Gli uomini indossano abiti occidentali, magliette e pantaloni, le donne spesso indossano il costume tradizionale composto da due, tre teli, detti chitenjes, grandi drappi di tessuto colorato: uno viene drappeggiato come gonna, l’altro come un velo e il terzo utilizzato per contenere il bimbo che poggia sulla schiena della donna e la segue in tutte le attività quotidiane, da quelle domestiche a quelle del lavoro nei campi.Un modo per distinguere le donne delle tre “regioni”, quella del nord, del centro, del sud, è la colorazione di base di questi drappi: a nord prevale il rosso, al centro il blu e a sud il verdeSimboli di Social Stratificazione. Anche il portare o meno le scarpe, molto costose rispetto al tenore medio della vita, è un simbolo di stratificazione sociale. Chi porta le scarpe è ricco e lo ostenta, non solo in campagna, ma anche in città, mentre il ceto medio-basso cammina a piedi nudi.

 

I bambini

I neonati di solito vengono portati sulla schiena della madre, col viso rivolto verso l’interno. Le madri svolgono molte attività con i loro bambini “al seguito”: al mercato per gli acquisti, portando acqua, zappando nel campo e nell’orto di casa e anche danzando in una cerimonia. Camere separate o culle per bambini sono quasi inesistenti perché la maggior parte le case sono piccole e comprendono molte famiglie e membri della famiglia allargata.
Educazione dei figli e l’istruzione.

Ogni donna in media partorisce 5-6 bambini, meno della metà dei quali sopravvivono oltre l’età di cinque anni. I bambini sono allevati sotto il controllo rigoroso di tutta la famiglia, anche se la presenza preponderante è quella della madre, presente fino a quando lasciano la casa. Essi sono tenuti a contribuire alle le faccende della vita quotidiana. La maggior parte delle attività sono affidate alle bambine alle quali è affidato il compito di portare l’acqua, lavare i piatti e andare al mercato. Metà della popolazione di età superiore ai quindici anni è in grado di leggere e scrivere, ma l’istruzione è riservata a coloro che possono permettersi tasse scolastiche e uniformi obbligatorie. La maggior parte dei bambini devono così terminare gli studi prima del liceo per aiutare nei campi o per dedicarsi alla cura dei fratelli più piccoli.
Per ciò che riguarda l’istruzione di livello superiore, essa è privilegio di pochi. Esiste un college, il Chancellor College con una buona reputazione sia per l’istruzione media superiore che per ciò che riguarda l’avviamento alle professioni e il Queen Victoria Hospital, il più grande del paese, ha una scuola per infermieri. Da qualche anno è attiva una scuola di medicina a livello universitario a Blantyre. Tuttavia, chi è in grado di permetterselo, invia i propri figli all’estero per l’istruzione superiore. Le mete preferite sono il Regno Unito, gli Stati Uniti, e la Germania.

 

Il saluto

I saluti a livello verbale sono sempre accompagnati da una stretta di mano. Due persone che s’incontrano si stringono la mano destra mentre la sinistra viene poggiata sull’avambraccio destro. Entrambe le mani dunque sono impegnate e con ciò si dimostra di non essere armati e dunque di essere sinceri e in pace. Fermarsi a parlare in mezzo alla strada è consuetudine e la conversazione continua anche mentre e dopo che le parti si sono separate, con i due già lontani.

 

I mendicanti alla porta di casa

Spesso, alle abitazioni si avvicina qualcuno, che annuncia la propria presenza lamentandosi e dicendo “odi, odi” annuncia la propria presenza. Quasi sempre al questuante viene offerto da bere e qualcosa da mangiare. Per mangiare di solito non si usano posate o altri utensili, ma lo si fa con le dita della mano destra, perché la mano sinistra è considerata “sporca”.

 

Religione.

Il 50 per cento della popolazione appartiene alla Chiesa d’Inghilterra (Anglicani), ma ci sono anche metodisti, battisti e avventisti del settimo giorno. Il 20 per cento della popolazione è musulmano, e il 20 per cento cattolico. Si registra anche una piccola presenza indù.

 

Luoghi sacri.

La maggior parte delle grandi città hanno una chiesa cristiana e una moschea. La maggior parte delle grandi città ha anche un tempio indù. Nelle zone rurali però è praticata la religione animista.

 

La morte e l’aldilà.

A causa della breve aspettativa di vita, la crescente incidenza di AIDS e di altre malattie oltre al tasso di mortalità infantile, la morte è una presenza costante. I datori di lavoro sono obbligati a concedere libertà ai lavoratori per i funerali, e funerali e lutto possono durare diversi giorni.

 

Medicina e Sanità

Ci sono ospedali, nonché una scuola di medicina e diverse scuole di infermieristica. Il miglior ospedale è probabilmente quello della Chiesa Avventista del Settimo Giorno di Blantyre, che ha anche una clinica odontoiatrica. Il Queen Elizabeth Hospital di Blantyre è il più grande del paese, ma non è particolarmente attrezzato.

Guaritori e guaritrici (chiamati singanas) dispensano cure a molte persone, soprattutto nelle zone rurali, applicando la medicina tradizionale o popolare. Essi offrono il loro aiuto sull’uscio di casa, ma a volte anche in una pseudo-clinica, dove, operando con medicine naturali come radici, erbe e pozioni riescono a dar sollievo a molti malesseri.

Gli “Uomini della Medicina” basano la loro attività guaritrice partendo dal presupposto che la maggior parte delle malattie siano causate da poteri soprannaturali e che dunque solo tramite poteri sovrannaturali si possano curare. L’individuo può ammalarsi dopo aver offeso uno degli dei, per una a stregoneria o malocchio, o anche a seguito di un attacco casuale di uno spirito maligno. Il compito del guaritore sarà la diagnosi della malattia e quindi l’applicazione di un rimedio spirituale, come ad esempio il recupero di un’anima perduta, la rimozione di un oggetto che causi malattia, o l’esorcizzare uno spirito maligno.

Spesso gli uomini della medicina sono chiamati ad “operare” in ambiti che noi occidentali non categorizziamo come “problemi medici”, come ad esempio trovare una moglie o un’amante al “malato”, aiutare a concepire un bambino, e intervenire in dispute o questioni d’affari.

La febbre gialla e la malaria sono comunque le malattie vere prevalenti e il paese ha una delle più alte incidenze di AIDS in tutto il mondo. Nonostante alcuni tentativi da parte del Governo, è stato difficile ridurre, di poco, l’incidenza dell’ AIDS anche a causa di costumi sociali ancestrali, stili di vita in uso ancor oggi, dove anche la sessualità è profondamente diversa da quella dell’Occidente.

 

LA VITA QUOTIDIANA

La vita tradizionale è quella che si vive al villaggio. Avvicinandosi a un agglomerato di capanne si può intuire chi lo abita: se è un insieme compatto di abitazioni appartiene a una tribù di tradizione guerriera (Angoni o Ayao), se le capanne sono disseminate qua e là nei campi è degli Alomwe, Anyanja o Achewa. Chi vive l’uno addosso all’altro non gode di alcuna intimità: tutto è sotto gli occhi di tutti. Chi vive isolato è più indipendente ma anche maggiormente in pericolo a causa dei ladri e delle bestie feroci.

La capanna viene costruita, con pali, graticcio e fango, a livello del terreno con un rialzo di una spanna per isolare in pavimento dall’acqua. Di solito è quadrata, con il tetto a quattro spioventi, coperto di lunghe erbe secche e con tutto intorno una veranda che è il luogo più frequentato: serve per riposarsi all’ombra, per accogliere i visitatori e far quattro chiacchiere con loro, ecc.

Sul retro della capanna c’è di solito un cortile recintato all’interno del quale c’è il focolare, il bagno, il granaio, nel quale le pannocchie di granoturco vengono conservate ancora rivestite delle ultime foglie. L’interno della capanna è suddiviso in scomparti dove si distribuiscono, per la notte, i vari componenti della famiglia. Quando fa caldo si stende una stuoia in cortile e si dorme sotto le stelle.

 

La famiglia

Il nucleo di base della società è la famiglia. Per noi europei “famiglia” significa un’entità indipendente composta dai due genitori e dai figli. Per gli africani vuol dire invece un insieme di parenti. Questa famiglia estesa qui si chiama mbumba. Marito e moglie, pur stando insieme e avendo dei figli, continuano ad appartenere a due gruppi familiari differenti a cui si sentono legati da diritti e doveri ben più importanti di quelli acquisiti sposandosi: non esistono come cellula indipendente. Anche se vivono lontani dal villaggio d’origine, in città o in una piantagione, cooperano in qualsiasi occasione per la prosperità del proprio gruppo. Il “bene” stesso più importante, i figli, non appartiene a loro ma ai rispettivi gruppi familiari a seconda del sistema adottato. Se va secondo la linea materna i figli sono proprietà del gruppo materno e il padre biologico non ha alcun potere né autorità su di loro, se la linea è patrilineare appartengono al gruppo paterno e la moglie viene relegata alla funzione di “genitrice” o semplice “fattrice” che dir si voglia.

Lo zio materno

Nel sistema matrilineare, che è comune ad Achewa, Anyanja, Ayao ed Alomwe, la successione del potere e dell’autorità segue la linea della donna che è la sicura matrice della mbumba; ma non è che con questo sia lei la detentrice del potere che è comunque sempre in mano maschile. Per esempio, quando il capo villaggio muore gli succederà non suo figlio, ma il figlio della sorella più anziana del capo stesso; così il capo della mbumba è il fratello più vecchio, lo zio materno anche se lui è “in prestito” e dimora presso la famiglia di sua moglie. Egli avrà dunque più a cuore i suoi nipoti, i figli delle sue sorelle, più che i suoi stessi figli, sui quali non ha alcun potere. Se vorrà iniziare una qualche impresa commerciale, anche solo comperare una capra, lo farà presso la sua mbumba, non certo a favore e per la sua casa nella quale dimora. Da questa, infatti, egli può essere cacciato in qualsiasi momento e verrà sicuramente allontanato alla morte della moglie: allora dovrà andarsene con la sola stuoia su cui ha dormito. In questo sistema perciò è il maschio, quando si sposa, a lasciare fisicamente il suo gruppo familiare e a entrare in quello della donna. La sua posizione rimane precaria: è continuamente sotto l’occhio vigile della suocera e del suo primo figlio maschio che, come lui è sposato altrove. Basta uno sgarbo alla moglie per essere rinviato al suo gruppo che lo accoglie con freddezza perché è proprio su questo scambio di maschi che i vari gruppi prosperano.

 

Il “prezzo della sposa”

Nel sistema patrilineare, che è comune ad Angoni, Atumbuka ed Asena, l’autorità passa da padre a figlio, e la donna, quando si sposa lascia il suo gruppo familiare per entrare in quello del marito. Essendo un bene prezioso – nella società africana la donna è importante come genitrice e come lavoratrice instancabile – il gruppo familiare che la riceve deve ricompensare il gruppo che se ne priva con un ammontare di capi di bestiame o con denaro pattuito in precedenza. Il matrimonio è valido solo quando è stato consegnato tutto il “prezzo della sposa” che, naturalmente, lei non porta con sé come dote ma rimane ai suoi parenti, nella fattispecie al suo fratello più anziano. Nella sua nuova casa lei di conseguenza si sente come una schiava “acquistata”. Se, per caso, decidesse di sua spontanea volontà di rompere il contratto matrimoniale e ritornarsene da dove è partita, dovrebbe andarsene senza portare con sé i figli, che sono di proprietà del gruppo familiare del marito. I suoi parenti dovrebbero poi restituire quanto hanno ricevuto. Dato che questo è spesso impossibile perché i beni sono stati usati e consumati, essi la costringono a rimanere dov’è con buona pace della sua libertà e dei suoi diritti.

 

I rapporti fra marito e moglie

In ambedue i casi (rapporti famigliari patri/matrilineari) non ci sono segni esteriori, ostentazione di intimità tra marito e moglie, eccetto quando i coniugi si incontrano alla sera per dormire insieme; in genere è al mattino presto, ai primi chiarori dell’alba, che chiacchierano liberamente tra loro due prima di alzarsi.

Quando camminano per la strada lei deve stare davanti portando l’ultimo nato sulla schiena e il fardello degli acquisti, la legna, sulla testa; il marito segue senza portare nulla. Se comunque dovesse aiutarla, arrivato nei pressi del villaggio, le restituisce il tutto per non …perdere la faccia. Anche ai pasti, di solito lui mangia per primo, da solo o insieme ai figli maschi, lei dopo e insieme alle figlie. Quando si rivolge al marito, come a qualsiasi altro maschio in vista, la donna si deve inginocchiare e assumere una posizione di sottomissione.

Quando ci sono difficoltà di intesa tra marito e moglie, in luogo di cercare di risolverle tra loro due, ognuno le va a riferire al proprio “testimone” di nozze e quindi al proprio gruppo familiare. Gli interpellati intervengono, ma se la loro mediazione dovesse fallire, il caso viene portato al capo villaggio. Comunque tutto e sempre viene sbandierato in pubblico. Il villaggio intero prende parte alla controversia, se non altro come spettatore. Non c’è alcuna riservatezza per l’individuo singolo: ciò che prevale è l’interesse del gruppo familiare.

 

CLAN E VILLAGGIO

All’interno del gruppo familiare il concetto di “fratello” non è limitato ai figli di una stessa madre ma allargato a quelli che noi chiamiamo cugini e a tutti quelli che hanno una relazione con un comune antenato. Così il concetto di “padre” e “madre” include tutti gli zii, le zie, i nonni ecc. I giovani sono a servizio dei più anziani, quindi più sono e più gli anziani potranno godere di un’assistenza garantita.

Ogni gruppo familiare è in relazione con altri con cui ha in comune lo stesso antenato fondatore; insieme formano il clan denominato con uno stesso nome, ad esempio gli Abanda, gli Amwalo…. Nessun matrimonio è permesso all’interno del clan, per evitare qualsiasi pericolo di consanguineità, anche se i suoi membri sono dispersi ai quattro angoli del Paese.

Il villaggio è composto da vari gruppi familiari che hanno deciso di vivere insieme sotto l’autorità di un capo. Questi lo è per diritto ereditario ed esercita la sua autorità circondato dagli anziani che lo consigliano: in fase di discussione ognuno può dire tutto ciò che pensa e il capo ascolta tutti i pareri pazientemente. Quando poi decide tutti devono obbedire, anche i dissenzienti. Fino a qualche decennio fa il villaggio era solo un luogo temporaneo dove stare: quando la terra coltivata risultava troppo sfruttata, si cambiava luogo, sempre possibilmente vicino a un fiume con possibilità di terreno fertile e bosco dove raccogliere legna per il fuoco. La terra è di tutti, data in dono da Dio agli antenati: è il capo che la distribuisce alle famiglie; non c’è diritto di proprietà: fin che la coltivi è tua, se non lo fai più la terra ritorna al capo. Ora le cose stanno cambiando: l’uso dei fertilizzanti ha favorito la stanzialità dei gruppi familiari.

 

L’infanzia

La madre africana è molto orgogliosa del suo piccolo. Se lo tiene vicino notte e giorno, di notte facendolo dormire accanto a sè sulla stuoia, di giorno portandoselo sulla schiena avvolto in un pezzo di stoffa: pelle contro pelle, al sicuro da ogni pericolo – ragni, serpenti, topi ecc.- in cui incorrerebbe se fosse lasciato a terra. Così il piccolo partecipa alle fatiche quotidiane della mamma mentre questa lavora nel campo o pesta il mais nel mortaio o porta pesanti fascine di legna e pure quando balla e si diverte. Ha una pazienza sconfinata: per lui non c’è mai un rimbrotto o uno scatto d’ira. Per due anni buoni è allattato al seno e successivamente viene man mano abituato ai cibi solidi. La mamma lo lava ogni giorno all’aria aperta e lo fa asciugare al sole, lo unge frequentemente con olio vegetale perché la sua pelle non si screpoli, gli attacca alla vita con uno spago amuleti vari, avendo cura che questi si piazzino vicino agli orifizi che sono la via seguita dagli spiriti maligni per entrare nel corpo, per tener lontano malocchio e malattie; agli amuleti vengono aggiunte perline colorate per favorire la fertilità se è una femminuccia.

E’ molto atteso il primo dente: se spunta prima quello sopra è un segno di sfortuna. In passato quel bambino sarebbe stato soppresso perché da adulto sarebbe diventato uno stregone. Solo dopo il primo dente la madre lo mette sulle spalle della sorellina, se ne ha una, e così il bambino si stacca lentamente da lei che presto dovrà curarsi di un nuovo figlio in genere già in viaggio. Così il bimbo entra progressivamente nel gruppo dei suoi coetanei e impara ben presto ad essere autosufficiente, a ritornare a casa solo la sera per partecipare all’unico pasto della famiglia. I giocattoli se li costruisce da solo: basta un po’ di filo di ferro e la fantasia si scatena: ne nascono automobiline, carrettini, autobotti in miniatura; un cerchione di bicicletta ricorda giochi europei del primo dopoguerra. Per le bambine è sufficiente un frutto di mango da trasformare in bambola e da portare sulla schiena imitando la mamma.

Per tagliare i capelli al bambino la madre gli dà in regalo un uovo; è un’usanza degli Ayao. Lui poi, una volta rasato, corre nei campi a incontrare i compagni che lo deridono cantando:

Che brutta pelata

Chi è che

fa diminuire i polli

mangiando le uova?

Come sei brutto

è meglio avere sulla testa

un mucchio di capelli

 

Sempre tra gli Ayao, quando cade la prima pioggia, i ragazzi si mettono a danzare all’aperto cantando:

La pioggia sta invadendo il paese:

chi non resta bagnato dalla prima pioggia

verrà stregato

e prenderà il raffreddore

ad ogni goccia d’acqua

caduta dal cielo!

 

Se il feto nasce morto oppure nei primi giorni di vita il bambino muore prima di aver ricevuto il nome ed essere stato presentato alla famiglia, non è considerato come una persona e viene seppellito a fior di terra dalle donne del villaggio in forma privata. Se non fosse così la madre diventerebbe sterile o le si gonfierebbero le gambe.

Spesso accade che gli animali selvatici lo fiutino e lo dissotterrino per mangiarselo. Non è raro vedere vagare per il villaggio un cane macilento con un pezzo del corpicino in bocca: in quel caso gli si lanciano pietre perché vada a divorarselo altrove.

 

VERSO L’ETA’ ADULTA

Il bambino cresce sotto la supervisione dell’intero gruppo familiare e sono specialmente gli anziani a curarsi della sua educazione. Ben presto viene messo al lavoro, non fosse altro che far da pastore agli animali che allevano: pecore, capre o mucche.

Ma è la cerimonia dell’iniziazione che dà la possibilità ai ragazzi di conoscere a fondo le tradizioni e gli usi della tribù e che li fa entrare a pieno titolo in essa: chi non è iniziato non si sente adulto.

Segregati nella foresta

Annualmente, dopo il raccolto, in ogni villaggio si raccolgono i ragazzi e le ragazze sui 12-13 anni in due gruppi ben distinti. In genere le ragazze, con le loro maestre, si ritirano in una capanna isolata del villaggio stesso, i ragazzi invece, con i padrini e gli anziani, si incamminano nel bosco dove erigono dei ripari provvisori circondati da una recinzione fatta di pali e di erbe che nessuno può superare senza il permesso del capo-cerimonia: anticamente chi contravveniva a questa regola veniva ucciso. L’importanza dell’evento è data anche dall’aria di mistero, di segretezza e di paura che accompagna questi riti. Specialmente la paura. Il bambino ha finito di essere un soggetto giocoso e spensierato: d’ora in avanti, oltre ad acquisire quel sano orgoglio di appartenere a un’illustre tribù, dovrà guardarsi da tanti tabù, dovrà sottostare a innumerevoli comandamenti e ad antiche tradizioni che lo faranno vivere in un costante stato di paura, il tutto unito al timore degli spiriti e delle forze occulte sempre in agguato per togliere o sminuire il bene più grande dell’uomo che è la vita: esorcizzerà tutto ciò mostrandosi gioioso e chiassoso ma è solo una facciata esteriore.

 

Educazione alla vita

Sia per i maschi che per le femmine l’istruzione comincia con la storia della tribù, con l’enumerazione delle cose da fare e da evitare, con l’apprendimento dei canti e l’introduzione alla vita di adulti. Gli insegnamenti generali dell’iniziazione in breve sono: obbedire e onorare gli adulti, aiutare i bisognosi, gli anziani, i bambini gli zoppi e questi non deriderli, onorare i genitori, amare Dio, dire la verità, non rubare, non commettere adulterio, aver cura del proprio corpo giorno dopo giorno, non mangiare cibo rubato, essere gentile con tutti, lavorare sodo e rispettare tutte le creature di Dio.

Per i maschi Alomwe ed Anyanja finisce lì, per gli Achewa in più c’è l’affiliazione agli Nyao e per gli Ayao la circoncisione.

 

Il gruppo degli Nyao

L’affiliazione agli Nyao inizia con il terrore: il ragazzo viene denudato, picchiato con bastoni, obbligato a bere strane e puzzolenti “medicine” contenenti escrementi e urina, a ingoiare le viscere crude e sporche di un pollo…

Sono i membri anziani che fanno tutto ciò con l’intento di far perdere al giovane candidato ogni senso di pudore e di vergogna. Poi gli viene rivelata, sotto strettissimo segreto, la storia dell’organizzazione e i suoi comandamenti. Nel frattempo gli insegnano come costruire le maschere da indossare nelle danze, che sono una delle maggiori espressioni del gruppo, e come danzare secondo la maschera che si indossa. Impara anche come andar di notte, nudo, nei villaggi a rubare galline, le parole segrete di riconoscimento… Solo pochi, e i migliori, poi continueranno a far parte del gruppo ristretto dei danzatori, ma per chi è iniziato non ci sarà pericolo che venga preso di mira dai membri attivi che, quando invadono un villaggio per le danze, hanno libertà di fare tutto quello che vogliono (dal rubare, al fare qualsiasi violenza alle cose e alle donne) temuti come sono e coperti dall’immunità dell’anonimato. Ancor oggi per le strade del Malawi si possono incontrare siffatti uomini mascherati in pieno giorno: al loro apparire la gente ha paura e si ritira nelle case. Inizialmente queste danze dovevano avere significati religiosi, specie per placare gli spiriti degli antenati e di quelli appena morti, e le maschere che, uscendo all’improvviso dalla foresta intimorivano tutti, dovevano appunto significare gli spiriti dei morti. Il tutto legato all’autorità del capo villaggio che negli antichi tempi era anche il custode della “casa degli spiriti” ai quali offriva sacrifici e preghiere.

 

La circoncisione

Per i ragazzi Ayao, invece, il culmine dell’iniziazione è la circoncisione. La mattina del giorno fissato per l’operazione, sono condotti al fiume dove si immergono nudi fino alla vita per ore finché una specie di anestesia entra in loro. Poi con una lametta o un coltello arrugginito, se non addirittura con un bambù reso tagliente, il “dottore africano” – come oggi amano definirsi i tradizionali praticoni di villaggio – taglia il prepuzio e cosparge la ferita con un impiastro composto di cenere e di olio.(Qualcuno di questi “medici” è al corrente della penicillina in polvere e, se riesce a procurarsela, la usa). Spesso le complicazioni sono febbre, infezioni: qualcuno muore, anche, all’interno del recinto, ma i suoi parenti lo sapranno solo alla fine della cerimonia, quando il loro figlio non esce con gli altri; e non riceveranno neppure il cadavere che è stato sepolto in fretta nel bosco.

 

La festa della fertilità

L’iniziazione della ragazza è suddivisa in varie fasi in corrispondenza del suo sviluppo fisico. Mentre cresce e comincia ad aiutare sua madre, il lavoro fa sempre più parte della sua vita e il tempo per giocare diminuisce sempre più. Con interesse e partecipazione la famiglia guarda la sua crescita, e lei è avvisata che alla prima mestruazione non deve aver paura ma subito è obbligata, pena la morte, ad avvisare le donne anziane di quello che sta succedendo in lei. Fino a quel momento lei è libera di “giocare” con le compagne e i compagni per “preparare” il suo corpo per il futuro marito.

 

Le “maestre” iniziatrici

Non sarà sua madre la prima a saperlo, né sarà lei a darle le istruzioni del caso: per questo ci sono le “maestre”. Queste, oltre a segregare la ragazza in una capanna, avvisano il capo villaggio, a cui viene offerto un pollo. Inizia così la prima iniziazione privata della ragazza per i 4 o 5 giorni in cui rimane chiusa in casa. I primi insegnamenti sono per i tabù, le precauzioni che deve avere durante il mestruo: non toccare il fuoco, non dar da mangiare a un bambino, non versare l’acqua nella pentola, non chiudere la porta di casa ma farla chiudere a qualcun altro, non toccare le ceneri del focolare, non mettersi dietro alla madre, non dormire sulla solita stuoia, non “giocare” con i giovani… “se non seguirai queste istruzioni morirai o perderai molto sangue o una sfortuna ti capiterà di sicuro”. Poi si passa alle regole di buona creanza: “non comportarti più come una bambina, inginocchiati davanti a un anziano, parla dolcemente e cerca di passare inosservata, làvati prima che il sole sorga, non entrare in casa nella quale stanno dormendo i tuoi genitori, non passare mai dietro le persone ma sempre davanti”… L’ultimo giorno le vengono tagliati a zero i capelli, la notte seguente deve compiere un solo atto sessuale con un giovane pagato apposta per questa prestazione, e le “maestre” rifanno il pavimento della capanna con un nuovo strato di fango: è il segno per la famiglia che la loro figlia è ormai una donna.

 

La festa finale

La festa solenne per tutte le ragazze del villaggio che sono diventate donne si fa dopo il raccolto ed è la più importante della stagione. Esse se ne stanno recluse in una capanna ai margini del villaggio oppure in un recinto nel bosco. Anche per loro, come per i coetanei maschi, ci sono punizioni, inflitte spesso gratuitamente dalle “maestre”, che esse devono sopportare stoicamente e ancora tanti insegnamenti. Infine la festa finale a cui esse si presentano tutte adornate, ancora una volta pelate ma con i seni scoperti: danze, regali, ubriacature varie.

D’ora in poi la ragazza si farà chiamare con un nome nuovo per la nuova vita che sta per incominciare, quello da bambina non le serve più.

 

Acconciature ed ornamenti

“Gli Amang’anja – scrive Livingstone nel suo diario – ornano i loro corpi in modo stravagante, indossando anelli, braccialetti fatti di ottone, rame o ferro. Ma il più bel ornamento è il pelele, un disco nel labbro superiore delle donne. Qualche donna giunge anche agli estremi di introdurre un disco anche nel labbro inferiore”. Una tradizione scomparsa all’inizio di questo secolo.

Sulle facce delle donne anziane si possono ammirare ancor oggi tatuaggi di bellezza, oppure un buco nella narice destra riempito con un gioiello d’argento.

Anticamente il vestito, che si limitava a un semplice perizoma sia per l’uomo che per la donna, era ricavato dalla scorza di un particolare albero che veniva lavorata e ammorbidita con i denti (le donne li consumavano con queste operazioni ripetute) o pestandola con dei mattarelli; anche le coperte erano ottenute con lo stesso procedimento: era la famosa macila che gli Amaravi vendevano anche ai commercianti portoghesi prima che arrivasse sul mercato il càlico, la rudimentale stoffa intessuta a mano proveniente dall’India. Il telaio per tessere le stoffe non era conosciuto in questa parte dell’Africa.

L’acconciatura dei capelli, per le donne, è sempre stata un motivo di “croce e delizia” per le stesse. Tirare i loro capelli ricci e legarli in tante treccine, una moda vecchia e universale, è molto doloroso e causa mal di testa. Oppure li stirano, usando pietre o pettini di metallo scaldati sul fuoco.

Profumi, lozioni e creme per sbiancare la pelle, spesso dannose a lungo andare, sono oggi molto richieste dalle donne che spendono volentieri i loro risparmi, se ne hanno, per farsi belle.

 

IL GALLETTO E LA POLLASTRELLA

Anticamente erano le famiglie a negoziare il matrimonio che poteva avvenire mentre ancora i due interessati erano piccoli. Da decenni ormai è invalsa la tradizione che siano loro a scegliersi. La ragazza si aspetta subito dei regali.

Primi approcci

Poi il ragazzo fa i primi passi informali presso la famiglia di lei per vedere se è ben accetto. Quando avvisano la ragazza che c’è un pretendente per lei, anche se dentro di sé ne gioisce, dice che ne è sorpresa e che non le interessa. Suo fratello e sua madre la sgridano e la consigliano di accettare: lei lo fa di malavoglia, ma solo apparentemente perché è desiderio suo e obbligo per tutte di sposarsi. Se tutto procede bene, il ragazzo avvisa lo zio materno, che diventa il suo testimone: sarà lui a recarsi presso lo zio materno di lei a dire che nella sua famiglia c’è un “galletto” che sta cercando una “pollastrella”.

Trattative ufficiali

Si cominciano le trattative ufficiali, che nel sistema patrilineare comportano anche “il prezzo della sposa”.

Poi il ragazzo è invitato per un determinato periodo a stare presso la famiglia della futura sposa: dovrà mostrare tutte le sue doti di lavoratore indefesso, aiutare nel lavoro dei campi e magari iniziare la costruzione della capanna dove eventualmente vivrà con la sua sposa, solo dopo sposati però: in questo periodo lui dormirà insieme ai ragazzi della famiglia.

Cerimonia nuziale

Passato l’esame, si va verso la cerimonia nuziale che è molto semplice. Lui entra nella capanna nuova e aspetta. Lei arriva, la sera, accompagnata dalle “maestre”, che le hanno fatto le ultime raccomandazioni: “Ricordati di scaldar l’acqua al mattino e alla sera perché tuo marito possa lavarsi a dovere, cùrati che lui mangi il meglio che tu puoi offrire, all’inizio del ciclo ti toglierai le file di perline che hai intorno alla vita e le appenderai a un chiodo così il marito capirà che non deve accostarsi a te fino a che quelle spariscono di nuovo ritornando indosso a te, durante quei giorni non verserai il sale nella pentola ma chiederai a un bambino che lo faccia per te altrimenti tu e tuo marito morirete; non permettere che tuo marito si accosti a te quando un figlio è ammalato, quando il capo è lontano dal villaggio, quando c’è un funerale nella zona, durante la semina e il raccolto, quando fai fermentare il mais per ottenerne la birra…”

La prima notte di nozze

Altre parenti la accompagnano e portano la cena. Tutti si ritirano, lei offre la cena al marito e mangiano insieme. Poi la stuoia li aspetta per il primo atto coniugale che deve essere compiuto in modo che il seme dell’uomo venga sparso per terra come preghiera o sacrificio di fecondità. Il mattino dopo una “maestra” ritorna per sapere come sono andate le cose: se tutti e due sono contenti il matrimonio è dichiarato valido, altrimenti il ragazzo è rinviato a casa sua e la donna si sente libera di sposarne un altro. La verginità non è un requisito necessario, tanto più che è rara, vista la preparazione a cui il corpo della ragazza deve sottomettersi per arrivare pronta al matrimonio.

Questo per chi segue il sistema matrilineare. Per gli altri, specie per gli Atumbuka, la verginità è requisito necessario e fa parte delle contrattazioni, e se poi non c’è, la donna può essere rinviata con richiesta di restituire quanto dato.

Inutile dire che, pur essendo una festa che riguarda non il villaggio intero ma solo due gruppi familiari, tutti quelli del circondario sono invitati a parteciparvi: il numero dei presenti è alto e si fermano a lungo (anche 2 o 3 giorni) in relazione proporzionale al cibo e alla birra che sono messi a loro disposizione. Mangiate e ubriacature (se il capo villaggio non si ubriaca vuol dire che la festa non è riuscita!), danze e baldorie varie fanno da contrappunto al clima festoso.

Il parto

Appena la donna si accorge che è incinta avvisa il marito e i suoi familiari, oppure direttamente sua madre. E’ importante che i parenti siano avvisati perché tutti gli sposati della parentela dovranno astenersi dalle relazioni coniugali fino alla nascita del figlio.

Spesso però gli uomini si lamentano per questa astinenza forzata e tendono a risolvere il problema prendendosi una seconda moglie in un altro villaggio!

Precauzioni durante la gravidanza

Per la prima maternità presso gli Achewa si prevede una speciale cerimonia per la moglie, sempre condotta dalle “maestre” che hanno ancora un sacco di raccomandazioni da farle: “Non dormire sulla schiena o sulla pancia ma sempre sul fianco, non toccare i bambini degli altri, non mangiare le uova altrimenti tuo figlio nascerà calvo, nell’ultimo mese non bere birra, non presentarti alla presenza del capo, non mangiare la carne di animali deformi perché tuo figlio potrebbe nascere con le loro sembianze, non uccidere i serpenti, non guardare una donna che sta allattando, non deridere gli zoppi, non salutare i visitatori quando se ne vanno, non accettare nessun complimento o augurio per la prossima maternità e fai finta di non essere incinta, “dai da mangiare” al bambino che cresce in te compiendo l’atto coniugale giacendo sul fianco una volta al giorno con tuo marito fino al settimo mese di gravidanza, se però ti accorgi che nel frattempo tuo marito ha relazioni adulterine non lasciarlo avvicinare a te altrimenti tuo figlio nascerà morto…”

Il momento del parto

Quando poi arriva il momento del parto, di solito la donna deve trovarsi nella capanna della madre a cui nessun uomo, adulto o bambino, deve avvicinarsi durante l’evento. In compenso tra donne anziane e “maestre” il piccolo spazio è sempre pieno di gente. A capo di tutte c’è la levatrice del villaggio, in genere una praticona che non si cura dell’igiene e che spesso riempie di “medicine” inutili se non addirittura dannose il corpo della gestante specie se il parto si rivela laborioso. La soglia del dolore della donna africana è altissimo perché pur in mezzo a sofferenze atroci non si lamenta e non grida: stesa su una stuoia e con la testa appoggiata alle ginocchia della madre che la sorregge da dietro, soffre in silenzio per mettere al mondo una nuova vita. Se interviene qualche complicazione durante il travaglio, per es. per la posizione del bambino, allora per lei sono dolori: oltre a non far niente per aiutarla si arriva subito alla conclusione che lei o il marito hanno compiuto adulterio durante il periodo della gravidanza. Prima si corre dal marito e lo si sottopone a uno stretto interrogatorio. Se lui giura e spergiura di essersi comportato bene, è la volta della donna: le si avvicinano a turno per dirle di confessare il nome dell’amante, e se non parla viene pure malmenata fino a che lei dice i primi nomi che le vengono in mente, al che, se sopravvive, seguirà un caso giudiziario.

Morta durante il parto

Se una donna muore durante la gravidanza o durante il parto, il marito è considerato colpevole e deve pagare una forte somma per sdebitarsi. Il cadavere della donna, anticamente, era esposto su una piattaforma in cima a un albero. Se il bambino sopravviveva alla morte della madre era considerato uno stregone e sepolto vivo; anche oggi si trova difficoltà a trovare una donna che lo allatti: è uno dei pochi casi in cui il gruppo familiare non si sente responsabile per quella creaturina considerata “malefica”. Per tutti gli altri orfani non c’è problema, tanto che in Malawi non c’è mai stato bisogno di orfanotrofi, ad eccezione di casi come questo.

Il primo figlio

Se invece il parto e tutto il resto va bene, c’è grande gioia nella capanna e, di conseguenza, nel villaggio. I riti segreti non sono certamente ancora finiti e il marito non è ammesso nella capanna perché il bambino è ancora “freddo”: lo si lava, gli si fa bere la “medicina” e gli si mette attorno alla vita e al collo una serie di amuleti per preservarlo dagli influssi maligni degli spiriti. Segretamente viene seppellita la placenta, il cordone ombelicale e i primi capelli del bambino (affinché gli stregoni non li usino per fare le loro “medicine di morte”). Si passa poi a dare un nome al bambino e lo si presenta alla famiglia e al padre, il quale lo prenderà in braccio, ma solo dopo aver ingoiato una “medicina” che lo difenderà da ogni conseguenza funesta.

Per un mese e mezzo il bambino non è ancora considerato “persona”, e se per caso dovesse morire sarebbe sepolto dalle sole donne.

La purificazione della madre

Arriva il giorno della purificazione della donna e dell’introduzione del bambino nella famiglia: una cerimonia comune a tutte le tribù del Malawi. Si inizia con un rito della fertilità. La madre prende suo figlio e se lo stringe al seno stando attenta che ci sia contatto pelle contro pelle, si stende sulla stuoia giacendo su un fianco e ha con il marito, o chi per lui se questi è assente, un rapporto coniugale interrotto; poi, se il figlio è un maschio, il padre lo prende in braccio e velocemente spicca un salto sul fuoco attraversandolo e poi riconsegna il bambino alla madre; se invece è una femmina, sta alla madre passare sul fuoco con la figlia in braccio e poi consegnarla al marito. Infine la donna usa lo sperma per ungere il suo seno e il corpo del figlio nonché il laccio che d’ora in avanti il piccolo porterà intorno alla vita. Seguono due atti coniugali fatti a dovere, e si ritorna nella normalità. Il giorno dopo è festa per tutti, e finalmente il bambino, a cui sono stati tolti gli amuleti intorno al collo, ai polsi e alle caviglie, è considerato della famiglia, e tutti lo possono toccare.

Rimangono le ultime raccomandazioni da fare alla giovane coppia: per sei mesi astinenza dai rapporti coniugali, nel frattempo il marito non deve andare con altre donne altrimenti il figlio si ammalerà o morirà.

Anticamente se nascevano due gemelli uno dei due veniva soffocato, se il bambino nasceva deforme veniva fatto morire prima che sua madre lo vedesse altrimenti avrebbe portato sfortuna al villaggio, come un cattivo raccolto, una pestilenza.

Sterilità e aborto

Da quanto detto risulta chiaro che la sterilità è una grande disgrazia sia per l’uomo che per la donna, è motivo di vergogna e crea le premesse per l’adulterio, il divorzio e la poligamia. Naturalmente i dottori tradizionali e gli indovini vanno a nozze in questi casi e inventano pozioni strane ed amuleti in quantità per ovviare al mancato concepimento.

Pratiche abortive

Per chi vuol prevenire la maternità o vuol disfarsi di un feto indesiderato, le soluzioni sono parecchie. C’è la medicina tradizionale fatta di erbe e radici che però se non assunte nel giusto dosaggio possono causare emorragie mortali oppure sterilità permanente; a volte si utilizza una dose consistente di “Surf”, il detersivo che si vende in ogni bottega, ma anche questo è veleno; ci sono poi i praticoni-(che a volte si trasformano in macellai)e infine, ma so lo per chi ha parecchi soldi, i dottori laureati nelle scuole di medicina di proprietà occidentale: dietro un lauto compenso sono disposti ad infrangere le leggi del Paese e far le “cose per bene”.

 

TOTEM E TABU’

Ci sono regole e precetti da osservare quotidianamente. Ad esempio se mentre cammini ti cade il bastone o qualche altra cosa che hai in mano: è un buon segno, avrai un buon viaggio. Se camminando nel bosco vedi un tal uccello e imiti il suo canto: se ti risponde è di cattivo augurio, se non lo fa è buon segno. Se camminando inciampi e ti ferisci in un ciuffo d’erba o in un ramoscello, il tuo viaggio sarà buono. Se invece incontri sul sentiero un camaleonte o un certo tipo di serpente e non torni indietro, ti ammalerai. Se di notte senti un gufo stridere o un uccello notturno vola dentro la tua capanna, ti aspetta una sfortuna. Se mentre tagli un albero la tua ascia vi rimane impigliata due o tre volte di seguito, l’albero ti cadrà sulla testa se non lo lasci stare. Se i gatti del villaggio si riuniscono e gridano a lungo, qualcuno deve morire. Se una donna rompe i suoi utensili di terracotta tre volte di seguito, uno dei suoi parenti deve morire. Se picchi una ragazza con un bambù, quella diventerà sterile. Se sul sentiero incontri una colonna di formiche nere e le scavalchi, avrai un buon viaggio. Se nel cammino vedi da lontano un leopardo o un iena e non torni indietro, sarai sfortunato.

I tabù alimentari

I ragazzi non devono mangiare le uova: diventerebbero sterili. Le uova già covate solo i vecchi le possono mangiare, tutti gli altri diventerebbero sterili. Se una ragazza beve il latte di mucca o di capra, non potrà nutrire al seno i suoi figli. Se una donna mangia la mammella di un animale, il suo seno sarà secco per sempre. I giovani diventano sterili se mangiano il grasso di porco, se bevono la birra vecchia di tre giorni, se arrossiscono il granoturco nel recipiente delle ceneri. Se dai da mangiare il miele al bambino piccolo non gli cresceranno i denti. Se una donna incinta o una puerpera mangia carne di zebra, suo figlio avrà strisce bianche sulla pelle.

Per chi va a caccia

Se il cacciatore la notte prima di partire per la caccia fa atti coniugali con la moglie, non prenderà niente.

Per la semina

Durante il tempo della semina, se i coniugi hanno relazioni coniugali oppure tutti i membri della famiglia non si lavano minuziosamente tutto il corpo, il raccolto sarà misero. Per i coniugi che vogliono un raccolto abbondante, devono fare sul posto un atto coniugale interrotto e spargere lo sperma ottenuto ai quattro angoli del campo.

Per gli artigiani

Il fabbro prima di accendere la fornace , niente relazioni sessuali con la moglie altrimenti la colata sarà pessima. Così pure per la donna che vuol cuocere i recipienti di cucina che lei stessa ha modellato con la creta, altrimenti questi si romperanno nel fuoco. Così pure per l’uomo che sta creando un tamburo, altrimenti quello non avrà un buon suono. Lo stesso per la donna che prepara il sale bruciando delle erbe, altrimenti quel sale non salerà.

Insomma le relazioni coniugali ci vanno sempre di mezzo tanto che un uomo si lamentava: “Tra funerali, malattie varie e tanti altri tabù…mia moglie ha sempre una scusa per rifiutarsi, e allora un uomo di sani appetiti come me cosa deve fare?”

I casi giudiziari

Le querele e i dibattiti che finiscono dal capo villaggio sono sempre numerosi e danno novità alla monotona vita del villaggio perché tutti quelli che vogliono possono assistervi, almeno come muti spettatori.

Condurre un dibattito, il mlandu, e riuscire a mettere d’accordo i contendenti è un’arte raffinata che richiede la conoscenza profonda della psicologia africana. Presiede il capo villaggio, seduto sulla veranda della sua casa, se la disputa è solo tra due persone, sotto il grande albero, un sicomoro, presente in ogni villaggio, se è prevista una grande partecipazione di pubblico. Si devono osservare regole precise nel dibattito: comincia a parlare, su invito del presidente, chi ha sollevato il “caso”; questi espone tutte le sue lamentele magari anche distorcendo la verità, ma nessuno lo può interrompere. Poi è la volta dell’accusato: riassume quanto ha detto l’accusatore e poi ribatte punto su punto portando le proprie ragioni; nessuno lo può interrompere. Poi si dà la parola al testimone del primo, poi al testimone del secondo, poi chi ha parlato per primo ha diritto di replica e anche il secondo e così via. Il capo dà poi la parola ai suoi consiglieri, gli anziani del villaggio che portano la loro esperienza e fanno sfoggio del loro sapere citando antichi proverbi che rendono sapido e concreto il loro discorso. Solo quando tutti hanno parlato e nessuno ha più niente da dire, lui emette la sentenza finale che è insindacabile.

Tutto si svolge come in uno spettacolo, c’è il momento tragico, delle lagrime, specie se è una donna che accusa, c’è il momento delle risate… e chi assiste, specialmente le giovani generazioni, imparano gradualmente l’organizzazione sociale del clan e cresce nella sapienza tradizionale che presiede alle loro costumanze.

 

 

I NEMICI DELLA VITA

Sono tanti i nemici della vita in Africa, dagli animali feroci ai fenomeni naturali: siccità, inondazioni, epidemie, morti improvvise, provocate da spiriti cattivi o da uomini malvagi. Il leone o il coccodrillo che uccide un essere umano non è un animale, ma un uomo trasformato in una bestia feroce; la siccità è dovuta a qualcuno che “ha legato la pioggia”; le inondazioni ad uno spirito chiamato napolo più grosso di un serpente che divora tutto ciò che incontra sulla sua strada; le epidemie sono mandate dagli spiriti dei morti che non sono contenti dei vivi.

Per difendersi da questi attentati alla Vita l’uomo del villaggio cerca protezione tra i parenti, si sforza di obbedire puntigliosamente ai tabù ancestrali e di aggrapparsi alla “medicina”. “Niente è fuori della portata della medicina e del ‘medico africano’ – scriveva nel 1946 Kamuzu Banda quando era solo dottore e non ancora Kamuzu – . La stessa vita, la salute, l’amore, la politica, la semina e il raccolto, la caccia e la pesca: tutto può essere influenzato da un giudizioso e tempestivo uso della giusta medicina”. Il termine “medicina” è inteso in un senso molto più ampio di come lo intende l’occidentale: è rimedio contro una malattia, ma è anche un amuleto, uno scongiuro, una fattura malefica…

 

Sing’anga e mfiti

In ogni villaggio ci sono almeno un paio di persone a cui si può ricorrere quando si è ammalati o quando le cose vanno male.

Innanzitutto c’è il sing’anga, il “dottore” che conosce i segreti delle erbe e delle radici con le quali fa infusi e decotti. Egli accompagna le sue visite con qualche rito magico per dare più importanza alle sue azioni e per coinvolgere psicologicamente l’ammalato. Oggi si fa chiamare “dottore africano” e in occidente lo si chiamerebbe erborista. Già in antico i più esperti tra loro facevano anche delle operazioni chirurgiche oppure curavano i pazzi, anche con successo.

Operazione alla spalla

C’è una pagina significativa nel diario del capitano della nave di Livingstone E. D. Young intitolato “Nyasa: A Journal of Adventures, 1877” :

 “Una donna era stata ferita da una freccia di ferro seghettata che le aveva trapassato il costato sotto la spalla sinistra e aveva leso il polmone. I dottori Livingstone, Kirk e Meller decisero, in un consulto di chirurghi, di non tentare neppure di estrarre la freccia per non procurarle sofferenze inutili e affrettarne la morte. Il medico del villaggio allora intervenne com’era solito fare. Stringendo un pezzo di corda sulla cima sporgente della freccia la tirò fuori con forza tagliando la carne impigliata nei denti della stessa e pure i pezzi di polmone che fuoriuscivano con essa. Il tutto senza una qualsiasi anestesia. Poi mise sopra la ferita un impiastro di bitume e di fango. La donna sopravvisse dopo quella barbara operazione e la rividi, felice e contenta, 12 anni più tardi, nel 1875.”

 

Questo è stato il primo incontro tra la medicina occidentale e quella indigena e per questa prima volta ha prevalso quella indigena. Poi gli occidentali progrediranno (la prima operazione chirurgica con cloroformio in Nyassaland sarà fatta dal dottor Laws nel febbraio 1876 a Cape Maclear) e i sing’anga locali rimarranno indietro, eccetto quelli che si metteranno alla scuola dei bianchi.

 

Lo spago che diventa serpente (dal racconto di un frate missionario)

Al villaggio, c’è lo mfiti, quello che pratica la magia nera, che di notte si sposta, nudo e invisibile, da un posto all’altro; la sua meta preferita sono i cimiteri dove scava nelle tombe (non a mano ma con incantesimi) e si nutre di cadaveri.

E’ lo stregone “cattivo”. Egli confeziona pozioni magiche con ossa e carne di morti, sangue mestruale e capelli di coloro che poi diventeranno le vittime dei suoi incantesimi. Lo si consulta quando si vuol uccidere o far del male a qualcuno.

 

“Mi ricordo che un giorno alla riunione dei catechisti uno di loro mi portò una boccettina contenente un pezzo di spago e mi disse: “Ti ricordi, padre, che l’ultima volta che ci siamo riuniti abbiamo parlato di stregonerie e tu eri scettico? Eccoti qua un esempio: l’ho trovato fuori dalla porta della mia capanna. Per fortuna l’ho visto prima di pestarlo, altrimenti la malattia sarebbe penetrata nel mio corpo attraverso la gamba e sarei morto nel giro di due o tre giorni e non sarei qui a raccontartelo. Ci deve essere qualcuno al villaggio che mi vuole male.” Presi in mano il boccettino, lo aprii e stavo per inserirvi due dita per prenderlo quando un coro di voci gridò “No! Ti ucciderà!” Erano così convinti che… convinsero anche me a non toccarlo. Con due stecchetti lo estraemmo e lo posammo per terra: era un comune pezzetto di spago, ma appena posato sul pavimento cominciò a muoversi come un serpentello. Alla fine decidemmo di bruciarlo senza che nessuno di noi lo toccasse. Anche se l’avessi toccato (ma non ne ebbi il coraggio!) e non mi fosse successo niente, avrebbero detto: “Tu sei un europeo, hai delle ‘medicine’ più potenti delle nostre, per noi invece è diverso…”

 

Una persona diventa mfiti per nascita, una specie di mestiere trasmesso da padre in figlio, oppure mettendosi in combutta con un altro che lo è e che gli insegna i trucchi obbligandolo però prima a compiere un incesto o qualche altro atto abominevole. Per entrare nella setta deve poi sottostare a complicate cerimonie di iniziazione. Anticamente quando uno veniva smascherato come un autentico mfiti ( e di solito a questo scopo lo si sottoponeva al mwabvi, la prova del veleno), lo si uccideva perforandogli il basso ventre con un bambù acuminato e il suo cadavere era lasciato senza sepoltura.

 

Divinazione con la zucca

 C’è pure l’indovino, waula, quello che fa muovere la zucca contenente degli ossicini o sparpaglia per terra i bastoncini della divinazione, che mediante riti particolari indica il responsabile della malattia o della morte di un parente, predice il futuro, confeziona amuleti per trovare l’amore o per conseguire successo.

Si raccontano vecchie storie incredibili sui waula:come quella che vede un uomo con un fagottino salire su di un vecchio autobus che però non ne volle sapere di ripartire. Quando, a furor di popolo, autista e passeggeri riuscirono a farlo scendere il pullman era ripartito.

In seguito si scoprì che in quel fagottno a furia di incantesimi il waula aveva miniaturizzato un’intera mandria di buoi. La gente non si era accorta ma il motore del pullman sì, e non aveva la potenza necessaria a trascinare un’intera mandria!

 

Prima di dare un qualsiasi responso, chi va dall’indovino deve rivelargli tutto quello che succede nel clan compresi odi e i rancori tra i suoi vari componenti: così sarà più facile per lui indicare il colpevole.

 

Può anche succedere che una persona, donna o uomo indistintamente, eserciti le tre funzioni contemporaneamente: curare la malattia, operare la divinazione, preparare pozioni velenose per chi deve essere soppresso.

 

Caccia al colpevole

Quando un villaggio è colpito dalla siccità o da una malattia contagiosa, tutti gli abitanti sono autorizzati a dar la caccia a chi “ha legato la pioggia” o chi è causa del malocchio. I capri espiatori di solito sono i vecchi, specie quelli che hanno un inizio di calvizie; le zitelle o le vedove che, non avendo un marito, sono diventate acide e invidiose; gli stessi capi villaggio considerati il tramite sia delle benedizioni sia delle maledizioni che possono venire dal mondo degli spiriti. Nei casi più gravi, anticamente, i capi venivano sacrificati per togliere dalla comunità la maledizione che si era insinuata nel loro corpo.

Una volta individuato il colpevole costui viene pubblicamente viene pubblicamente battuto. Se la colpa fosse di aver “legato la pioggia”, viene gettato nel fiume perché “assaggi il sapore dell’acqua e liberi quella che ha legato su in cielo”. Il giudizio termina con un sacrificio ai defunti.Anticamente il sing’anga, sottoponeva la gente alla prova del mwabvi. Vestito della maschera rituale faceva bere una pozione contenente un veleno derivato dalla corteccia di un albero chiamato mwabvi (Erithrophloem guiniense): chi lo vomitava era dichiarato innocente, chi no era colpevole. Chi in realtà decideva era il sing’anga stesso: bastava darne una minima quantità a chi voleva che fosse dichiarato colpevole e quello lo assorbiva e ne moriva, a quello invece che lui voleva fosse dichiarato innocente ne amministrava una gran quantità che veniva subito rigettata.

 

 

 

 MALATTIA E MORTE

Essendo un Paese tropicale, pur con le aree degli altipiani abbastanza salubri, le regioni più basse del Rift fanno del Malawi un ambiente ideale per ogni sorta di malattie tropicali infettive e debilitanti. La mosca tse-tse, che dà la malattia del sonno, infesta un buon 10% del territorio. Le malattie più comuni per l’uomo sono: la malaria, endemica sotto 1.500 metri e in questi ultimi anni si è fatta più perniciosa, i parassiti intestinali e la bilarzia (bilharthiose).

Le diagnosi dei primi medici europei quivi arrivati dopo il 1860 parlano di lebbra, di malaria con le complicazioni della “blakwater” (urine nere di sangue rappreso), del vaiolo, della sifilide (il “male arabo”), di parassiti intestinali, di polmonite ma niente tubercolosi, un male introdotto nel Paese più tardi dai colonizzatori europei.

 

 

Vaccini “locali” e pazzia

I lebbrosi, come anche i malati di vaiolo, venivano confinati e completamente isolati nella foresta dove non avevano che da aspettare la morte. Quando scoppiava un’epidemia di vaiolo, però, i medici indigeni avevano inventato una pratica coraggiosa ancor prima che i dottori europei arrivassero con il vaccino: facevano un’incisione tra il pollice e l’indice della mano dei bambini e vi inserivano del materiale infetto ottenuto da una persona morta di quel male; era una pratica pericolosa ma chi sopravviveva restava immune per tutta la vita. Inutile dire che siffatte epidemie erano frequenti e molto temute: in genere morivano il 20% dei malati.

I matti, eccetto che fossero pericolosi (e allora venivano eliminati con il veleno), circolavano liberamente nel villaggio, perché li credevano posseduti da uno spirito buono e che parlassero a suo nome. La pazzia era causata da meningite, tifo, abuso di alcolici o di “chamba”, la marihuana locale. Anche per curare la pazzia i medici indigeni avevano raggiunto dei buoni traguardi.

Lo scenario attuale

Oggi lo scenario delle malattie in Malawi è dominato dallo spettro dell’AIDS, la maggior causa di morte. Tra i 15 e i 19 anni l’85% dei malati di questo terribile male sono ragazze, gli uomini predominano invece dopo i 30 anni. La malattia si è diffusa, sia a causa di una certa libertà sessuale sia per l’alta incidenza di piaghe genitali. Anche numerosi bambini nascono già infetti. Si pensa che più del 20% della popolazione sia sieropositiva.

Il tasso di mortalità infantile in Malawi attualmente è di 151 per mille nascite nel primo anno di vita ( comparate ai 7 della Svezia); la speranza di vita alla nascita è di 47 anni (contro i 75 dei Paesi sviluppati); due bambini malawiani su 6 non giungono ai 2 anni di vita; la popolazione per ogni letto di ospedale è di 580 (70 in Svezia) e per ogni dottore è di 55.785 (490 in Svezia, 8.000 in Kenya, 18.000 in Tanzania). Cifre apocalittiche.

La morte

Quando una persona sta per morire dimostra una calma esteriore e una rassegnazione che rasenta il fatalismo. La gente del villaggio si raduna e si siede intorno alla capanna dove il moribondo è assistito dai suoi parenti senza dire una parola, ma con un sentimneto di compassione che si può toccare con mano: il malato sa che ci sono per i mormorii sommessi, per i colpi di tosse e ne trae coraggio. Intanto all’interno della capanna, o se fa caldo sulla veranda della stessa, quando la fine è prossima, la madre o la sorella maggiore si inginocchia dietro il malato e gli fa appoggiare il capo sul suo grembo. Il messaggio è evidente: dal grembo di una donna sei nato ora muori sempre sul grembo di una donna. Presso gli Achewa invece un uomo muore sulle ginocchia di suo fratello, e una donna su quelle della sorella, solo il bambino su quelle della madre.

L’annuncio

Appena il malato muore le donne della casa cominciano i lamenti funebri, escono nel cortile, si scoprono i seni, incrociano le mani sulla nuca e gridano il loro dolore: che tutti sappiano al villaggio che una persona è morta. Messaggi vengono inviati al capo villaggio e a tutti i parenti. Anticamente, se il morto era una persona importante, si andava dal capo con un gallo nero o con delle perline nere. Il colore nero è segno di morte, il colore del lutto invece è il bianco: i dolenti si legano intorno al capo strisce di stoffa bianca. Da quel momento fino a sepoltura avvenuta c’è lutto al villaggio, nessuno deve mangiare carne o divertirsi con la propria moglie o fare la birra e metterla in vendita…

Chi l’ha ucciso?

La stessa ricerca del colpevole nei confronti della malattia continua anche davanti ad un morto, specie se la sua fine è stata strana o improvvisa, per es. dopo una serata passata a bere birra ( era un modo facile avvelenare uno passandogli la zucca piena di birra mescolata al veleno) o dopo un pranzo particolarmente abbondante (altro modo facile per avvelenare qualcuno). C’è sicuramente una persona del clan che ha sbagliato ed è responsabile di questa morte. Nel passato si andava dall’indovino perché determinasse il colpevole, ma anche oggi i sospetti sono lanciati contro l’uno o l’altro nel villaggio generando inimicizie a non finire e causando spesso che famiglie intere emigrino altrove.

Il fatto che tutto il villaggio si stringa intorno ai parenti del morto è segno di solidarietà e di spirito di gruppo, certo, ma è anche …obbligatorio farlo altrimenti chi si astiene dal dimostrare dolore è accusato di essere la causa di quella morte.

Toilette funeraria

Immediatamente dopo la morte la capanna si svuota, se il defunto è un uomo rimangono solo gli uomini e viceversa. Si scava un buco nel pavimento dove si incanalerà l’acqua servita per lavare il cadavere. Gli Ayao, seguendo il rito musulmano, oltre che lavare il morto lo strizzano per fargli uscire dagli intestini ogni impurità. Poi lo coprono con il lenzuolo funebre, lasciandolo nudo per gli Ayao oppure rivestito dei suoi abiti migliori per gli altri. Dopo che la terra ha assorbito l’acqua dell’abluzione, si spiana il pavimento, si adagia il morto, supino, su una stuoia e lo si mette in posizione che il suo capo sia il più vicino possibile alla porta. Anticamente per i capi Angoni si usava metterli seduti come su un trono, avvolti in una pelle fresca di animale, e poi così venivano seppelliti in una larga fossa in compagnia dei loro schiavi sepolti vivi. Anche presso gli Achewa e gli Ayao seppellire vivi mogli e schiavi insieme ai grandi capi era un segno di onore, anche se quei poveretti ne avrebbero fatto volentieri a meno!

Nella vita del villaggio il funerale è un grande evento e nessuno, specie dei parenti, può mancare. Anche perché chi manca verrebbe subito accusato di essere la causa della morte. Naturalmente i parenti del morto che possono mettere a disposizione cibo in abbondanza, a funerale avvenuto, attirano molta gente. Ho incontrato vecchiette sole che morivano di fame ma non toccavano l’unica capretta di loro proprietà: “Questa è riservata per il mio funerale – mi dicevano piagnucolando – altrimenti nessuno verrà a piangere alla mia morte, non avrò una degna sepoltura e il mio spirito vagherà scontento nel nulla!”

 

L’inumazione

Mentre si prepara il cadavere, già il gruppo dei becchini scava la fossa, che dev’essere profonda almeno due metri e con un loculo scavato all’interno di una parete, a livello del pavimento: prima di sera deve essere richiusa con il morto al suo posto. Non si può scavare una fossa e aspettare l’indomani per seppellirvi il cadavere: nella notte ne morrebbe un altro al villaggio.

Quando il messaggio che la fossa è pronta arriva alla capanna del morto, questi viene avvolto in una stuoia oppure messo in una cassa più o meno improvvisata e portato su una specie di portantina al cimitero, che è sempre un luogo appartato nascosto in una macchia di alberi. Al cimitero ci si va solo in gruppo, per un funerale e poi basta, anzi nei momenti ordinari si farà anche un grande giro per non passargli vicino: sono solo gli mfiti o i membri degli Nyau che lo frequentano, e lo fanno pure loro solo di notte.

Spesso fuori della capanna si stendono carponi i parenti più stretti del defunto e la portantina viene fatta passare sopra di loro. La processione che accompagna alla tomba il morto è scomposta e veloce. Anticamente era preceduta dal capofamiglia con un cesto di farina che, dopo aver asperso la bara, segnava la strada verso il cimitero assicurando così lo spirito del defunto che non gli era stato mai negato il cibo. Nel funerale degli Achewa è a questo punto che intervengono le maschere che, danzando intorno al feretro, lo accompagnano alla sepoltura. Alle donne non è permesso entrare nel cimitero, assistono da lontano all’interramento. Anche questo viene eseguito velocemente. Dopo che il cadavere è stato composto nel loculo mettendogli a lato un po’ di cibo e i suoi arnesi di lavoro, l’arco e la lancia spezzata se era un guerriero, questo viene murato con il fango e poi, dopo che i parenti più stretti comprese le donne hanno gettato una manciata di terra nella fossa, tutti i presenti aiutano a riempirla velocemente con la terra ammucchiata ai suoi lati.

 

Taglio del capelli e distruzione della capanna

Poi si ritorna al villaggio per la purificazione rituale: ci si lava e si beve la “medicina” preparata dal sing’anga, e infine si partecipa al pranzo funebre. La sera stessa o l’indomani, ai parenti del morto, specie alle donne, vengono tagliati i capelli a zero in segno di lutto e la capanna del defunto viene demolita (perché non venga in mente allo spirito di ritornare ad abitarla!): per i sopravvissuti, moglie o figli, se ne costruirà velocemente un’altra. Sempre all’alba dell’indomani ci si recherà in gruppo alla tomba fresca per vedere se tutto è a posto o se magari ci sono orme di animali o qualcosa che denunci il passaggio degli mfiti.

Dopo un mese o due si fa la solenne cerimonia della commemorazione con il secondo taglio dei capelli e con la presenza di tutti i parenti. Si fa la birra e prima che questa cominci a fermentare il capo della famiglia ne prende un po’ e la offre allo spirito del morto versandola per terra nella capanna degli spiriti o ai piedi dell’albero sacro mormorando preghiere.

Anticamente la vedova passava in eredità al fratello del morto: essendoci la poligamia non c’era problema di una moglie in più. Oggi invece può risposarsi con chi vuole, dopo un periodo di lutto che va da un anno a qualche mese.

 

 

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