SUDAFRICA – cyclopedia

Il Sud Africa è coperto per il 40% dall’altopiano del Veld, uno zoccolo cristallino che si estende fino al deserto del Kalahari (che continua in Namibia e Botswana) nel quale si trovano depositi minerari di oro, cobalto, argento, urano e carbone; è bagnato da due oceani, l’Atlantico e l’Indiano. Dal punto di vista climatico ha le stagioni invertite rispetto all’Europa. Le piogge sono scarse e il caldo e l’umidità si avvertono soprattutto nelle regioni orientali. Sull’altopiano il clima è più arido e secco e si è soggetti a violenti sbalzi termici, ma il clima secco e l’atmosfera poco inquinata sono l’ideale per gli appassionati delle stelle, che da qui possono godere di uno spettacolo unico: le stelle diventano così vicine che si è spinti ad allungare la mano per toccarle, soprattutto quando si puntano gli occhi sulla Croce del Sud, una costellazione dalla geometria perfetta, quattro stelle disposte a forma di croce.
La diversità delle aree climatiche consente al Sudafrica di accogliere una straordinaria varietà di flora: qui vivono circa 22.000 specie, un terzo delle quali non si trova nel resto del mondo; anche per la fauna è il territorio ideale. Infatti è l’unico paese al mondo dove si possono incontrare in uno stesso giorno i “Big Five”, ossia i cinque animali più grandi del mondo: l’elefante, il leone, il rinoceronte, il leopardo e il bufalo, senza parlare di ghepardi, iene, scimmie, ippopotami, zebre e giraffe, che qui convivono con estrema naturalezza.

Economicamente il Sud Africa è il paese più avanzato del continente africano e l’unico ad avere alle spalle una grande tradizione industriale che gli consente di influire sullo sviluppo socio-economico di tutta la regione subequatoriale. I settori trainanti dell’industria sono quello alimentare, tessile, della trasformazione del cuoio, metallurgico, chimico e cartario. E’ fondamentale l’attività mineraria, iniziata con la scoperta dei diamanti e dell’oro.
La generale aridità del paese non favorisce l’agricoltura, ma le condizioni climatiche sono così varie che vi può essere coltivato qualsiasi prodotto. Il Sud Africa detiene il primo posto nel continente per l’agricoltura e l’allevamento (bovini, pecore e capre, sia per la lana che per la carne), e produce una tale quantità di prodotti non solo da soddisfare il fabbisogno interno, ma da consentire anche l’esportazione. Il sottosuolo fa di questo paese il primo produttore mondiale di oro, platino, cromo, vanadio, manganese e alluminio. La grande miniera di Kimberly, dalla quale venivano estratti diamanti, è lo scavo più grande mai fatto dall’uomo. La miniera d’oro di Western Deep Levels è la più profonda del mondo, scende fino a 3777 metri. Oggi il Sud Africa produce circa 700 tonnellate di oro all’anno.

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Chi sono i sudafricani?

La repubblica è indipendente dal 1961; l’attuale costituzione garantisce la convivenza multirazziale e la tutela dei gruppi di minoranza.
I  neri non costituiscono un gruppo omogeneo, ma sono rappresentati da 11 etnie, accomunate da un’unica lingua che ha un’antica origine bantu (essi sono, infatti, impropriamente chiamati Bantu, una popolazione che si divide in quattro gruppi, ognuno con la sua identità culturale, lingue, sistemi sociali peculiari e territorio).
La comunità bianca trae origine dal primo insediamento olandese del XVII sec. I “coloured”, i meticci, invece, derivano dagli incroci fra i bianchi e le originarie tribù ottentotte, gli schiavi orientali e i neri. Gli asiatici sudafricani, infine, per il 99% sono indiani e circa 80.000 sono cinesi.
Accanto all’inglese e all’afrikaans, che è la lingua dei discendenti dei coloni olandesi, sono state riconosciute come lingue ufficiali anche lo zulu e lo xhosa, le lingue delle due etnie religiose.
La cultura sudafricana è in gran parte di impronta europea; soprattutto nell’architettura, nello stile prevalente nel paese, il Cape Dutch, nato dall’unione di elementi architettonici olandesi, francesi e orientali. Le grandi ricchezze ricavate dalla scoperta delle miniere di diamanti e di oro, infatti, hanno portato ad una vivacissima spinta urbanistica e alla necessità di chiamare architetti dall’Europa.

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Gli zulu e il re Shaka

Gli Zulu, una tribù del gruppo Nguni, rappresentano l’etnia più numerosa in Sud Africa. Le ragioni della loro imponente presenza in questa parte dell’Africa, vanno ricercate in un fenomeno storico ben preciso che si collega alle mire espansionistiche di re Shaka. Shaka, infatti, era figlio di una moglie ripudiata da un sovrano Zulu. Allevato presso una tribù del clan materno, sviluppò doti da guerriero e, come si narra, si distinse talmente nei combattimenti fino a diventare uno dei capi dell’esercito. Quando il padre morì, Shaka diventò capo delle due tribù e cominciò una politica militare di espansione.

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Gli Zulu hanno una religione animistica, sopravvissuta anche in quella parte di popolazione che si è urbanizzata, che si basa sulla sopravvivenza dello spirito dopo la morte e quindi sul culto degli antenati. Gli spiriti familiari possono infatti intervenire nella vita di ognuno, cancellando le malattie e i dolori oppure infliggendo punizioni: a loro ci si rivolge con l’aiuto degli indovini o degli sciamani, che hanno il potere di curare le malattie.
Gli Zulu praticano la poligamia, anche se spesso le circostanze economiche li fanno optare per la monogamia: gli uomini che decidono di sposarsi devono infatti pagare al futuro suocero una dote, in capi di bestiame o in denaro. La donna, comunque, è considerata un essere inferiore : perennemente subordinata al maschio di famiglia, ha come unico compito quello di dedicarsi ai lavori domestici e a quelli dei campi.

Gli Xhosa, il popolo di Mandela

Gli Xhosa sono una delle 11 etnie nere sudafricane. E’ il terzo gruppo etnico per numero e vivono a cavallo tra usanze moderne e antiche forme sociali e rituali, come la poligamia, i riti iniziatici e la circoncisione.
Abitano villaggi di capanne circolari, i cosiddetti kraal, con pareti di fango e tetto di paglia. Si pensa che gli Xhosa si siano insediati in questo territorio già nel 1000 d.C., vivendo di pastorizia e agricoltura fino all’arrivo dei bianchi.
Nel 1857 il capo Nongqawuse annunciò di avere avuto una visione profetica: se gli Xhosa avessero ucciso tutto il loro bestiame e avessero bruciato le coltivazioni, finalmente si sarebbero liberati dai bianchi. Così fu fatto, benché gli Xhosa avessero un rapporto quasi sacrale con il loro bestiame. Sfortunatamente però la profezia non si avverò e quasi cinquantamila Xhosa morirono di fame : fu una sorta di suicidio di massa dell’etnia, che, dopo questo episodio, smise di costituire un pericolo per gli europei.

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Il Gauten: il cuore economico e industriale del Sudafrica

Gauten, in lingua sotho, significa “luogo dell’oro”. Il Gauten è infatti straordinariamente ricco di grandissimi giacimenti d’oro e di altri minerali e ospita il più grande giacimento del mondo, quello di Witwatersrand. Fu scoperto nel 1886 da un australiano, Gorge Harrison e in pochissimi anni giunsero nella zona molti cercatori bianchi, i diggers, protagonisti di una vera e propria “corsa all’oro”e di lavoratori neri che si accamparono nell’area che diventò poi Johannesburg. Ma una così importante scoperta risvegliò anche l’interesse degli inglesi, sia perchè avevano bisogno di oro per garantire la copertura aurea della sterlina, sia perchè aspiravano ad un grande progetto imperialista in Africa.

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Nei giacimenti di Witwatersrand di tipo primario, il prezioso materiale è racchiuso in filoni rocciosi; nei secondari, invece, che derivano dal disfacimento di queste rocce, l’oro si libera in frammenti, pagliuzze e pepite, e viene poi trasportato dalle acque correnti per poi depositarsi insieme a sabbie, ghiaia e ciotoli: è il cosiddetto “oro alluvionale”.
Ogni filone di roccia è composto da diversi strati auriferi, il maggiore dei quali è denominato main reef. Questi strati hanno una inclinazione molto verticale e una concentrazione moderna, che richiede potenti mezzi meccanici per lo scavo dei pozzi.

E’ quindi stato necessario fare investimenti su larga scala e risparmiare al massimo sulla manodopera per garantirsi rilevanti guadagni. Oggi ci sono sette grandi  distretti minerari: 37 miniere che producono ogni anno 700  tonnellate d’oro l’anno e danno lavoro a più di 470 000 persone.
Ogni tonnellata di roccia fornisce circa 15 grammi d’oro, ma per ricavare l’oro occorre molto lavoro : bisogna frantumare la roccia, trattarla con elementi chimici, filtrarla e separarla dalle scorie. L’oro viene poi messo in una fornace e versato in lingotti ognuno di circa 31 chili. Ma, in questa fase, si ottiene ancora oro puro, ma 09% di oro e 10% di argento, tracce di rame, zinco e piombo. Per questo i lingotti vengono portati al sud di Johannesburg, a Rand Refinery di Germiston, per un’ulteriore purificazione, attraverso gas che mandano in superficie le impurità. Si fa poi un’ulteriore fusione in lingotti da 12,5 chilogrammi, che hanno una purezza che varia da 996 a 1000 carati e che sono venduti ai mercati dell’oro di Londra e Zurigo.

Aerial view of enormous copper mine at palabora, south africa

 

LE TRE CITTA’ MAGGIORI

 

Città del Capo

Città del Capo è la capitale legislativa della repubblica del Sud Africa e capoluogo della provincia del Western Cape, la parte più meridionale del continente africano. E’ un punto chiave della storia del Sud Africa poiché da qui nel sec. XVII è partita la colonizzazione che poi si è estesa a tutto il paese. Fu fondata dagli olandesi che crearono il primo insediamento, seguiti poi dagli Inglesi che le diedero l’assetto definitivo.

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Fra il porto e la Table Mountain, che sovrasta la città, si estende il nucleo storico: la varietà di stili architettonici è segno della sua storia e della molteplicità di popolazioni che la abitano e le conferiscono un’atmosfera vivace e cosmopolita. Oltre ad aver un porto dotato di ottime attrezzature  e del più grande e dotato bacino di carenaggio, la città concentra gran parte delle attività commerciali legate all’esportazione di oro, diamanti, rame, manganese e frutta. Città del Capo non è molto coinvolta nel problema apartheid, in quanto, per tradizione, è sempre stata una delle città più aperte e liberali; è ragionevolmente tranquilla, serena, rassicurante. A ovest del centro storico c’è il cosiddetto quartiere malese di Bo-Kaap, tipico per lo stile delle case piccole, colorate e col tetto piatto fra cui spuntano moschee e minareti. quando l’osservatorio di Greenwich decise di stabilire una stazione astronomica anche nell’emisfero meridionale-
A est, invece, si leva il Devil’s Peak, il picco del Diavolo, una montagna di circa 1000 metri, alle cui pendici meridionali si trovano importanti edifici tra cui il Royal Observatory – il primo osservatorio astronomico creato.
Anche gli immediati dintorni sono affascinanti e ricchi di storia: a Sud si estende la penisola del Capo di Buona Speranza, a sud-est la False Bay con piccole località di vacanza, a est la cosiddetta Regione dei Vini, una delle più importanti aree per la produzione vinicola e anche una delle più belle, con valli e colline attorno ai centri di Stellenbosch, Paarl e Franschhoek, cittadine fondate ai tempi della Compagnia delle Indie e diventate ricche quando gli Inglesi, in guerra con i Francesi, si rivolsero qui per importare vino.

 

Pretoria


E’ la capitale amministrativa e la quarta città del Sud Africa per numero di abitanti. Fondata nel 1855 da Marthinus Pretorius, da cui prende il nome Pretoria, si è sviluppata grazie alla scoperta di giacimenti di ferro, di platino e di diamanti.
E’ una bella città, tranquilla e ariosa, a pianta ortogonale, che si estende su una vasta area metropolitana poco abitata. Ha molti quartieri residenziali, grandi parchi e viali ombreggiati dalle jacarande, che in primavera esplodono in una fioritura rosa-lilla e che in ottobre diventano soffici tappeti di colore violetto. Le prime jacarande arrivarono in Sud Africa poichè un cittadino di Pretoria ne importò due esemplari da Rio de Janeiro e li piantò nel suo giardino. Quelle piante con i loro larghi ombrelli e la loro imponenza (possono arrivare anche a quindici metri di altezza) incuriosirono e affascinarono molti. Così, nel 1898, si decise di utilizzarle per abbellire i viali della città: James Clark, un vivaista, stipulò un contratto con il governo e ordinò dall’Australia molti semi di jacaranda.

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L’etnia nera tipica di questa area è quella degli Ndebele che vivono a Nord-Est di Johannesburg e che appartengono allo stesso gruppo degli Zulu e degli Xhosa.  La loro caratteristica è il colore : nell’abbigliamento, coloratissimo e a disegni geometrici ; nell’architettura delle case, tutte in mattoni, e nel gusto per gli interni. Le donne, soprattutto, sono abilissime nel creare complicatissime decorazioni con le perline (è la tecnica del “beadwork”), con  cui adornarsi abbondantemente il collo, le braccia e le gambe.

Johannesburg

E’ la più grande città del Sudafrica e le terza di tutta l’Africa per numero di abitanti. E’ considerata il centro finanziario del paese e dopo la scoperta della formazione aurifera più ricca del mondo, diventò la più grande città del Sud Africa.
Il centro di Johannesburg, di aspetto moderno e occidentale presenta molte contraddizioni urbanistiche, frutto della sua storia molto complessa : grattacieli ultramoderni accanto a case poverissime, parchi favolosi che si alternano alle montagne di rifiuti estrattivi delle miniere d’oro; i pochi edifici di inizio secolo sono sovrastati da modernissime costruzioni, rinnovate o ricostruite.

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E anche lo sviluppo urbanistico intorno al nucleo centrale, che ospita gli uffici direzionali e amministrativi, porta i segni di due tappe storiche dello sviluppo: prima e dopo gli anni cinquanta. Nella prima fase nacquero a nord-est gli eleganti quartieri residenziali dei bianchi e quelli più popolari. A ovest, invece, si concentrò la popolazione di colore. Gli anni successivi furono invece segnati da una razionale espansione urbanistica: al di là dei suburbs nacquero eleganti quartieri residenziali sul modello americano, contraddistinti dalla funzionalità e dall’organizzazione degli spazi, con parcheggi e grandi shopping centre.

 

Simboli del Sudafrica

Con l’avvento della Democrazia in Sudafrica, nel 1994 bisognava adottare nuovi simboli nazionali capaci di dare espressione non soltanto alle caratteristiche di una nazione completamente nuova, ma anche alle idee di riconciliazione e ricostruzione. Tra gli altri la bandiera, l’inno nazionale e lo stemma ne sono esempi probanti, in base ai dettami della nuova Costituzione del paese.

LA BANDIERA

Breve analisi storica: la nuova bandiera della Repubblica del Sudafrica è stata adottata per la prima volta il 27 aprile 1994 in sostituzione della precedente, che ha sventolato sul paese dal 31 maggio 1928 al 26 aprile 1994. Il disegno ed i colori della nuova bandiera nazionale comprendono i principali elementi della storia sudafricana, dai primi giorni ad oggi.
Colori: il rosso “peperoncino”, il bianco ed il blu risalgono ai primi giorni della storia della bandiera del paese; il verde, il nero ed il color oro hanno fatto la loro prima apparizione nelle bandiere nazionali durante durante il XIX secolo. Tutti e sei i colori figurano vividamente nell’attuale bandiera sudafricana: bisogna tenere presente che essi , presi individualmente od opportunamente combinati, hanno differenti significati per la popolazione. Per questa ragione non si può abbinare loro un simbolismo universale, ma è lecito interpretarli liberamente a seconda dei casi.
Disegno
: l’unico disegno centrale, che inizia come una “V” al punto di attacco e si unisce al centro continuando come una singola banda orizzontale fino al lato opposto della bandiera, rappresenta la convergenza dei diversi elementi della società sudafricana che poi proseguono all’unisono. Questa idea di convergenza ed unione si riallaccia al motto del precedente stemma sudafricano che recita “Ex Unitae Vires”, cioè “Dall’Unità la Forza”

bandiera sudafrica

Inno Nazionale

Nkosi sikelel’ iAfrika
Maluphakanyisw’ uphondo lwayo,
Yizwa imithandazo yethu,
Nkosi sikelela, thina lusapho lwayo.
Morena boloka setjhaba sa heso,
O fedine dintwa la matshwenyeho,
O se boloke, O se boloke setjhaba sa heso,
Setjhaba sa South Africa – South Africa.

Uit die blou van onse hemel,
Uit die diepte van ons see,
Oor ons ewige gebergtes,
Waar die kranse antwoord gee,
Sounds the call to come together,
And united we shall stand,
Let us live and strive for freedom,
It South Africa our land.

 

L’inno: Il nuovo inno nazionale sudafricano (1,35 minuti) in 5 lingue ( la Costituzione del Sudafrica prevede 11 lingue ufficiali ) è composto da otto righe sia di “Nkosi Sikelel’ iAfrika ( nelle lingue Xhosa, Zulu e Sotho ), che di “The Call of South Africa” o “Die Stem van Suid-Afrika”, rispettivamente in Inglese ed Afrikaans. E’ una preghiera per il paese assieme ad una poetica descrizione del suo territorio.

 

Breve analisi storica: “Nkosi Sikelel’ iAfrika”
Le parole della prima strofa di Nkosi Sikelel’ iAfrika furono scritte in lingua Xhosa da Enoch Sotonga come inno, probabilmente nel 1987. Furono in seguito aggiunte sette ulteriori strofe in lingua Xhosa dal poeta Samuel Mqhayi.
Questa canzone fu per la prima volta cantata pubblicamente all’ordinazione del reverendo M.Boweni, un ministro metodista Shangaan.
Essendo stata composta come inno, Nkosi Sikelel’ iAfrika rappresenta una fusione tra la cultura europea e quella africana. E’ dunque anch’esso un simbolo di unità. Le parole di questo inno sono entrate a far parte del repertorio sudafricano di poesia orale, con molte differenti versioni in circolazione.
Quando nel 1910 l’Unione del Sudafrica divenne dominion dell’impero Britannico, veniva usato come inno nazionale “Dio Salvi il Re”, che cambiò poi in “Dio Salvi la Regina” quando Elisabetta II salì al trono nel 1952.
“Die Stem van Suid-Afrika” venne suonato per la prima volta in un’occasione ufficiale il 31 maggio 1928, quando fu issata l’allora bandiera nazionale; il 2 maggio 1957 esso venne dichiarato inno ufficiale del Sudafrica. A quel tempo divenne ufficiale anche la sua versione inglese, “The Call of South Africa”.
Un rapporto della Commissione Simboli Nazionali del Sudafrica, nominata durante il periodo dei negoziati politici precedenti le prime elezioni democratiche nell’aprile 1994, raccomandava di fare uso di entrambi gli inni nazionali “Nkosi Sikelel’ iAfrika” e “The Call of South Africa”. Ancora oggi ufficialmente si devono usare entrambe le versioni.

 

LO STEMMA

Un nuovo stemma ha sostituito quello in uso dal 1910. La sostituzione rispecchia la volontà del governo sudafricano di sottolineare la svolta democratica e un nuovo amor di patria.
Il motto del nuovo stemma è: !ke e:/xarra //ke, scritto nella lingua khoisan del popolo /Xam e significa letteralmente: “popoli diversi si uniscono”. Si riferisce a ogni sforzo individuale per mettere a frutto l’unità tra pensiero e azione. A livello collettivo richiede che la nazione si unisca in un comune sentimento di appartenenza e orgoglio nazionale: Unità nella Diversità.
Pronuncia di !ke e:/xarra //ke

stemma sudafrica

—> Il disegno del nuovo stemma <—
Lo stemma presenta una serie di elementi ovali distinti e simmetrici posti l’uno sull’altro.
Primo elemento è il motto racchiuso in un semicerchio verde completato da due paia di zanne d’elefante all’insù. All’interno dell’ovale formato dalle zanne campeggiano due simmetriche spighe di grano, che a loro volta fanno da cornice a uno scudo centrale.
La forma dello scudo ricorda il tamburo e mostra due figure tratte dall’arte rupestre dei Khoi. Le figure sono giustapposte in un atteggiamento di saluto e unità.
Sullo scudo poggiano una zagaglia e un bastone pomellato raffigurati come un unico motivo. Questi elementi sono collocati in modo armonico per mettere in risalto lo scudo e completare l’ovale alla base, che rappresenta gli elementi fondativi. Immediatamente sopra l’ovale di base, si trova il motivo centrale, la protea. I suoi petali sono a forma di triangolo per ricordare i talenti artistici dell’Africa.
L’uccello segretario troneggia sopra la protea e il fiore forma il petto dell’uccello. L’uccello segretario è ad ali spiegate in una posa regale e maestosa. Le sue piume stilizzate coronano una testa dall’aria volitiva e vigilante. Il sole nascente all’orizzonte è situato tra le ali dell’uccello segretario e completa il motivo ovale dell’autorità.
Il motivo circolare inferiore si interseca con quello superiore per formare una concatenazione senza soluzione di continuità, mentre la grande armonia tra gli elementi di base si concretizza in un disegno dinamico, elegante e dalla spiccata originalità. Eppure esprime chiaramente anche quel senso di stabilità, sobrietà ed immediatezza che si richiede ad ogni stemma.

spiegazione dei simboli
Le spighe di grano sono simbolo di fertilità, rappresentano anche l’idea di germinazione, crescita e sviluppo possibile di ogni potenziale. Si ricollegano al nutrimento dell’uomo e simboleggiano la dimensione agricola della terra.
Le zanne d’elefante: gli elefanti sono simbolo di saggezza, forza, moderazione ed eternità.
Lo scudo ha una duplice funzione, sia come simbolo d’identità che di difesa spirituale. Incarna il simbolo primario della nazione.
La zagaglia e il bastone pomellato sono simboli dalla duplice valenza: difesa e autorità, rappresentano le potenti zampe dell’uccello segretario. La zagaglia e il bastone pomellato giacciono in posizione orizzontale, simboleggiando la pace.
La protea incarna la bellezza del nostro paese e il rigoglioso sviluppo del nostro potenziale come nazione in cerca del suo Rinascimento africano. La protea simboleggia l’insieme integrato delle forze che scaturiscono dalla terra e sono alimentate dall’alto. Nella protea sono raffigurati i colori più popolari dell’Africa: verde, oro, rosso e nero.
L’uccello segretario è raffigurato in volo, naturale conseguenza dello sviluppo e della velocità. E’ l’equivalente del leone sulla terra. Un potente uccello le cui zampe, sotto forma di zagaglia e bastone pomellato, gli sono indispensabili nella caccia ai rettili a simboleggiare la protezione della nazione dai suoi nemici. E’ un messaggero dei cieli che porta la sua grazia sulla terra e in questo senso è un simbolo della maestà divina. Le sue ali distese rappresentano l’autorità della nostra nazione, offrendoci nel contempo la sua protezione. E’ dipinto in oro, chiaro simbolo della sua associazione col sole e il massimo potere.
Il sole nascente è simbolo di fulgore, splendore ed energia primaria, rappresenta la promessa della rinascita oltre alle attive facoltà di riflessione, sapienza, buon discernimento e forza di volontà. E’ simbolo della fonte della vita, della luce e infine dell’umanità nel suo insieme.
La struttura dello stemma nel suo complesso congloba l’ovale superiore e inferiore in un simbolo dell’infinito. Il motivo che collega il bordo inferiore del nastro, attraverso le linee delle zanne, all’orizzonte su cui sorge il sole forma l’uovo cosmico da cui sorge l’uccello segretario. Simbolicamente, si allude alla rinascita spirituale della nostra grande ed eroica nazione.
Il nuovo stemma esalta il concetto di “Batho Pele”, una espressione Sesotho che significa “prima le persone”, cioè le strutture pubbliche al servizio di tutti i Sudafricani

 

 

IL FIORE NAZIONALE

La Protea Gigante (King Protea o Protea Cynaroides): la protea gigante è ampiamente diffusa nelle aree sud occidentali e meridionale della regione del Capo, da Cedarberg fino a est di Grahamstown. Il nome botanico “cynaroides” deriva proprio dalla sua forma, cioè simile ad un carciofo, e tuttavia non rende giustizia alla bellezza del fiore, il più grande nel suo genere. Si trovano parecchie varietà di protee che differiscono tra loro per colore e forma delle foglie, ma la più belle è certamente quella rosa.

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L’ANIMALE NAZIONALE

L’antilope “SPRINGBOK” (Antidorcas marsupialis): il nome deriva dall’andatura saltellante di questa specie di antilope dalle lunghe corna. Essendosi nel tempo adattata a luoghi aridi e desolati, si trova nella fascia geografica che va dalle regioni nord occidentali fino al Karoo e alla costa occidentale. Si muove a piccoli branchi durante l’inverno e si raggruppa durante l’estate in formazioni più grandi. Può sopravvivere senza acqua, che ricava dalle piante grasse di cui si nutre. E’ alta circa 75 cm, pesa attorno ai 40 kg e ha una gestazione di circa sei mesi.

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L’UCCELLO NAZIONALE

La Gru Blu (Anthropoides paradisia): L’elegante gru, che misura circa un metro di altezza, si trova quasi unicamente in Sudafrica. Dal colore grigio-blu, presenta un collo allungato, lunghe zampe ed eleganti piume sulle ali che arrivano fino a terra. Si nutre di semi, insetti e rettili e depone le uova nella savana, spesso vicino a pozze d’acqua. Sono comuni nel Karoo, ma si trovano anche nel KwaZulu-Natal.

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L’ALBERO NAZIONALE

Il Royal Yellow-Wood (Podocarpus latifolius): Lo yellow-wood è presente in questa parte dell’Africa da più di 100 milioni di anni. La specie si trova un po’ ovunque, dalla Montagna del Capo alla costa meridionale ed orientale del Capo, e dai Drakensberg fino al nord verso la Northern Province. Nelle foreste questi alberi possono crescere fino ad un’altezza di 40 metri., ed il loro tronco talvolta raggiunge i tre metri di diametro. Al contrario, gli alberi che crescono in luoghi più esposti , come pendii di montagna, sono spesso bassi, cespugliosi e nodosi. La sua corteccia è color khaki ed invecchiando diviene grigia. La chioma è relativamente piccola rispetto all’altezza ed è spesso coperta di licheni grigi. Le sue pigne, simili a quelle dei pini, sono di color bianco, verde chiaro o rosa: in esse vi cresce il seme, che ha la forma e il colore della ciliegia.

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IL PESCE NAZIONALE

Il Galjoen (Coracinus capensis): Il Galjoen si trova esclusivamente lungo le coste sudafricane, in acque poco profonde. Vicino agli scogli il Galjoen è quasi completamente nero, mentre nelle zone sabbiose è di color bronzo. Può raggiungere un massimo di 55 cm di lunghezza e 7 kg di peso. La dieta del Galjoen consiste principalmente in pesciolini rossi, molluschi e cirripedi. Le squame sono aderenti e le pinne ben sviluppate.

(una parte delle informazioni sono tratte dal sito ufficiale del Sudafrica)

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VINO 

 La zona di produzione più antica del Sud Africa, Constantia, si trova nel Capo di Buona Speranza e beneficia sia di un clima fresco sia della vicinanza dell’oceano Atlantico. Qui si producono eccellenti vini da uve Chardonnay e Sauvignon Blanc, forse i migliori del Sud Africa, oltre a vini rossi prodotti con uve Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot.

 A circa 45 chilometri ad est di Città del Capo, si trova un’altra celebre zona vinicola del paese, Stellenbosch, prestigiosa città universitaria del Sud Africa. Tradizionalmente viene considerata fra le più antiche zone di produzione del paese, dopo Constantia, oltre che fra le più importanti, sia per produzione, sia per qualità. Il clima di questa zona è piuttosto temperato dalle correnti provenienti dall’oceano Atlantico e le uve che principalmente si coltivano sono il Cabernet Sauvignon, il Merlot, il Syrah e il Pinotage, con cui si producono eccellenti vini. In questa zona si producono inoltre buoni esempi di vini fortificati simili al “Porto” .

Più a nord di Stellenbosch, troviamo l’altra zona d’importanza enologica del Sud Africa e che produce eccellenti vini di qualità: Paarl. In questa zona si producono, oltre a vini bianchi e rossi, anche vini liquorosi, spumanti e brandy.

Città del Capo è un ottimo punto di partenza per una serie di escursioni alla scoperta dei vini pregiati del Sudafrica. In tutto il Paese si contano ben 18 strade del vino ufficiali e 2 strade del brandy che si trovano per la maggior parte nella provincia del Western Cape, quella di Città del Capo appunto, dalle quali si diramano incantevoli itinerari: un idillio per gli amanti del buon vino!

Un clima eccellente

Le piogge invernali e il clima mediterraneo del Capo, assieme al suolo ricco e fertile, garantiscono le condizioni ideali per la vite. I bianchi, dal sapore fresco e fruttato, sono i favoriti del mercato nazionale ed internazionale. I vitigni più popolari sono: Chenin Blanc, Cape Riesling, Sauvignon Blanc e Chardonnay.

I rossi sono corposi e con un bouquet particolare. Le varietà principali sono: Cinsaut, Pinotage, Pinot Nero, Shiraz e, in cima a tutti, Cabernet Sauvignon, che merita un invecchiamento di almeno 10 anni.

La storia

La storia dei vini sudafricani risale alla metà del Seicento. Nel l’olandese Jan Van Riebeeck, governatore del Capo, scriveva sul suo diario: “Oggi, sia lodato il Signore, per la prima volta è stato spremuto vino dalle uve del Capo”.

I vini sudafricani vennero apprezzati da grandi personaggi del passato, furono una delizia per Edoardo VII e rappresentarono una delle poche consolazioni per Napoleone in esilio. Tuttora il profumo e la qualità dei rinomati vini del Capo continua a esercitare una fortissima seduzione sui consumatori di tutto il mondo.

La Colonia del Capo cessò di esistere nel 1910 con la formazione dell’Unione Sudafricana, dominion del Commonwealth, il cui territorio corrispondeva sostanzialmente a quello del moderno Sudafrica. L’Unione Sudafricana è ricordata, tra l’altro, per il regime della segregazione razziale, che a Città del Capo ha una storia più antica che in altre zone del Paese: già nel 1901, precedendo di oltre 40 anni l’inizio ufficiale dell’apartheid, le autorità del Capo confinarono la popolazione nera in quelle che oggi sono le township di Cape Flats per combattere un’epidemia di peste bubbonica. La stessa Città del Capo fu però anche teatro del primo discorso pubblico di Nelson Mandela (vedi Robben Island) dopo la scarcerazione, l’11 febbraio del 1990.

 

 

CUCINA

Il Sudafrica è una terra dove popoli di origini diversissime convivono da secoli e dove quindi anche la cucina ha prodotto interessanti “ibridi”.

Si possono definire per semplicità tre grandi tendenze culinarie; quella delle società indigene (Bantu, Xhosa, Zulu) quella europea (su tutte, la cucina olandese portata dai Boeri) e quella tipica degli schiavi della Compagnia delle Indie deportati dall’ Indonesia e dall’India, chiamata anche “Cucina Cape Malay“.

Questo mix ha portato all’evoluzione di piatti olandesi e indiani in qualcosa di assolutamente nuovo e unico, in relazione agli ingredienti che già utilizzavano le popolazioni originarie, tanto più che la cucina e la cultura di questo meraviglioso angolo di mondo sono dette “Arcobaleno”.

La cucina sudafricana è una combinazione di ricette provenienti da diversi gruppi culturali che si sono avvicendati in questo paese da oltre 400 anni.
I Khoisan, i primi abitanti del Sudafrica si cibavano di selvaggina. In seguito la comunità nera introdusse l’agricoltura nelle fertili pianure sudafricane coltivando il mais, la patata dolce, la zucca e altri vegetali che diventano parte integrante della loro dieta.
Tuttora piatti a base di mais sono molto popolari: pannocchie bollite, o cotte sulle braci, le mealies non mancano mai nella dieta di queste comunità come un’ infinità di altri piatti fra cui krummelpap , una polenta di mais che accompagna piatti di verdura.
In seguito questa cucina venne influenzata soprattutto dall’ apporto delle tradizioni culinarie non solo dei colonizzatori olandesi e inglesi ma anche da quelle dei mercanti arabi, dei marinai portoghesi, degli schiavi provenienti dalla Malesia e da Giava creando uno stile culinario particolare.
La cucina Malay è considerata la vera cucina sudafricana: un mix fra ingredienti africani, spezie indonesiane e modi di cucinare europei. Nata a metà del secolo XVII quando la Compagnia olandese delle Indie apre la filiale di Città del Capo destinata ad approvvigionare le navi che, dopo parecchi mesi in mare, si fermavano per caricare acqua e di cibo. Così poco a poco le spezie provenienti dalle Indie incominciano a inserirsi nelle abitudini culinarie olandesi. Gli schiavi provenienti dalla Malesia e da Giava hanno aggiunto sapori orientali agli ingredienti locali creando curries dai vari sapori e soprattutto mescolando il sapore dolce a quello agro-acido che è una delle principali caratteristiche della cucina Malay. Tipico esempio è il bobotie, una ricetta originaria di Giava, a base di carne tritata aromatizzata con un curry dolce e del succo di limone.
I sudafricani sono grandi consumatori di carne bovina e ovina e dai loro antenati coloni, gli afrikaaners, è rimasto il gusto per i piatti di cacciagione: ogni occasione è buona per riunirsi per organizzare dei braaivleis familiari (in afrikaans, braai significa grigliare vlei carne), a base di carne di gazzella, di koudou, di facocero e altra selvaggina del bush. Non mancano ovviamente piatti a base di carne di animali domestici come i sosaties, spiedini di carne d’agnello marinati in una salsa di curry o i boerewors , salsicce speziate. Il tutto viene accompagnato e innaffiato dall’ ottima birra e vini locali.
Tipico della cucina afrikaaner è anche il biltong: pezzettini di carne rossa (manzo, struzzo, selvaggina varia) essiccata da accompagnare all’aperitivo e il potjiekos uno stufato a base di carne e verdura che va cucinato per ore sui carboni ardenti.
Le acque degli oceani forniscono dell’ ottimo pesce: crostacei, molluschi e pesci vari vengono cotti per lo più alla brace ma anche sotto forma stufati leggermente speziati.
Come dessert, la melktert è il dolce che meglio rappresenta questa cucina: della pasta sfoglia farcita con latte, farina, uova e zucchero aromatizzata con cannella. Ma ci sono anche koeksusters, dolcetti a forma di treccia bagnati in uno sciroppo, mentre i rusks sono biscotti secchi che si usa mangiare a colazione, magari sorseggiando del rooibos tea ossia un thè tipico perchè ricavato dal fynbos una pianta che cresce in abbondanza sul territorio.

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