Messico e indigeni maya; By Margherita Odasso

“le mie impressioni e esperienze dopo un anno”….

Sono una di quelle persone che ha avuto la grande fortuna di poter trascorrere la quarta superiore all’estero con Intercultura. In particolare, tra i tanti paesi tra i quali si poteva scegliere, io sono finita in Messico. In realtà, non è stata proprio una scelta: si poteva indicare un massimo di 10 preferenze e io le ho messe tutte tra i posti più disparati, dalla Tailandia alla Danimarca passando per l’America Latina, l’importante era partire; e per qualche posto “esotico” possibilmente. Quella del luogo non è stata una decisione molto ragionata, anzi, piuttosto inconsapevole, ripensandoci, ma alla fine è andata bene così, mi piace pensare di lasciare qualcosa al caso nella vita.

Potrei scrivere pagine e pagine sul mio anno all’estero. Ricordo quando sono tornata e incontrando per strada qualche conoscente che mi faceva la classica domanda ‘Allora, com’è andata in Messico?’, c’era sempre quel momento di panico di non sapere da che parte iniziare a raccontare; era l’impossibilità di riassumere un periodo così denso con una risposta generica che è quella che ci si aspetta da quel tipo di conversazione.

Devo premettere che io in Messico sono stata a contatto con una parte specifica della società, la parte delle élites, per così dire. La mia famiglia ospitante viveva a Mérida, nella penisola dello Yucatan, una città conosciuta per essere particolarmente sicura, turistica e ricca, vicina ai Caraibi e a luoghi come Cancún e Playa del Carmen, che potremo definire come i parchi giochi dei turisti americani. La regione ha quindi molta influenza statunitense, in particolare la classe ricca messicana ha in parte abbandonato quelle che sono le usanze più caratteristiche della cultura tradizionale preferendo ai deliziosi quanto unti tacos qualche piatto di uno delle catene di ristoranti ora onnipresenti in città. Il centro di Mérida, pur essendo pieno di splendidi monumenti di architettura coloniale e di cantinas con musica latina, è frequentato soprattutto dal ceto medio-basso mentre i benestanti preferiscono i centri commerciali o altri posti comunque più esclusivi, meno caotici e più alla moda. In Messico chi è riuscito a emergere sente il bisogno di marcare questa differenziazione in tutti gli ambiti: dall’abbigliamento all’alimentazione, alle scuole private, alle vacanze in Europa o negli USA, ma mai nel loro paese.

Nella stessa regione di questa ‘casta’ di pochi fortunati, occidentalizzati e separati dal popolo – anche fisicamente, visto che risiedono in quartieri privati con tanto di polizia di controllo all’entrata-  vivono il resto delle persone; alcune nel sud della città in casette di una sola stanza e senza aria condizionata, altre, ancora più povere, nei villaggi delle zone rurali. Ed è proprio di uno di questi villaggi che vorrei raccontare.

Verso la fine della mia permanenza sentivo l’esigenza di conoscere di più quella parte umile e vera di Messico che fino a quel momento avevo visto più dal finestrino della macchina che altro. Fu allora che un amico mi parlò del progetto ‘misiones’: ogni anno, dei volontari trascorrono una settimana nei paesi intorno a Mérida a svolgere delle attività con gli “indigeni”. Come può suggerirci il nome del programma, lo scopo principale del progetto è quello di ricordare i valori e i principi cattolici alla popolazione locale in occasione della Pasqua. Io, pur non essendo credente, ho visto questa opportunità come l’unico modo per poter capire la realtà di queste comunità: è una scelta che rifarei altre mille volte. Tutt’ora ripenso a quel breve periodo come uno dei più densi e formativi della mia vita.

Per arrivare a Santa Maria, il villaggio dove il nostro gruppo di ‘misioneras’ era stato assegnato, c’è voluta circa mezza giornata pur essendo a soli quaranta chilometri da Mérida. Ciò dimostra come le comunità native rimangono emarginate dal resto della società (nessuno degli abitanti possiede una macchina e ci si sposta in bici o in carretto). È impressionante pensare che a pochi chilometri da città come Cancún o Mérida, ricche e cosmopolite, coesistano paesini in cui i tetti delle case sono fatti di foglie di palma, il ‘pavimento’ in terra battuta e si ha una buona scusa per poter smettere di controllare il cellulare visto che in ogni caso il segnale è completamente assente. Insomma, un luogo “dimenticato da Dio”, e dagli uomini.

Gli indigeni in Yucatan sono i Maya, ma dell’antica gloria dei loro antenati non è rimasto loro niente. Forse la lingua è una delle caratteristiche che ancora più li differenzia e colpisce chi viene da fuori: il maya non è solo un dialetto locale ma un vero e proprio idioma completamente diverso dallo spagnolo e dalle altre lingue indo-europee. Le nuove generazioni non lo parlano quasi più ma lo capiscono, mentre per gli anziani si manifesta l’opposto. Forse era anche dovuto a potenziale sordità, ma quando cercavo di parlare con loro in spagnolo nessuno mi comprendeva, quindi l’unico modo di comunicare era attraverso grandi sorrisoni che evitavano ogni equivoco.

A Santa Maria vivono circa 150 persone, molti sono bambini o adolescenti; ma lì i volti e i corpi dei ragazzi sembrano invecchiare più velocemente e così a 19 anni diventi un adulto a tutti gli effetti. Ricordo che la maggior parte delle ragazze di quell’età avevano già almeno un figlio, erano incinte e quasi sicuramente sposate e, anzi, ero io quella strana, a 17 anni ancora nubile! L’attività principale delle donne è tessere amache, impiegavano circa due settimane per terminarne una e venivano pagate con circa 100 pesos (circa 5 euro) quando in città il loro prezzo era anche di 10 volte maggiore; d’altra parte non avrebbero saputo dove e a chi venderle senza passare per un intermediario. Normalmente invece gli uomini lavorano in fabbrica o come muratori e molti di loro hanno problemi di alcolismo; questo si ripercuote anche sui rapporti intra-famigliari: le violenze dei padri sui figli e le mogli sono molto frequenti e, inoltre, i pochi soldi guadagnati vengono spesi in Mezcal (un tipo di distillato simile alle tequila ma più economico) impedendo di risparmiare e poter magari migliorare le proprie condizioni.

Potrei scrivere di Santa Maria per pagine e pagine, e, probabilmente, ne emergerebbe un quadro distopico: non sarebbe un’esagerazione perché, obbiettivamente, le condizioni di vita di queste persone sono umilissime e le dinamiche famigliari e sociali sono veramente drammatiche. Ma la verità è che, ripensando a quella settimana, non ne ho che un bel ricordo, ancora vivido e intenso nonostante siano passati più di due anni; non dimenticherò facilmente i modi accoglienti degli abitanti che, vedendo che venivo da fuori, volevano che assaggiassi i loro piatti e le loro tortillas fatte a mano, le dormite in amaca e le corse con i bambini. Un’altra cosa che non dimenticherò facilmente è il ricovero in ospedale mio e della mia amica belga: per fortuna non fu niente di grave e fummo dimesse dopo un giorno. Probabilmente il nostro malessere fu causato da qualche cibo “poco pulito”, ma diciamo che è stata parte dell’esperienza e, ripensandoci, ci rido sopra.

Quindi non fatevi spaventare e se ne avete l’occasione cercate di vedere con i vostri occhi queste realtà indigene, non ve ne pentirete!

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